Da un po’ di tempo trovo sempre più faticoso scrivere questo blog. I primi tempi mi sembrava di fare un racconto della città, delle mie impressioni mentre ne scoprivo lati che al turista restano più preclusi, delle osservazioni su usi e costumi di questa novità. Poi ho raccontato le fasi di un lutto. Adesso invece mi sembra soprattutto di fare elenchi di cose fatte e viste nel corso dei due-tre mesi che spesso trascorrono tra un post e l’altro, senza particolare cura, senza particolare attenzione per la chiarezza di quello che scrivo. Ad esempio spesso parlo al plurale ma senza mai specificare che non si tratta di un plurale maiestatis fumoso ma che questo secondo elemento del “noi” ha un nome, delle fattezze, dei pensieri, una presenza, una concretezza e che probabilmente è anche artefice di molte delle cose di cui scrivo.
Mi sono messa a scrivere oggi, in una giornata di sole in cui dovrei preparare una valigia, perché ieri ho sentito proprio l’urgenza di dare forma ai pensieri che si sono accumulati mentre col suddetto “noi” visitavamo la mostra che il museo Carnavalet ha dedicato ad Agnès Varda e al suo rapporto con Parigi. A dire il vero sono pensieri che hanno già trovato una loro strada verso l’esterno perché sono stati al centro della conversazione avuta durante il ritorno a casa con, per l’appunto, questo secondo elemento del mio “noi”.
Conosco molto poco Agnès Varda e, confesso, non sono andata alla mostra mossa da entusiasmo, piuttosto da una volontà di accompagnamento e un po’ di curiosità. Ebbene, è stata una di quelle mostre capaci di generare volontà di seguire slanci creativi e di interrogarsi sul senso di quello che si fa chiedendosi se davvero non c’è spazio per altre espressioni del sé, oltre a quelle del lavoro.
Sono pensieri che mi interrogano perché a me piace sinceramente il mio lavoro. E non lo dico solo per rassicurare la mia direttrice che di tanto in tanto capita su queste pagine. Quando mi suona la sveglia la mattina, non penso alla fatica del lavoro, penso alla crudeltà del risveglio forzato e all’imprevedibilità di trasporti solitamente troppo affollati per cui mi riprometto, appena la vita riprenderà il suo pieno ritmo, di provarci davvero a riprendere la bicicletta. È però innegabile che il lavoro occupi un tempo maggioritario all’interno delle giornate. E non è solo il tempo del lavoro che riempie le ore, è anche il tempo per raggiungerlo e quello che richiede la sua organizzazione una volta tornata a casa ossia quella che io chiamo dittatura della schiscetta per cui ad ogni giorno di lavoro, corrisponde un pranzo da preparare la sera prima. Per cui ci sono alternative, lo so, ma certi scogli sono più duri di altri da sormontare.
Quando ho cominciato a lavorare alla Maison de l’Italie venivo da anni in cui o avevo lavorato a tempo parziale o non avevo lavorato proprio. Il tempo era mio, quello che vedevo, che leggevo, che ascoltavo, aveva tempo di sedimentare, di essere elaborato, di prendere altre forme. Adesso a volte ho l’impressione di vivere in uno stato di accumulo continuo di esperienze senza avere l’energia di ricostruirne il loro senso.
Non è neanche senza significato il fatto che abbia trovato il tempo per annotare questi pensieri adesso che forse è la prima volta dopo troppi mesi in cui ho la tranquillità per posarmi in un posto dopo aver comunque vissuto varie esperienze tra un post e l’altro, in cui ho visitato varie mostre e in cui sto finalmente portando a termine un libro che, per quanto racconti la storia di Jacques Coeur vissuto nel Quattrocento, apre anche riflessioni sul presente. Sarà che sono ufficialmente in ferie, sarà che Parigi ad agosto è una città che non ti travolge con le sue troppe persone da vedere e troppe cose da fare, sarà, forse, la necessità di trovare una ragione per procrastinare la preparazione di una valigia, ma oggi sono riuscita a mettermi a scrivere per un senso di necessità e non quasi di dovere.
Ieri, mentre percorrevo a piedi il viale che costeggia la Senna verso Bercy, viale la cui insignificanza estetica è seconda solo al fastidio del suono frastornante delle tante auto che lo percorrono, davo forma a questa sensazione di libertà perduta che però, allo stesso tempo, non si traduce in una gabbia da cui voler scappare a tutti i costi. Come dire, non è che non mi piaccia la mia vita in questo momento, c’è però qualcosa che le manca.
Ritorno spesso ai miei tre mesi di Workaway in giro per la Francia come fossero stati tre mesi di stato di grazia, in un picco di umore positivo difficilmente replicabile. Forse è uno stato impossibile da mantenere sul lungo periodo, forse quel tipo di vita non è compatibile con la vecchiaia che ad un certo punto giunge e se non ci hai pensato prima, la previdenza sociale non si inventa. Però sono mesi che mi mancano, mi manca la continua scoperta del sé e dell’altro possibili soltanto quando si è in continuo movimento, quando le persone intorno a sé cambiano e ci si deve adattare. Probabilmente ho dimenticato anche la fatica psicologica di questo continuo adattamento e dei saluti alla partenza, la preoccupazione di non sempre sapere dove andare dopo e del conto in banca che si assottiglia, però ricordo quei mesi come mesi in cui il tempo aveva un’altra consistenza e in cui le cose che scrivevo nascevano dall’attenzione data dalla proprietà quasi totale del mio tempo.
Mentre scrivo questi paragrafi mi chiedo anche se una soluzione potrebbe essere trovare un’attività di espressione del sé a cui dedicarmi con la stessa costanza che ho sempre riservato al calcio però fatico a decidermi e a buttarmi nell’ignoto senza sapere se, magari, quel coro mi piacerà o meno, se davvero me la sento di ricominciare con un’attività che richiede due sere e un sabato pomeriggio a settimana dopo che la mia vita attuale è cominciata quando ho smesso di avere due sere e una domenica pomeriggio a settimana impegnate, se voglio il tempo o qualcosa di mio con cui riempirlo.

Sono questi i pensieri che mi animano in queste settimane in cui ho alternato giorni di lavoro intenso a fine settimana in cui recuperare varie mostre accumulate negli ultimi mesi e che ormai stanno giungendo a chiusura. Mostre che forse non mi sarei goduta tra una rincorsa e un’altra e che invece, all’interno di fine settimana che sembrano quasi vacanze, hanno beneficiato di tutta l’energia che meritavano. Sono uscita frastornata dalla quantità di informazioni, quadri e riflessioni sulla condizione femminile nell’arte dopo la mostra dedicata ad Artemisa Gentileschi; ho rivisto molto del mio lavoro accanto a Sergio Staino durante la mostra sull’opera di David Hockney; ho scritto questo post dopo aver visitato la mostra sul rapporto di Agnès Varda con Parigi; ho fatto una scappata domenicale a Bayeux, in Normandia, per vedere l’incredibile arazzo (che più che un arazzo è un ricamo) che da quasi mille anni racconta la conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore.

Ho anche passeggiato in questa Parigi quasi autunnale, più vissuta e meno di passaggio rispetto a quella in cui abitavo prima. Ho visto come la città cambia nel corso di una passeggiata, dalla coulée verte coi suoi alberi sul viadotto di una vecchia ferrovia fino al Marais che più ci si avvicinava e più la lingua parlata diventava un inglese con accento statunitense, per poi tornare a casa prendendo il canale del porto dell’arsenale con tutte le sue barche ormeggiate che si stenta a credere di essere a Parigi. La rue Crémieux, colorata e pedonale come se fosse un villaggio di campagna e non un’enclave nell’anonimato delle zone intorno alle stazioni; il Bercy village ossia purtroppo un centro commerciale che ha riempito gli splendidi antichi magazzini del mercato vinicolo di Parigi; la ferrovia che sembra separare il quartiere di Bercy, fatto soprattutto di edilizia residenziale recente, e il quartiere in cui ci siamo trasferite da poco con i suoi commerci di prossimità e locali frequentati soprattutto dagli abitanti del quartiere.
Ho insomma, visto ancora un’altra Parigi che, dopo tre anni qua, alla fine continua ad avere nuove storie da raccontarmi.
