Prima di iniziare questo post sono andata a rileggermi quello che scrivevo lo scorso anno nello stesso periodo. Ottobre. Un mese che per anni ha coinciso con il mio onomastico, il sollievo della fine della preparazione atletica, l’inizio del campionato e una domenica in cui dormire un’ora in più. Un mese che dal 2022 ha una consistenza diversa. Un’alba al contrario, un inizio che non è mai andato oltre il suo potenziale, una sera che ha mostrato una versione nuova di me stessa e poi l’ha accartocciata la mattina dopo. Un mese che porta con sé una cicatrice che pulsa soprattutto il 16 e il 24 ottobre, come guidata da una sua memoria inconscia che non posso contrastare ma solo accogliere aspettando che arrivi il giorno dopo. Il percorso accidentato che si è srotolato sotto i miei piedi negli ultimi due anni però mi è ben chiaro e so che se mi crogiolo nella malinconia per una giornata di ottobre non sto avendo una ricaduta significativa, è solo la memoria del trauma che si rifa viva per poi dissolversi come se niente fosse durante la notte.
Il mio cambiamento nel corso degli ultimi dodici mesi penso sia evidente. Avere una persona accanto mi ha dato una stabilità che prima non avevo e mi ha spinta a finalmente iniziare una psicoterapia mirata per non portare il mio trauma nella relazione. Fino a pochi mesi fa camminavo portandomi dietro il peso del senso di colpa per non aver fatto abbastanza per Morgane, per non essermi resa conto subito della situazione, per aver aspettato troppo prima di sospettare che la sua lunga permanenza in bagno non fosse un tratto della sua personalità di cui ancora sapevo così poco bensì indice di qualcosa di strano. Rileggere queste parole adesso mi fa comprendere quanto l’unico modo per salvarla, forse, sarebbe stato che si accasciasse a terra davanti a me e non nella stanza della casa in cui, almeno per me, è più sacra la solitudine. Rileggere le parole che ho appena scritto continua a rendermi molto triste ma, a due anni di distanza, ho ricoperto questa tristezza con una nuova quotidianità, con nuove persone intorno, forse anche con la rarità di momenti in cui fermarmi a pensare. Soprattutto, l’ho ricoperta con un nuovo approccio alla vita, più fatalista ma non rassegnato, semplicemente con la consapevolezza che alcune cose succedono e che tanto vale accettarle e continuare a vivere perché la mia tristezza non cambierà le cose intorno a me.
Dopo mesi di continua rincorsa, le ultime settimane sono state più rilassate per quanto caratterizzate da comportamenti prettamente parigini come portarsi una birra e delle patatine e aspettare il tramonto sulla Senna un venerdì dopo lavoro; o andare in una Cinémathèque strapiena per l’apertura di una retrospettiva sul cinema di Pietro Germi.

Ho finalmente una nuova collega al lavoro a cui piano piano restituire i compiti non miei di cui mi ero fatta carico nei mesi di solitudine. Ci sono stati fine settimana in cui a casa abbiamo avuto il tempo di viverla, di prendercene cura. Abbiamo fatto il cambio degli armadi, cucinato, tutto senza rincorrere niente, per uscire poi a pomeriggio inoltrato per andare per mostre o semplici passeggiate per stare fuori di casa. Altre giornate in cui dopo lavoro abbiamo fatto passeggiate sotto l’ultimo sole dell’autunno che tra l’ora solare e il noto grigiore parigino, chissà quando lo rivedremo.
Questa città da cui voler scappare anche solo per qualche giorno per riposarsi dal suo continuo movimento ma questa città che, checché ne dicano i parigini, ha sempre qualcosa da offrirti e un mezzo di trasporto per raggiungerla a ogni ora del giorno. A Natale tornerò a Firenze e già sento che, se da un lato mi sentirò padrona del mio tempo e dei miei spostamenti essendo obbligata ad usare la macchina perché abito fuori città, dall’altro mi sentirò spersa qualora decidessi di lasciare la macchina in un parcheggio scambiatore e muovermi coi mezzi pubblici.
A Natale tornerò a Firenze e sarà trascorso un anno dall’ultima volta che sono stata a casa. Che anche se mi sento a casa quando dall’aereo inizio a intravedere le luci di Parigi, anche se ho coscientemente scelto di andarmene, è a Firenze che ho voglia di essere nei miei momenti di malinconia. È nelle “c” aspirate e nelle espressioni locali che mi riconosco. Ne ho avuti parecchi nelle ultime settimane di momenti in cui ho pensato con struggimento a quel che ho lasciato lì. La mia famiglia, i miei genitori di cui vedere il progressivo invecchiamento accumulato nei mesi dall’ultima volta che ci siamo visti e non impercettibilmente giorno per giorno. I miei amici, i paesaggi di un’eleganza quasi spocchiosa, le distanze ridotte, i supermercati, un passo più lento con cui muovermi. Ho pensato che, per quanto l’anno scorso sia tornata a Parigi più stanca di quando sono partita e per quanto sia stata due volte a Stintino, un anno lontana da casa è troppo lungo.
Quindi, al primo ponte disponibile, sono andata in Galles. A trovare mia sorella, però. Un giorno di viaggio da e per Parigi e tre con mia sorella, suo marito e una loro amica storica in mezzo a verdi pascoli, cascate di acqua, oziosi villaggi sul mare e delfini in lontananza, pecore, tante pecore, mucche, cavalli, cibo incredibilmente buono, colazioni inglesi incredibilmente pesanti ma sazianti e gallesi chiacchieroni e curiosi di saperne di più di questo strano gruppo di quattro italiani, di cui una che abita a Parigi, due a Londra, una nel Berkshire, che parlano inglese con quattro accenti diversi, due sono sposati, due sono sorelle, e hanno scelto il Galles per fare una vacanza.


Giovedì sera sono stata ad uno spettacolo di drag, cabaret e burlesque alla Machine du Moulin Rouge e ho realizzato che, da quando sono a Parigi, non sono praticamente mai stata a Pigalle, tanto meno la sera. Mi è sembrato di vedere un’altra città ancora, le vestigia della Parigi libertina di inizio Novecento ma in chiave moderna. Locali sulla cui eleganza mi interrogo di immagino spogliarelliste e negozi le cui vetrine mostravano completi da dominatrici e vibratori a forma di torre Eiffel.
E anche lo spettacolo che ho visto, fatto di corpi non conformi mostrati con ironia, fierezza e senza pudore, mi ha fatto respirare in un mondo che sembra andare sempre di più nella direzione opposta.
Sono state però anche settimane malinconiche, di riflessioni sul tempo che passa probabilmente propiziate dalla visione delle ultime puntate di The Crown, così segnate dal lutto, ma anche di struggente commozione quando ho dovuto rovistare in cassetti non miei alla ricerca di documenti non miei. Come se in quei cassetti ci fosse un’altra parte della persona accanto alla quale mi sveglio la mattina. Che magari sembra stupido perché c’erano solo tessere dei supermercati, contratti di lavoro, pile, adattatori, vecchie agende e foto tessere. Però è stato come se quegli oggetti di uso quotidiano, logistico, fossero piccoli pezzi di lei, della sua vita, del suo modo di conservarla di cui alla fine non sapevo niente e che mi hanno fatto compagnia un solitario venerdì sera parigino mentre lei era in Italia.
Ora che finisco di scrivere, fuori dalla finestra c’è il classico cielo basso e lattiginoso che avvolge la città in inverno. Le applicazioni del meteo avevano promesso un cielo parzialmente nuvoloso per oggi pomeriggio. Le applicazioni hanno cambiato idea. Io non ricordo quando ho visto il sole l’ultima volta.
