Ho pubblicato il mio ultimo post a inizio agosto, una domenica pomeriggio di sole in cui anziché fare la valigia ho sentito l’irresistibile impulso di scrivere prima di uscire per una passeggiata tardo pomeridiana lungo un pezzo dell’incredibile percorso della Petite Cinture del XII arrondissement. La Petite Ceinture è una linea ferroviaria lunga 32,5 km che circonda Parigi all’interno dell’anello formato dal péripherique, ed è ormai dismessa da una trentina d’anni. Alcuni tratti del suo tracciato sono stati recuperati come luoghi di vegetazione all’interno della città ma, poiché la linea appartiene ancora alla società ferroviaria francese, esiste un dibattito sul suo utilizzo come passeggiata o come ulteriore linea di trasporto pubblico.

Posso rassicurare lo sparuto pubblico di questo blog che la valigia è stata poi sia preparata sia utilizzata in ogni suo centimetro cubo per le quasi tre settimane di viaggio che mi hanno portata prima a Stintino, luogo del mio eterno ritorno e il cui ritmo assonnato fatto di grandi dormite, libri, mare e alimentazione a cura della mamma è stato garante di un riposo a lungo agognato. Dopo qualche giorno di Stintino, le vacanze mi hanno condotta all’aeroporto di Alghero per poi proseguire a due verso il Sulcis, nel sud-ovest della Sardegna per dieci giorni a due di sconvolgimento che quasi ci usciva dagli occhi per quanto ogni giorno è stato carico di sorprese e di una FOMO* che raramente ci ha fatte riposare.
Lontano dai fasti della Costa Smeralda, il Sulcis conserva una dimensione al contempo popolare e ancestrale visibile. Con Portoscuso come base, abbiamo esplorato la regione col fervore di un innamoramento e la disperazione di un tempo assolutamente non proporzionato alla ricchezza dei luoghi. Abbiamo cominciato la vacanza con un bagno veloce nella piccola spiaggia della Caletta seguita da un aperitivo di rara bontà al tramonto, sconvolte dalla differenza tra quello che si può ottenere allo stesso prezzo a Parigi e a Portoscuso in termini di aperitivo. L’abbiamo continuata guidando per chilometri nel vano tentativo di non perderci niente di questa terra in cui si mescolano storia antica e recentissima, paesaggi incredibili, mare sardo che raramente delude, gelati indimenticabili e la piaga dei chioschi strategicamente piazzati laddove il sole tramonta e che non concepiscono la possibilità che le persone vogliano ascoltare il solo rumore del mare. Abbiamo visitato miniere metallifere, miniere di carbone, grotte scoperte per caso all’interno di miniere metallifere, l’ingegnoso Porto Flavia, villaggi minerari abbandonati, menhir risalenti a circa 5000 anni fa come “poggiati lì” in un fazzoletto di terra tra terreni privati appena prima dell’istmo che porta a Sant’Antioco, nuraghi, necropoli, case ipogee, saline, templi punico-romani, il villaggio abbandonato di Tratalias, la medievale Iglesias e la razionalista Carbonia, l’arabeggiante Calasetta e i carrugi genovesi di Carloforte.
Abbiamo anche visto il mare, graziate dalle tempeste di Maestrale che hanno reso difficile la balneazione solo l’ultimo giorno. Masua, porto Flavia, la lunga distesa di Fontanamare, cala Sapone e Portixeddu a Sant’Antioco, cala Lunga e cala Domestica appena sotto Buggerru, Porto Pino, la scogliera tra Portoscuso e capo Altano, la caletta rocciosa di Capo Sandalo sull’isola di San Pietro vivibile anche a Ferragosto perché ci vuole motivazione a percorrere in discesa un sentiero senza ombra sapendo che al ritorno sarà tutta salita.
Abbiamo visto il sole scomparire nel mare al tramonto e l’ultima tessitrice di bisso, l’orgoglio per la ricchezza storica e la sensazione di disarmo dopo la chiusura delle miniere avvenuta alla fine degli anni ’90. Abbiamo alternato pasti da squattrinate comprati alla gastronomia della Conad con pasti (e un gelato in particolare) di struggente bontà. Per dieci giorni abbiamo percorso le strade del Sulcis immaginando altri infiniti viaggi non solo nel Sulcis, perché quando ti capitano le visite guidate individuali è anche facile finire per raccogliere altre idee di viaggio in questa terra che per me in parte è casa ma che conosco così poco e che mi sorprende ad ogni a angolo.



Sono anche passata da casa, in Toscana, tre giorni intervallati da un matrimonio in Umbria. Tre giorni in cui casa ha regalato i motivi per cui mi manca. Il passaggio di una delle rare amiche in città, gli aperitivi o le cene in famiglia in terrazza o in giardino, zii o cugini che raramente vedevo anche quando vivevo ancora in Italia, il cibo buono, il silenzio della campagna, la lontananza dalle fiumane di persone che si accalcano in città, la sicurezza della Coop.
Dopo quasi tre settimane in Italia, il ritorno a Parigi non è però stato traumatico, anzi. Nonostante lo struggimento degli ultimi giorni, sono stata contenta anche di tornare nella mia casa a Parigi, quella della mia quotidianità, in cui ritrovare tutto ciò che avevo lasciato. I miei vestiti, le mie abitudini, la mia dispensa con cui dovermi ricordare come si cucini dopo tre settimane lontana dai fornelli. Nonostante le settimane che mi aspettavano, non sono neanche stata dispiaciuta di ritrovare il lavoro.
Ho trascorso le prime due settimane di rientro a Parigi da sola. Ho cucinato al suono di podcast e raramente ho spento la luce dopo le undici di sera. Molte serate sono finite sul divano con un libro, così come ampi stralci di fine settimana. Non ho corso da un angolo all’altro della città ma non mi sono neanche reclusa in casa. Sono stata sequestrata dal museo Carnavalet che ripercorre la storia di Parigi ma al momento della rivoluzione francese ero ormai stremata e sono tornata a casa. Ho fatto giri di perlustrazione alla ricerca di una soluzione alla cerniera rotta della mia valigia. Sono stata a trovare mia zia che lavorava alla fiera di Maison&Objet al parco delle esposizioni prima di tornare verso la città con lei e l’amico con cui lavorava per un sabato sera tra Gallerie Lafayette e Bouillon Chartier perché se vuoi fare un’esperienza caratteristica a prezzi civili, non c’è niente di meglio che mettersi in fila e attendere pazientemente il proprio turno di sedersi ad uno dei tavoli di questi grandi ristoranti popolari nati a cavallo fra Otto e Novecento. Soprattutto, un sabato pomeriggio sono andata alla Maison de l’Italie per recuperare la mia bicicletta abbandonata da quando ho traslocato e mai più ripresa, intimorita dalla distanza maggiore e da pendenze molto più importanti rispetto alla casa in cui abitavo prima. L’idea era di prendere confidenza lentamente col percorso, la pratica ha voluto che lunedì primo settembre fosse una giornata difficile per i trasporti e da quel giorno, a parte il sabato pomeriggio delle giornate del patrimonio e un mercoledì troppo piovoso per aver voglia di intabarrarsi, non sono più andata al lavoro o tornata a casa coi mezzi.
Il mio percorso da rastrelliera a rastrelliera dura circa 28 minuti in andata e qualcosa di meno al ritorno. Non è particolarmente spettacolare ma ha il pregio di essere per il 90% composto da piste ciclabili protette che si fanno comunque rimpiangere davanti al 10% promiscuo coi bus e non particolarmente trafficate, a differenza di quelle che collegano place de la République con la zona di Notre Dame che percorrevo quando abitavo a Belleville.
La salita del boulevard Vincent Auriol è lunga e noiosa ma spezza le gambe meno di altre pendenze più brevi che incontro sul percorso. Certo è che mentre pedalo siamo solo io, la mia fatica e i rumori della città intorno a me perché le cuffie non sono ammesse. Però, al di là della fatica (soprattutto alla fine della settimana), del dover aggiustare l’abbigliamento sulla base della possibilità di sudare ed essere accaldata già dopo cinque minuti nel momento in cui varco la Senna, so quanto durano i miei tragitti e non sono costretta dentro scatolette di latta colme di troppe persone dall’aspetto spesso stanco e infelice e a volte pure un po’ puzzolente, senza aria condizionata e la cui puntualità è ogni giorno una scommessa. Soprattutto, quando arrivo al lavoro, il mio risveglio è ampiamente completato perché in quella mezz’ora di tragitto ho dovuto allertare ogni mio senso per proteggermi da tutti i potenziali pericoli che incontro per strada, che siano pedoni, altri ciclisti oppure automobilisti la cui attenzione quando devono girare a destra (incrociando quindi la pista ciclabile) non è da darsi per scontata mai.
Al di là di qualche piccolo fastidio, comunque, tanto mi è piaciuta l’esperienza della bici che dopo la mia prima settimana di settembre ho anche comprato una bici più performante, svenduta da una signora su un gruppo Facebook. Non avendo una cantina o un locale adibito al ricovero delle biciclette nel mio palazzo, però, mi trovo nella situazione di chi ha pagato di più i lucchetti (e a seguire gli accessori) della bicicletta.
Considero però andare al lavoro in bicicletta un privilegio perché abito sufficientemente vicina al lavoro per potermi permettere il pendolarismo su due ruote, dentro Parigi riservato soprattutto a persone bianche (o studenti squattrinati, va detto) e fa un certo effetto tutti i giorni condividere le piste ciclabili da un lato con biciclette soprattutto elettriche, o attrezzate per portare uno o due bambini che vivono la bici come una macchina e magari mentre il genitore pedala loro leggono un fumetto, e dall’altro rider che in giro portano solo le spese e le cene di chi spesso, immagino, ha le altre bici.


Nelle ultime settimane si è parlato di Parigi e della Francia per la caduta del governo e le conseguenti manifestazioni. L’apocalisse prevista dalla mia collega (e probabilmente da molti altri che il giorno prima degli scioperi hanno svuotato gli scaffali dei supermercati) per ora non è avvenuta. Nel mio percorso in bici non ho incontrato quasi niente che facesse pensare a quel che invece è successo nel nord-est della città. Solo una banca aveva protetto i suoi locali con pannelli in legno e un ristorante aveva chiuso per lo sciopero ma sennò, al di là di forse molte più persone per strada a piedi, le due giornate di sciopero di settembre non hanno minimamente intaccato la mia quotidianità.
Mi rendo conto che il sollievo di non aver avuto problemi ha in sé il retrogusto sgradevole della crumira ma la verità è che la mia vita, da quando sono a Parigi, è solo migliorata e le sue stonature, sembra assurdo, forse ancora dipendono più dall’Italia che dalla Francia. So anche che non si manifesta solo per se stessi e che la disparità sociale è un problema vero ma è difficile urlare la propria rabbia quando questa rabbia ancora non c’è. La rabbia che invece c’è e che, ammetto, non è particolarmente manifesta, è quella che aumenta, mista ad un senso di impotenza, di fronte alle notizie che vengono dal Medio Oriente e non solo. Credo di non aver mai espresso un parere in queste pagine virtuali negli ultimi due anni. Non che mi immagini stuoli di persone ad aspettarlo e non che non abbia sempre saputo chiaramente da che parte non potevo stare, al di là della pietas dovuta al tempo sospeso di chi è in prigionia senza sapere se e quando potrà tornare a casa. Questa contemporaneità fatta di virili (perché quasi sempre di uomini si parla) manifestazioni di forza sulla pelle di persone che nella maggior parte dei casi non hanno alcuna voce in capitolo, mi schifa. E per quanto abbia cercato circonlocuzioni verbali per evitare l’uso del verbo schifare, proprio non riesco a trovare un altra parola che esprima i miei disgusto, disprezzo, orrore, rabbia, fastidio insieme al sogno di un contrappasso impossibile per cui ognuno di questi soggetti sia costretto a vivere la vita di chi subisce coattivamente le loro scelte.
Penso anche all’ironia di vivere quello che è forse il periodo più stabile della mia vita finora mentre intorno si sente proprio lo sfrigolio di troppi deliri di onnipotenza ma cerco anche di ripetermi che non è esistito un solo periodo storico senza le sue crisi da attraversare e, ahimè, adesso tocca a questa. Il mondo non è mai finito, forse non esistevano ancora armi con la stessa potenza distruttiva di quelle che esistono adesso, e probabilmente non finirà neanche questa volta. Resta da vedere come ne uscirà.
Ad un certo punto di settembre mi sono anche ricongiunta e se da un lato sono diminuite (ma non sparite) le serate sul divano a leggere, sono arrivate anche giornate fischiettanti e dense al punto giusto, senza rincorrere. Una serata al cinema (The Roses, non imperdibile ma Olivia Colman e Benedict Cumberbatch valgono sempre un biglietto); il teatro-circo acrobatico di Hourvari della compagnia Rasposo consigliato da una mia amica, in un tendone effimero a pochi passi da casa e quasi soverchiante per la bravura degli attori e acrobati; la mostra di Wolfgang Tillmans al Centre Pompidou vista quasi correndo perché arrivate poco prima della chiusura; un pomeriggio delle giornate europee del patrimonio passato alla Cité universitaire in cui lavoro ma delle cui altre maison so molto poco seguito da una rapida esplorazione dall’altro lato del périphérique alla ricerca della pasticceria portoghese meta della comunità lusitana all’uscita dalla messa e una serata nuovamente a teatro per La chair est triste, hélas con Anna Mouglalis al Theatre de l’Atelier, nel XVIII arrondissement.
Probabilmente l’ho già scritto varie volte ma quel che mi colpisce ancora di Parigi è il suo essere tante cose diverse e anche distanti all’interno della stessa città. L’abisso che c’è fra il brulicare un po’ puzzolente della fermata di Barbès-Rochechouart e il radicalismo borghese tangente il turismo di massa di Montmartre 500 metri dopo. In questo mese ho attraversato vari arrondissement, in bici o a piedi. Bercy, Place d’Italie, Montsouris, Butte aux Cailles, périphérique interno, Batignolles, Montparnasse, Marais, Picpus, Belleville, Aligre, ognuno con le sue caratteristiche, ognuno che sembra avere una storia e una vita a sé.
Qualche giorno fa parlavo con un’amica innamorata di Londra che resta la città in cui avrebbe voluto vivere ma non ha potuto. A Londra tutto è in continuo movimento, a Parigi invece si vedono le stesse cose da almeno cent’anni. Sarà che io vengo da una città i cui abitanti guardano la cupola del Duomo quasi come l’avessero appena costruita loro ma, per quanto concordi sulla maggiore dinamicità di Londra, ancora riconosco in Parigi la voglia di cambiare, di proporre sempre qualcosa di nuovo da fare. O forse, semplicemente, sono ancora nella fase dell’innamoramento e di questa città ne vedo ancora più i pregi che i difetti.
A Parigi la fine dell’estate ha seguito un pendio digradante fino ad arrivare al canto del cigno dell’estate, festeggiato a bere spritz su una péniche, subito seguito da temperature di un autunno inoltrato che hanno fatto scattare la fatidica domanda nella chat del condominio: quando viene acceso il riscaldamento condominiale?
*FOMO = Fear of missing out, la paura di perdersi qualcosa