In questi mesi ho provato più volte a iniziare a scrivere un nuovo post e ogni volta mi sono arenata sulla scarsità di spazio-tempo in cui posarmi e mettere per iscritto avvenimenti e sensazioni. Non che non abbia avuto dei pomeriggi di solitudine ma la vita adulta chiede molte più attenzioni di quelle che pare dare. Spese, lavatrici, commissioni varie e un imborghesimento inedito per cui ho spesso riempito momenti di vuoto rilassamento con una insensata voglia di cucinare. Voglia forse è una parola grande, quello che però è evidente è che sono cambiate le cose che mangio. Colpa ma soprattutto merito di Too good to go a cui ci siamo affidate con la mia compagna di vicissitudini parigine per contenere le spese mensili senza rinunciare a tè e tisane la cui qualità e varietà ci iscrivono di diritto nell’alveo dei bobo, bourgeois bohémiens, i radical chic locali. Too good to go ci costringe alla assoluta imprevedibilità della spesa e, soprattutto, a sviluppare l’ingegno perché il cibo in via di deperimento e la cui natura è sempre una sorpresa va utilizzato rapidamente e in modi creativi. Sembra un paradosso ma mi sembra di non aver mai mangiato così bene e variegato come da quando molte spese passano da scelte altrui. Il prezzo di questa varietà sono però il sottostare agli orari di recupero del cibo e, soprattutto, l’impossibilità di mettere la spesa in frigo e dimenticarsene fino al momento del bisogno perché sennò risulterà immangiabile.

Questa introduzione lascerebbe pensare che ho passato gli ultimi tre mesi a cucinare. Che non è del tutto falso, penso di aver fatto più dolci nel periodo intercorso fra questo e il post precedente che in tutto il mio tempo a Parigi, ma il perfezionamento della tecnica di preparazione degli scones necessitava tutta la mia attenzione e, soprattutto, ho scoperto che, non essendo i dolci necessari per l’alimentazione, volerne preparare è indice di tempo per il superfluo e quindi rilassamento. Mi ha ricordato le mie tante domeniche pomeriggio di quel lontano periodo pre-pandemico in cui di ritorno dalla partita che avevo appena giocato, preparavo dolci anche solo per me stessa, per il solo piacere di farlo.

Il clima insolitamente mite fino a Natale e con precipitazioni al di fuori dei miei orari di tragitto casa-lavoro mi ha permesso di perseverare nell’uso della bicicletta per andare al lavoro, tanto che quando mi sono capitati periodi prolungati in cui i miei spostamenti si sono limitati al trasporto pubblico, ho notato un sensibile cambiamento in negativo dell’umore. Ci sono state serate in cui togliendomi la maglietta termica sudata, sono stata investita da una vera e propria madeleine proustiana ma dall’odore meno gradevole per gli altri: era lo stesso odore che aveva impregnato i miei anni di calcio e ritrovarlo mi aveva riportato al piacere successivo alla fatica, alla sensazione di aver fatto qualcosa di buono per me stessa. Poi è arrivato l’inverno vero e la difficoltà a riprendere il ritmo ma la consapevolezza che stare stipata in un vagone della metro non mi piace mentre la libertà della bici sì.

Uno dei grandi temi dell’età adulta è quello della gestione del denaro, del suo accantonamento e utilizzo. Nel mio caso forse il tema precede di gran lunga l’età adulta perché me lo ricordo come una costante di tutta la mia vita. La sua scarsità e la necessità di fare delle scelte e delle rinunce mi ha accompagnata fin da quando sono in grado di comprenderne il concetto. Allo stesso tempo, non posso non notare come in questo anno dall’andamento più oculato ho l’impressione di aver vissuto più e meglio il denaro speso. Perché questi mesi non sono stati una rigida alternanza di casa, lavoro e attività a basso costo. Casomai sono stati mesi in cui è stata fatta attenzione allo spreco, ai soldi spesi a caso. In cui magari, anziché andare a mangiare la pizza fuori, adesso viviamo in un quartiere nei cui supermercati si trova la pinsa e possiamo guarnirci quella e mangiarla guardando una serie tv proiettata sul muro del nostro salotto. O in cui finalmente decidermi a fare la tessera delle biblioteche di Parigi per poter divorare la serie a fumetti de L’Arabe du futur anziché comprarla. E se amici cedono biglietti omaggio, che siano per Brunori Sas o per una per me pessima versione teatrale di Petrolio di Pasolini, o una difficile sinfonia di Luciano Berio ma alla magnifica Maison de la Radio, essere sempre disponibile. Con questo non voglio dire che non effettuo più alcun tipo di attività a pagamento, la partita di Champions League femminile fra Paris FC e Barcellona era per me irrinunciabile (ma va detto che costava anche molto poco), però approfitto della fortuna e del privilegio di avere queste occasioni.

A ben guardare la galleria fotografica del mio telefono, infatti, non può non saltare all’occhio che da Parigi mi sono anche allontanata. Sono stata in una Roma di inizio ottobre a tratti fredda ma il cui sole mi ha avvolta da dietro mentre facevo colazione. Una Roma vissuta per la prima volta con una romana, tra passeggiate nel quartiere popolare in cui è fieramente nata e cresciuta e visite ai fasti di Palazzo Farnese o alla monumentalità dei Fori Imperiali.

A inizio dicembre siamo state in una Lisbona dalle temperature primaverili ma le cui strade erano rese vivibili dall’inverno e in cui la gentilezza sincera dei portoghesi ha evidenziato ancor di più quella di facciata con cui è facile scontrarsi a Parigi.

Natale è stata la solita trottola di vita sociale fiorentina di un anno concentrata in una settimana per cui i giorni più rilassanti hanno finito per essere quelli in cui sono andata a Roma in giornata e in cui mi è stata ricambiata la visita da Roma a Firenze, sempre in giornata.

A Parigi dopo l’autunno infinito è arrivata anche la neve. Di quella che si posa nei suoi parchi aperti e fa tirare fuori gli sci e gli slittini mentre intorno prende forma una popolazione di pupazzi di neve. Neve di eccitazione infantile ai primi fiocchi che rimangono attaccati a terra senza sfaldarsi, neve di preoccupazione e scarpe adeguate al cammino quando si fa un lavoro che non prevede il telelavoro ma soprattutto neve di meraviglia per il vestito inedito che regala alla città.

Questi ultimi mesi sono stati mesi felici ma sono anche stati mesi in cui l’ostilità della città e di questi tempi sono stati evidenti più che mai. Tempi in cui viviamo in una casa che sentiamo nostra ma al cui prezzo gonfiato (legalmente ma in maniera ricattatoria) non corrisponde un’attenzione al nostro benessere di inquiline modello che vivono con muri resi bagnati dall’assenza di griglie di aerazione e però non abbiamo né un dossier competitivo per la giungla degli affitti né la voglia di cercare altro e traslocare. E questa forse è solo la superficie micro di una evidenza macroscopica: non è un mondo per poveri o mediamente poveri e il senso di precarietà impotente che ha accompagnato il 95 per cento della mia esistenza su questa terra non ha proprio voglia di lasciarmi andare.

Sarà che gennaio è sempre stato il mese più lungo e insofferente dell’anno, che non prendo la bici regolarmente da tre settimane, che mi sto avvicinando a traguardi anagrafici importanti con la sensazione di aver sprecato qualcosa, che probabilmente sarà un’altra estate di cambiamenti e che mi sento intrappolata in contingenze temporali-economiche che mi impediscono di fare tutto quello che vorrei, ma il mio passaggio nel 2026 è stato meno spensierato di altri.

Parigi mi ha regalato ampi stralci di bellezza e non riesco a proiettarmi credibilmente in nessun altro altrove ora come ora, ma a volte ci vuole proprio passione.

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