Oggi sono quattro anni che sono a Parigi. Quattro anni che un anno non assomiglia all’altro e che la vita si è insinuata nei miei giorni col suo carico di gioie e dolori. Gli ultimi mesi non hanno fatto che alimentare questa continua e talvolta tumultuosa alternanza.
Ho perso il conto delle vite che ho vissuto dal 28 gennaio ad oggi, data del mio ultimo post, ma il mio telefono è lontano e non ho voglia di alternare fra diverse finestre del computer per cercare di trovare un legame fra le cose che potrei scrivere a partire dalla galleria fotografica del mio cellulare sincronizzata sul computer.
La verità è che le settimane successive alla fine di gennaio erano cominciate in equilibrio fra mondanità e momenti di tranquillità casalinga o di coppia. A partire dall’8 febbraio, invece, questo appartamento in cui con la mia compagna siamo state soprattutto felici come coppia, ha deciso di abbattere la scure definitiva sui momenti di gioia che ci ha regalato. Si è rotta la lavatrice e ha inondato completamente casa, lasciandoci testare per l’ennesima volta i rapporti già negativi e mai rispettosi del costo indecente di questo appartamento rispetto al servizio che abbiamo con l’agenzia che lo gestisce. Non mi addentrerò nei particolari di un argomento capace di stimolare oltremodo la mia bile ma basti sapere che a noi sono richieste pazienza e l’affitto completo, pure aumentato, la nostra controparte non risponde in nessun modo del disagio causato se non con interventi effettuati con molta calma e molto tempo dopo la segnalazione dei problemi.
La primavera ha portato il mio compleanno, la vitalità di un pomeriggio passato tra amici al tepore del sole di marzo. Ma è sempre all’inizio della primavera che la vita ha fatto irruzione con la sua controparte più dolorosa.
Se la fine di febbraio ci ha viste a Londra per alcuni giorni senza grandi rincorse, un afternoon tea, una sera al Young Vic per uno spettacolo di Arthur Miller in cui le vessazioni subite dagli ebrei prima della Seconda Guerra Mondiale sembravano le stesse subite dai Palestinesi da troppi anni, una cena al pub, una merenda con amici, la fine di marzo ci ha viste partire nel giro di due ore per Roma in seguito alla telefonata che non si vuole mai ricevere.
I mesi che sono seguiti sono stati una sorta di discarica da cui faticosamente estrarre le buone notizie, momenti che vanno anche sotto l’abusato concetto di “resilienza”, e domande.
Si può essere felici se la persona che abbiamo accanto non lo è per niente? Come si sta vicina a qualcuno ma stando a distanza, dovendo sempre trovare le parole per quel che si prova, senza poter sciogliere i silenzi, le frasi che faticano a prender forma, in abbracci. Come si sta vicini a qualcuno tout court? Che sono domande a cui in parte dovrei avere risposte perché sono passata in mezzo ad un groviglio simile. Ma forse proprio essendoci passata, il mio cervello aveva involontariamente scelto di dimenticare. E però sono stati anche mesi che hanno rafforzato la voglia di esserci.

L’estate ha portato uno dei caldi più insostenibili che mi sia mai capitato di patire in una città che non è fatta per vivere a quelle temperature. La canicule di fine maggio si è esaurita il giorno del limite di sopportazione. Quella di giugno ha superato quel limite con giornate in cui tutta la vita si svolgeva in ambienti tra i 30 e i 35 gradi, dalla casa all’ufficio. Il percorso casa-lavoro-casa adattato per evitare le linee in cui l’aria condizionata non era nemmeno una possibilità. L’arrivo in ufficio anticipato di quasi un’ora e il rientro a casa sempre interrotto da un passaggio alla Biblioteca Nazionale per approfittare insieme ad una vasta fetta di popolazione ammassata nei suoi corridoi dell’aria condizionata per almeno un paio d’ore mentre lavoravo alla quinta edizione di Dolcevita-sur-Seine. Il privilegio di lavorare in un luogo provvisto di piscina eccezionalmente aperta per residenti e dipendenti senza abbonamenti, utilizzato senza ripensamenti e senza passare dall’estetista.
Se penso a questi mesi però, penso anche al viaggio in Sardegna fra aprile e maggio con i suoi luoghi ancora da scoprire. Le necropoli che spuntano qua e là, a volte ad accesso libero, la gita al paese da cui veniva mia nonna, il paese museo di San Sperate e le pietre che suonano di Pinuccio Sciola. Le meravigliose guide turistiche che hanno sempre un nuovo sito da scoprire da consigliare, i fenicotteri di Cagliari e i bagni gelidi ma rivitalizzanti tra Cagliari, Argentiera e Stintino che ormai si vede proprio che vivo al nord lontana dal mare.
Penso alle varie toccate e fuga che ho fatto a Firenze, al fine settimana di Pasqua ai piedi delle Alpi a Bricherasio con la famiglia allargata, alle vacanze estive che per la prima volta da quando sono nata non mi hanno vista andare a Stintino ma che sono trascorse fra una edizione di Dolcevita-sur-Seine ancora più incredibile della precedente, una settimana di far quasi niente se non riposare dopo gli ultimi stremanti mesi a Baratti e qualche giorno finale a Roma che quando il treno entra in stazione è per me sempre un’emozione, quasi la sentissi sempre di più un pochino anche casa.
Penso a mia nipote che ha poco più un mese ma che già fa sì che ad ogni foto che ricevo mi immagini di organizzare un fine settimana a Londra per vederla quando magari interagirà più dei pianti disperati di quando, appena nata, la spostavo dalla culla alle braccia di mia sorella per mangiare.
Penso a quanto bene ho mangiato, ai gelati di Cagliari, ai supplì, gli agretti, le ciambelline al vino e tutto il resto di Roma. Ai ravioli di Busachi, ai formaggi di Bricherasio, alle seadas di Stintino, alla pizza di Populonia Stazione, al fish and chips di Londra. Alle palpitazioni di emozione quando varco la soglia della Coop.
Realizzo che niente di ciò a cui penso avviene a Parigi ma in parte credo sia soprattutto perché tutto ciò che avviene qua è diluito nel quotidiano che a volte può essere anche noioso. Ma se quando rientro in Italia mi chiedo perché vivo a Parigi, la risposta è soprattutto perché ho un lavoro che mi piace in un contesto che mi piace e in una città che offre più opportunità di quelle che probabilmente troverei in Italia. Dopotutto a Parigi tengo al punto che avendone la possibilità in quanto cittadina europea, a marzo sono andata a votare per le sue elezioni amministrative con molto orgoglio e sentita partecipazione.
Quindi oggi 27 luglio 2026 sono quattro anni che vivo a Parigi. Continuo a pensare che partire sia stata la scelta giusta.