In questi giorni mi è capitato spesso di pensare al mio primo gennaio a Parigi, alla coltre densa e bassa di nuvole bianco-sporche che avvolgeva la città in inverno. Mi è capitato di pensarci spesso perché gennaio è quasi finito e questo cielo opprimente tipico di Parigi mi sembra un ricordo lontano. Forse perché passo meno tempo a guardare fuori dalla finestra, forse perché ho meno tempo per farci caso ma forse, e soprattutto, perché mi sembra che il meteo sia stato più mediterraneo del solito. Certo, ha piovuto ma sono stati scrosci temporanei, passaggi tra un cielo prevalentemente soleggiato (o moderatamente tale) e l’altro. La neve si è sciolta completamente nel giro di 48 ore, se non di meno, le temperature sono tornate più vicino ai 10 gradi centigradi che allo zero, io ho ripreso la bicicletta e, come ogni abitante di climi continentali che si rispetti, quando possibile ho cercato di inserire in programma passaggi, seppur brevi, al sole. Perché sì, il clima parrebbe cambiato ma Parigi è volubile e mutevole, e ogni sole potrebbe essere l’ultimo per molto tempo.

Inizio a scrivere questo post a poca distanza dall’ultimo ma con una lista di argomenti che mi sono appuntata nel corso dei giorni perché non volevo dimenticare cosa mi ha colpito di queste giornate non particolarmente speciali ma capaci di regalare spunti di riflessione.

La notizia più importante forse (e certamente non banale) è che mi sono iscritta alle liste elettorali del comune di Parigi perché a marzo si elegge il nuovo o la nuova sindaco/a e a me votare piace. Io ho conosciuto solo l’amministrazione di Anne Hidalgo, in carica da dieci anni. Non ricordo la Parigi prima di lei, erano troppo brevi i miei passaggi in città, ne so quel che ho letto, quel che ho sentito da chi invece ha vissuto il cambiamento della città. A me sembra impossibile immaginare una città senza i suoi più di mille chilometri di piste ciclabili riservate, o una città in cui le banchine della Senna sono pensate per le passeggiate e non come autostrade. Una città in cui tra numero di semafori e limite di 30 km/h è talmente scomodo prendere la macchina, che è molto più rapido muoversi a piedi, in bici o coi mezzi. Ho recentemente recuperato un articolo di Diletta Sereni uscito un paio di settimane fa sul Post a proposito del rapporto di Milano con le biciclette in cui si faceva riferimento alla trasformazione della mobilità urbana parigina come esempio virtuoso in una città poco propensa al cambiamento, non tanto diversa da quella che potrebbe essere una città italiana. Può sembrare una cosa piccola ma a me, abituata a dover prendere il motorino o la macchina per fare qualunque cosa, una città a misura di ciclista è anche una città che sa di libertà.

Parigi è tante cose e tante città tutte insieme. Muovendomi tanto in bicicletta, a piedi o coi mezzi, posso dire che è anche una città in cui più o meno tutti ti urlano contro ad un certo punto. Perché hai cambiato idea all’ultimo e non hai segnalato che stai girando a sinistra in bicicletta, perché hai calcolato di riuscire a passare prima dell’attraversamento del pedone ma il pedone non lo sa, perché vai troppo piano, perché ti incolonni male al semaforo, perché lotti per il tuo spazio vitale in metro, perché hai assoluta necessità di prendere proprio quella metro anche se non c’è posto, perché anche se magari hanno ragione, sembra che tutti abbiano i nervi a fior di pelle per un motivo o per un altro.

Parigi è però anche la città viva, in cui il sabato sera le metropolitane sono affollate quasi come fosse il martedì mattina e in cui c’è sempre un nuovo cinema indipendente da scoprire. Nell’ultimo mese, complici un paio di tessere di cinema senza le quali i biglietti avrebbero dei prezzi proibitivi e il Télérama Festival che propone anteprime e alcuni tra i film più interessanti dell’ultima stagione a prezzi competitivi anche rispetto a quelli delle tessere, abbiamo passato molte serate al cinema. Mi sembra di aver visto talmente tanti film che fatico a ricordarne titoli e/o registi e registe e ancor meno i loro titoli italiani. Les enfants vont bien, Father, mother, sister, brother, Des preuves d’amour, La petite dernière, L’agent secret, The Mastermind, Un simple accident. Film appena usciti, film da recuperare dalla stagione precedente, film in anteprima. Sempre film in lingua originale coi sottotitoli. Francese, inglese, brasiliano, iraniano. Film che ho odiato (Father, mother, sister, brother), film che mi hanno fatta tornare a casa con addosso la pesantezza della realtà e l’abbraccio dell’arte (Un simple accident). Film che mi hanno divertita e parlato (Des preuves d’amour, La petite dernière), film che chi più chi meno mi hanno regalato il piacere delle storie e della creazione artistica in cinema che a loro volta raccontavano delle storie.

Siamo state al 7 Parnassiens a Montparnasse, al 3 Luxembourg e al Nouvel Odéon nel Quartiere Latino, allo Studio 28 a Montmartre, a l’Entrepôt a Plaisance, al Lucernaire a Notre-Dame des Champs, e ogni cinema aveva qualcosa che lo rendeva speciale. Che fosse la giovane cassiera che tra un biglietto e l’altro ondeggiava al suono della musica che aveva in cuffia o i pochi spettatori in sala che uno dopo l’altro iniziavano a chiedere alla spettatrice del film precedente che si aggirava con torcia fra le prime file se avesse perso qualcosa aiutandola nella ricerca del suo guanto perduto. O ancora la sala nascosta in una salita di Montmartre, traversa di strade ben più battute dai turisti. Io poi sono stata anche al cinema Publicis sugli Champs Elysées per il consueto gala Italian Screens organizzato anche dall’associazione Palatine con l’anteprima di 5 secondi di Paolo Virzì, meno affascinante delle sale indipendenti, ma con la sua solita spruzzata di adrenalina e istituzioni italiane a Parigi a cui prestare la massima attenzione.

Parigi è anche la città in cui le cucine dei ristoranti chiudono alle 22 e se non hai prenotato il fine settimana, cambi programmi o mangi schifezze. Oppure abiti in un quartiere in cui Too good to go funziona bene e, anziché fermarti a cena fuori dopo il cinema, torni verso casa e scopri un nuovo universo. Nello specifico abbiamo scoperto di abitare molto vicine a quel che sembra essere un centro di smistamento di Frichti, società che produce pasti pronti aziendali e non solo. Venerdì scorso, dopo aver visto La petite dernière a Montmartre, ci siamo trovate inghiottite tra le cité* dietro casa nostra, dove l’unica vita sembrava essere quella dei motorini che partivano dal centro Frichti per consegnare pasti pronti. Il nostro pacco ci è stato consegnato da una ragazza con chador molto gentile e sorridente che, visto che eravamo in due, ci ha dato un paio di scatole di cibo in più.
Siccome Parigi è anche la città in cui sorprendersi di continuo per un motivo o per un altro, anziché tornare indietro da dove eravamo venute, abbiamo riconosciuto la strada su cui saremmo andate a sbattere proseguendo, solo per trovarci mescolate ad almeno due squadre di poliziotti che, senza molta fretta o concitazione, portavano i loro muscoli e i loro mitra fuori dal commissariato e sopra le camionette della polizia in chissà quale direzione.

Parigi (ma soprattutto la Francia) è allo stesso tempo una città che separa le classi sociali e una città in cui la stessa linea della metro o della RER può attraversarle tutte.

Parigi è la città che più mi ha insegnato sul privilegio. Un po’ perché è un concetto difficile da eludere in una città che te lo sbatte in faccia costantemente, un po’ perché mi accompagno ad una persona che ha la capacità di leggerlo molto più chiaramente di me. Io mi sento in una sorta di limbo.
Da un lato sono donna, sono lesbica, mi sto scontrando con le tortuosità del servizio di aiuti sociali ai privati, posso permettermi la vita piena ma senza eccessi che sto facendo solo perché in questo momento siamo in due a pagare un affitto esoso e vivo la precarietà e ingiustizia di una città durissima per chi vive in affitto senza stipendi compatibili col mercato immobiliare. Dall’altro sono arrivata con una valigia e uno zaino e un anno dopo mi sono trovata catapultata nel mondo istituzionale-culturale italiano a Parigi facendo cose che mi piacciono. Tutto questo perché il mio capitale sociale, un po’ eredità familiare e un po’ eredità del mio precedente lavoro (che a sua volta era frutto del mio capitale sociale familiare), mi ha permesso di incontrare le persone con cui lavoro attualmente. Che non vuol dire che scaldo la sedia e porto a casa lo stipendio o che non mi sia impegnata per sopravvivere alle difficoltà che ho incontrato trasferendomi, ma è innegabile che quel che mi sono lasciata indietro partendo, è anche quel che mi ha permesso di trovarmi dove sono adesso.

Io non so se chi ha un privilegio si rende conto di averlo; io posso dire che la consapevolezza è importante ma a volte è anche faticoso chiedersi se ci si deve sentire in colpa oppure no pure per questo.

*Con il termine cité si intendono gli agglomerati di palazzoni di edilizia pubblica, generalmente brutti e dedicati agli alloggi popolari.

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