Nel periodo assurdo che sto vivendo c’è anche che scrivo queste prime righe alle 23h30 di un sabato sera mentre aspetto che la lavatrice finisca. In un mondo ideale l’avrei programmata oggi e l’avrei stesa domattina. Io però non sto vivendo in un mondo ideale da circa un mese e mezzo ed è bene che sia sveglia a controllare cosa succede perché qualche giorno fa la lavatrice non si è trattenuta e sul pavimento del bagno è colata una certa quantità di acqua. Siccome non era abbastanza, è avvenuto in mezzo alla settimana, a mezzanotte, quando sono rientrata a casa da una folle giornata di lavoro iniziata alla Maison de l’Italie e finita in un co-working alle 23h30 a lavorare su Dolcevita-sur-Seine tra risate, pinsa e vino bianco. Quindi, poiché l’idraulico che doveva venire stamattina si è presentato alle 18 (del resto il periodo è assurdo), sono in ritardo su tutti gli aspetti di gestione di una casa in cui sto poco e/o con la testa in continuo movimento su aspetti direi più cogenti del mio presente: il lavoro. Un po’ perché con l’avvicinarsi dell’inaugurazione del festival si inizia a correre ma soprattutto perché da circa un mese e mezzo sono da sola a gestire il lavoro di segreteria alla Maison de l’Italie in un periodo dell’anno particolarmente cruciale. Quindi le mie notti si sono fatte più corte e più leggere, le liste di cose da fare per Dolcevita si mescolano con le idee su come gestire la marea di lavoro sommerso che è una segreteria. Voglio dormire ma la mia mente ha avviato il motore e si spegne solo per sfinimento. Il mio corpo accusa i colpi ma la vera verità è che io lavoro meglio quando il ritmo si fa serrato.
Da quando ho scritto l’ultimo post sono stata a vedere un concerto dei The National e ho comprato i biglietti per Paul McCartney a dicembre come a confermarmi la centralità di Parigi nelle tournée di artisti che da Firenze mi avrebbero imposto di prendere la macchina e probabilmente anche prevedere una notte fuori.
Ad una settimana l’una dall’altra, il covid si è abbattuto impetuoso prima su colei che scherza che da quando ci conosciamo ho la pelle di una diciottenne (ma un po’ forse ha ragione) e poi su di me. Mi sono quindi scontrata per la prima volta con la burocrazia di un arrêt maladie avendone fatto uno solo in vita mia in Italia in cui peraltro non ricordo di aver dovuto fare niente se non telefonare al lavoro per dire che dall’ospedale mi avevano messa in malattia per una settimana a causa di una caviglia malconcia. E invece qui non avevo la forza di uscire di casa per vedere un medico, tanto meno il mio che non è raggiungibile per telefono. Gli esseri umani però sanno organizzarsi ed esiste la téléconsultation, i medici che consultano in videochiamata e possono rilasciare certificati di malattia di massimo tre giorni. Salvo poi scoprire con orrore che la trasmissione del certificato alla cassa di previdenza avrei dovuto farla io, entro le 48 ore dalla malattia, per posta cartacea, come a dimostrare che quel che si dice della burocrazia francese è proprio vero. Per completezza di informazioni devo però aggiungere che la trasmissione è stata fatta dall’ufficio contabile del lavoro alla ricezione del mio certificato via mail.
Prima però del covid sono stata a votare alle europee per il mio primo voto da iscritta all’Aire, un atto per cui bisognava essere davvero motivata vista la lontananza del seggio. Poi però era un pomeriggio soleggiato e non troppo caldo e ne ho approfittato per prendere una bicicletta e attraversare la città da oltre il péripéhrique a nord fino alla rive gauche a sud, attraversando quartieri a me ancora sconosciuti in cui sentire di potermi sentire a casa e altri invece da rifuggire con la loro grandeur spocchiosa e sicuramente più costosa del necessario.
Tra un covid e l’altro ho fatto anche un rapido passaggio al museo Bourdelle che col suo silenzio, il suo giardino rigoglioso e le immense statue uscite dal suo atelier tra fine Ottocento e inizio Novecento, sottolinea ancora di più lo stridore con un quartiere sventrato dalle torre di Montparnasse. Ho sentito tenori sardi all’Istituto italiano di Cultura e canti popolari del sud Italia in angoli più popolari di Parigi. Ho lavorato il fine settimana ma siamo anche uscite la sera in bici o a piedi, all’ora dei seducenti tramonti parigini trovandoci un po’ per caso nel luogo in cui praticamente un anno fa ci siamo conosciute e pensare di essere felice.


Una domenica abbiamo preso un treno per andare a Meudon, a poche fermate da Parigi, e ci siamo trovate in un parco poco frequentato e costellato da installazioni di arte contemporanea intorno a un laghetto artificiale esagonale di fine Settecento. È bastato un pomeriggio fuori da Parigi per trovare un po’ di requie al movimento incessante cui ormai non si fa neanche più caso della città.
I giochi olimpici sono sempre più vicini. Intorno a me l’entusiasmo scarseggia, sono molto più palpabili invece le conseguenze negative su chi resterà in città. Io per ora sono troppo stanca per essere preoccupata e l’orizzonte più lontano a cui tendo sono le ferie che precedono l’inizio dei Giochi.
Ho anche avuto una vita sociale e non necessariamente legata al lavoro. Ho visto mia sorella ben due volte in un mese e sapere di averla a distanza di treno è tra gli aspetti che più mi rassicurano di Parigi. Sono stata a sentire una mia amica cantare col suo strepitoso coro nella cappella dell’ospedale della Pitié-Salpêtrière in quello che probabilmente fa parte dei tanti meravigliosi luoghi nascosti di Parigi. Ho salutato la psicologa, a risentirci se ne ho bisogno ma per lei abbiamo concluso il percorso iniziato a febbraio.



Ho anche atteso alcuni fine settimana in cui sapevo che sarei stata da sola, per poi rendermi conto di quanto ormai la presenza di una persona accanto dia sostanza e stabilità alle mie giornate e me ne farò una ragione se non riesco più a organizzare le mie lavatrici secondo un preciso schema settimanale per cui sapevo sempre esattamente cosa era sporco e cosa pulito.
Sotto il cielo di Parigi sembra di essere a novembre da mesi ma tra qualche settimana saranno due anni che sono a Parigi. Un anno sconquassante e un altro di ricostruzione e ricerca di una stabilità economico-lavorativa-personale. L’obiettivo per il terzo anno è di trovare degli spazi al di fuori del lavoro e della vita di coppia per perseguire sistematicamente alcune attività che mi interessano.
Quando mi fermo a pensarci mi sembra ancora incredibile essere partita con niente in mano se non me stessa, due valigie e qualche numero di telefono e di essere dove sono ora. Non mi sento in un punto di arrivo, so di essere ancora in mezzo al percorso e di essere stata anche fortunata, però mi sento nella direzione in cui voglio di andare e forse una pacca sulla spalla me la posso dare.