Quando ho acquistato il biglietto di ritorno post ferie a Parigi, ho accuratamente scelto di tornare il giorno dopo l’inaugurazione dei Giochi Olimpici. La chiusura di buona parte della città era un problema che, potendo scegliere, non avevo alcuna voglia di affrontare. Parigi mi ha accolta come sa fare molto bene: con una pioggerellina autunnale e tanto grigio. Già da domenica però l’atmosfera è cambiata.

Residui della cerimonia di apertura

Nel pomeriggio mi sono vista con un’amica e il suo fidanzato, curiosi di esplorare il centro della città organizzatrice delle Olimpiadi. Mi aspettavo un’atmosfera tristanzuola, preoccupata e deserta nella città da cui le autorità avevano suggerito di fuggire. E’ probabilmente vero che mancavano i turisti classici e i parigini erano partiti in vacanza (come abitualmente la prima metà di agosto), la città però era vivace e festante. Per le strade si vedevano tante persone con bandiere disegnate sulle guance, magliette delle varie nazionali, bandiere sventolanti. Persone felici e sorridenti. Qua e là spuntavano residui della cerimonia di apertura di due giorni prima.

Le Tuileries, sede del braciere olimpico, erano colme di curiosi e curiose con le loro macchine fotografiche. L’unica nota tetra era causata proprio dalle forze dell’ordine di ogni tipo che pattugliavano la città al punto che quando una sera siamo andate alla fan zone organizzata alle Arene di Lutèce dove un mese prima si era svolto Dolcevita-sur-Seine, siamo scappate dopo cinque minuti perché i militari con Kalashnikov appostati all’ingresso davano un senso scivoloso di insicurezza piuttosto che di tranquillità.

E’ stato passeggiando per strade allegre e festose (e libere dai parigini, detto da molti un po’ per scherzo, un po’ probabilmente per davvero) che ho realizzato che vivere nella città ospitante le olimpiadi sarebbe stata una esperienza presumibilmente unica nella mia vita e che forse valeva la pena approfittarne il più possibile.

Mi sono quindi trovata ad alternare il lavoro alle serate spaparanzata sul divano guardando le olimpiadi in televisione. Ma soprattutto è stato così che, al ritorno a Parigi della mia fidanzata, abbiamo iniziato ad aggiornare compulsivamente la piattaforma di rivendita dei biglietti alla ricerca di qualcosa di abbordabile e compatibile con i nostri orari di lavoro.

Tra una compulsione e l’altra abbiamo comprato i biglietti per la finale di calcio femminile ma soprattutto i quarti di finale di pallavolo femminile fra Polonia e Stati Uniti. Un po’ per caso, un po’ perché erano disponibili, un po’ perché colei che non ha un nome ma esiste si era trovata un posto singolo per andare la sera in cui avevo deciso di vedere Elio e la madre prima che partissero per le vacanze, ma la curiosità era tale che abbiamo trovato un secondo biglietto per me e ho anticipato l’appuntamento di un giorno. Quella partita, l’atmosfera di festa, la partecipazione del pubblico, l’adrenalina di uno sport che si gioca punto su punto, ha segnato l’inizio della nostra ossessione per la pallavolo. La sera a casa ci siamo viste il quarto di finale dell’Italia contro la Bosnia. Il giorno dopo nel primo pomeriggio, finalmente qualcuno ha messo in vendita due biglietti per la semifinale contro la Turchia a cifre che potevamo permetterci e il mio refresh compulsivo è stato premiato.

Né io né “perifrasi a caso per non dire il suo nome” siamo particolarmente patriottiche nel senso destrorso del termine. Per quel che mi riguarda non ho alcuna vergogna nel dirmi italiana, anzi, lo dichiaro anche con una certa fierezza. Il fatto che abbia deciso di costruire la mia vita all’estero non significa che rinnego le mie origini. Casomai è allontanandomi dall’Italia che ho iniziato a sentirne la nostalgia e non solo perché all’estero è altamente improbabile trovare un bidet. E’ stato partendo che ho realizzato quanto io sia italiana. Lo è il mio rapporto col cibo, lo è il mio sguardo sulla pulizia delle case, lo è il modo in cui gesticolo quando parlo, lo è il mio senso di appartenenza quando mi trovo con qualcuno che può capire perfettamente da dove vengo io. L’appropriazione becera che la destra ha fatto dell’amor di patria mi addolora e innervosisce. Amare il proprio paese per me non significa farlo acriticamente, senza riconoscerne le storture, così come non significa metterlo in competizione con altri o chiudersi totalmente al resto del mondo. Sono sconcertata e frustrata sempre di più dalla pochezza e pericolosità dell’attuale governo ma questo non mi impedisce di dichiararmi italiana. Addirittura, non mi impedisce di cantare con trasporto il bistrattato inno di Mameli. La partita ha risvegliato una mia piccola parte quasi ultras, che si alzava in piedi urlando alla fine di punti particolarmente entusiasmanti e che alla fine della partita, oltre a non avere più voce, ci ha trovate a guardarci negli occhi consapevoli che avremmo cercato anche il biglietto per la finale. Biglietto che abbiamo trovato, comprato e in un momento di lucidità finanziaria rivenduto.

Stade de France, ultimo giorno di paratletica

Quando le Olimpiadi sono finite, in qualche modo è finita anche l’estate. Le temperature che per una settimana-dieci giorni erano state finalmente più estive che autunnali si sono riabbassate, i parigini hanno iniziato a tornare in città, le bandiere sono sparite. Ed è vero che un paio di settimane dopo sono cominciati i giochi paralimpici, era però finito agosto, ossia quel periodo sospeso in cui si lavora a ritmi più rilassati e con uno spirito ancora vacanziero. E per quanto sia andata alle gare di nuoto paralimpico, o a visitare Casa Italia, o nella meraviglia di uno Stade de France stracolmo per l’ultima sera di gare di atletica, la sensazione di una perdita mi ha accompagnata fino alla sera della chiusura. Le promesse dell’estate si sono dissolte definitivamente con l’ultima nota dell’inno di Mameli dei cento metri femminili seguite dai Ricchi e Poveri di “Sarà perché ti amo” mentre uscivo dallo stadio.

Delle Olimpiadi ricorderò la leggerezza, le tifoserie mescolate, la voglia di partecipare, le facce allegre, la mia FOMO, le borracce che possono entrare nello stadio e pure col tappo mentre ai concerti manca poco ti sequestrano pure le mutande pur di farti consumare qualcosa, la pedalata lungo la Senna di ritorno dal Parc des Princess con la torre Eiffel nella luce dorata che precede il tramonto, la serata trascorsa tra gli Champs Élysées e il Louvre in mezzo a una folla curiosa e felice, il tramonto dietro l’arco di trionfo e una città seducente che ha ricordato al mondo perché Parigi è Parigi.

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