Così vicini, così lontani: Albania, il paese di fronte – 2012

Il mio primo impatto con l’Albania fu in quinta elementare. Eravamo in un ristorante di Pisa e al mio tavolo sedevano alcuni bambini della quinta dell’altra sezione del tempo prolungato in gita con noi, tra cui una bambina albanese. Ricordo ancora chi erano i due bambini che la chiamavano babbuino e la mia litigata con i due perché smettessero. Era il periodo in cui “albanese” era un insulto accompagnato spesso da “di merda” e le lamentele da bar volevano tutti i ladri albanesi e tutti gli albanesi ladri. Poi venne il libro di testo di geografia delle medie con la foto della Vlora carica di migranti attraccata nel porto di Bari e la compagna di liceo un po’ particolare originaria di Valona. Per me l’Albania era questo.
Nel 2012 avevo le ferie a inizio luglio e una sorella impegnata in uno stage a Tirana trovato grazie a nostro padre che nel frattempo era passato dal lavoro in Eritrea a quello in Albania, ho quindi deciso di raggiungerla per aggiungere un altro viaggio in luoghi poco battuti dal turismo. Di seguito un tentativo di riordino degli appunti sparsi presi durante i miei giorni albanesi.

PARTE 1

Suppongo che nell’immaginario di molte persone, compreso il mio, l’Albania sia più un luogo da qualche parte oltre l’Adriatico, produttore di una forte immigrazione negli anni ’90 e del conseguente pregiudizio, che altro. Il primo elemento di fastidio per i nuovi viaggiatori europei del mordi e fuggi abituati a fare la fila al check-in solo in casi eccezionali, è dato dall’impossibilità di fare il check-in online anche se muniti di solo bagaglio a mano. Questa è però l’occasione per osservare da vicino i propri compagni di viaggio e farsi una prima idea del paese che si andrà a visitare. Intanto è un paese di migranti, la famiglia davanti a me ha il doppio passaporto (americano e albanese) e comunica in un curioso miscuglio delle due lingue. Più di un uomo ha scelto di viaggiare comodo ma antiestetico (ciabatte e calzini) e più di una donna ha optato per la poco consigliata scarpa col tacco. C’è anche una curiosa coppia di nonni che, mostrando il passaporto perché parlano solo albanese, chiede se è la fila per andare a Shiqperia (Albania in albanese). Sembrano usciti direttamente da una foto in bianco e nero.

Atterrati a Tirana e superato il controllo passaporti bisogna orientarsi per arrivare in città, stando attenti a distinguere i tassisti ufficiali da quelli abusivi. I tassisti abusivi lavorano in coppia: uno sta fuori dal parcheggio a pagamento mentre l’altro si apposta all’uscita dell’aeroporto cercando clienti e mostrando un blocchetto per le ricevute di un fantomatico Airport Express per rassicurare sull’ufficialità delle corse effettuate con quel taxi. La valuta albanese è il Lek ma gli euro sono accettati ben volentieri e il prezzo della corsa dall’aeroporto alla città è di 15 euro. Inutile dire che sospetto fortemente di aver preso un taxi abusivo.

Il taxi mi lascia ad una grande rotonda che sarà teatro dell’incontro col mio primo elemento culturale albanese: l’attraversamento suicida perché non è detto che le macchine si fermino. Mentalmente mi annoto che per le prossime volte la cosa migliore da fare è accodarsi a chi sa muoversi coi tempi giusti da un marciapiede all’altro; e, in caso di assenza di tali personaggi, buttarsi e confidare nella buona riuscita dell’impresa.

L’Albania è un paese di cui ho sempre avuto coscienza senza però avere idea di cosa aspettarmi una volta lì. Cerco affinità con paesi già visitati e forse la cosa più simile è Asmara col suo puzzo di gasolio. Già, un po’ Africa, un po’ Sardegna. Probabilmente un po’ tanto sud Italia.

La casa-ufficio di mio padre è abbastanza spoglia e risente del suo essere un alloggio temporaneo. E’ anche molto calda e rumorosa. Il frigo contiene quasi unicamente anguria e feta, quindi per cena optiamo per cena fuori e giro turistico.

Mi guardo intorno, noto una notevole predisposizione al rosa; gli zatteroni ai piedi per le donne devono essere un must; gli uomini sembrano avere la faccia perennemente arrabbiata. In Albania anche la polizia va senza casco, l’idea principale che dà questo paese è quella dell’anarchia e del random. I fili del telefono sono attaccati ai pali disordinatamente e formano dei grossi grovigli; per strada dai venditori ambulanti puoi comprare anche sigarette singole; le strade ancora risentono della cosiddetta “Anarchia albanese del 1997”. Mi colpisce che “strada” si scriva rruga, con la doppia che ai miei occhi neolatini suona come un’assurdità. Mi spiega mio padre che in albanese la è moscia e che raddoppiarla significa renderla simile alla nostra.

Il centro di Tirana è vivace e i locali non mancano. Neanche le brutture architettoniche mancano, dalla piramide-mausoleo dedicata al defunto dittatore Enver Hoxha, alla casa di quest’ultimo, una villetta che pare una palazzina di una periferia qualunque.

Con mio padre e mia sorella ceniamo in uno dei ristoranti “in” della capitale albanese, quelli frequentati da stranieri e in cui il menù e i camerieri sono fluentemente bilingue, albanese e inglese. Cosa che, apprenderò più tardi, non è così scontata, anzi, è molto più probabile farsi capire in italiano (quando ci si riesce) che in inglese. Questo sia a causa della grande migrazione di ritorno, sia perché l’Albania è talmente vicina all’Italia che i ripetitori RAI della Puglia raggiungevano il paese.

Il giorno dopo sono sola quasi tutta la mattina. Ne approfitto per visitare il museo di storia albanese affacciato su piazza Skanderbeg, la piazza principale della città, dedicata all’eroe nazionale albanese. Sul lato sinistro della piazza una moschea e un campanile a distanza molto ravvicinata ricordano la sostanziale uguaglianza dei vari culti sancita dalla Costituzione in un paese in cui fino al 1990 vigeva l’ateismo di Stato.

La sera, visto che la mattina dopo mia sorella ed io abbiamo la sveglia molto presto, ceniamo in un modesto locale sotto casa perché devo provare una delle specialità del luogo: le qofte (si legge “ciofte”), ossia delle polpettine di carne speziata cotte sulla brace e servite con cipolle. Una vera esperienza albanese dopo la cucina ottima ma un po’ fighetta della sera prima.

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PARTE 2

Un paio di giorni dopo il mio arrivo con mia sorella abbiamo programmato un fine settimana a Saranda, località turistica nel sud del paese. 

A corroborare l’impressione anarchica del paese ci pensa il fatto che mia sorella è, sì, riuscita a sapere che esiste un bus che collega Tirana con Saranda alle 6.30 del mattino ma nel suo ufficio nessuno sembra in grado di dirle con esattezza da dove parta, solo indicazioni più o meno generiche sulla zona della città verso cui dobbiamo dirigerci. Non male per due ansiose come noi.

Ci svegliamo presto e con passo militare (il suo) partiamo alla ricerca della stazione degli autobus. Arrivate in zona chiediamo informazioni, ovviamente in italiano. In albanese non ci proviamo nemmeno, la lingua è decisamente incomprensibile e con grazie (faleminderit), arrivederci (mirupafshim) e carne (mish) mi sembra di aver imparato tutto quel che c’è da imparare. Dopo aver sbagliato strada un paio di volte troviamo la stazione dei bus giusta e, in mezzo alla confusione e con molte incertezze, riusciamo a farci capire dal bigliettaio che ci assegna i posti in prima fila (sospettiamo sia il nostro status di straniere ad aver favorito la sistemazione).

Il bus non è esattamente nuovo, né particolarmente comodo, ricorda le Sita dei miei tempi del liceo, quelle che poi piano piano sono state sostituite da mezzi più nuovi. Mia sorella ed io, ovviamente, non abbiamo idea di cosa ci aspetti, sappiamo solo che dopo circa 8-9 ore dovremmo arrivare a Saranda.

La prima parte del percorso è in pianura, brutta. La strada principale, a tratti superstrada a due corsie, a tratti semplice strada a scorrimento più veloce, è costeggiata da strade secondarie percorse anche da carretti trainati da asini, mucche, bestia da soma; motorini di una vita fa su cui si va in due rigorosamente senza casco. Una costante di tutto il viaggio sono gli scheletri di palazzine tutte uguali, stessi pilastri, stesse scale, abbandonate cicatrici della speculazione edilizia. E i famosi bunker fatti costruire da Hoxha nel caso di una imminente guerra.

Da Tirana ci muoviamo verso ovest e il mare. Poco dopo Durazzo c’è la prima sosta bar e bagno. Mia sorella ed io siamo talmente insicure su quanto duri e come funzioni che decidiamo di non rischiare e rimaniamo sul bus. Quando ripartiamo il paesaggio si fa meno orrido, fino a lambire Valona e il suo mare, almeno da lontano decisamente più invitante di quello di Durazzo. E’ qui che la strada inizia a salire e da una comoda superstrada diventa una strada di campagna, tutta tornanti e buche. I colori del paesaggio virano dal marrone al verde e l’aria assume una consistenza più fresca. Rimpiango di non aver studiato un po’ di geografia albanese prima di partire.

Questa volta, quando ci fermiamo in un’osteria in mezzo ai monti, scendiamo. La cosa più frustrante è il vedere la sicurezza di tutti i passeggeri del bus nell’ordinare e sedersi mentre noi siamo totalmente allo sbaraglio. Ci accodiamo ad una ragazza che non ha la stessa spavalderia degli altri clienti ma se non altro capisce la lingua e, soprattutto, scopriamo parlare italiano perché per un periodo ha vissuto in Italia. Ecco, il senso di liberazione che si prova quando si trova qualcuno che capisce almeno una delle lingue che parli è qualcosa di indescrivibile. Riusciamo a chiederle di ordinarci due porzioni di yogurt con miele e noci, visto che nell’assoluto buio culinario, tra tutti i piatti che abbiamo visto uscire dalla cucina, quella ci è sembrata la pietanza più sicura e appetibile. Nel frattempo si libera un tavolo, quando l’oste scopre che siamo italiane gli si illuminano gli occhi e si incarica personalmente della preparazione del nostro yogurt. Mi fa un certo effetto questo amore per l’Italia, memore di tutto l’odio di cui sono stati portatori i miei connazionali nei confronti degli albanesi.

L’oste ci chiede cosa ci facciamo in Albania e cosa ne pensiamo; davanti al nostro stupore si lascia andare ad un malinconico “la natura ci ha dato tanto, noi abbiamo fatto così poco”, che mi sembra racchiudere tutta la tragedia di un popolo che non ha saputo sfruttare e valorizzare le meraviglie naturali di cui dispone.

Quando subito dopo Valona la strada ha iniziato a farsi più ripida, non ho collegato che se stai andando al mare e inizi a salire, è evidente che ad un certo punto dovrai anche scendere. Ebbene, poco dopo l’osteria inizia la discesa: una lunga serie di curve a picco sul mare, con i freni del bus che cigolano e l’autista rigorosamente al cellulare. Al ritorno a Tirana scopriamo che nostro padre ci aveva volutamente nascosto la notizia di un incidente mortale avvenuto non più di due mesi prima su quella strada a causa dell’usura dei freni del pullman. Lungo la strada noto anche un gran numero di venditori di miele. Con ancora in bocca il sapore di quello appena mangiato, con mia sorella ci appuntiamo di comprarne un barattolo al ritorno perché non possiamo più vivere senza.

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Il bus fa varie fermate intermedie, per prenderlo basta essere sul suo percorso, non c’è fermata. E anche se si è fermato 3 metri prima rispetto a dove sei tu, non ti fai i 3 metri per raggiungerlo, aspetti dove sei che tanto fra 3 metri arriva e puoi salire. Appunto perché viaggiamo un po’ a caso non abbiamo idea dei paesini che incontriamo per strada, l’autobus via via si svuota, mi sento rinfrancata dal fatto che ogni tanto sale anche qualche altro turista, curiosamente tutte ragazze.

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Arriviamo a Saranda nel primo pomeriggio e ci troviamo in un epicentro di speculazione edilizia. Quando troviamo l’ostello il proprietario, Tomi, ci dice di aspettare la sera per rendercene conto poiché è quello il momento in cui buona parte dei palazzi costruiti sulla baia rimangono per almeno metà miseramente a luci spente. Dopo il viaggio estenuante vogliamo solo distenderci in spiaggia, andiamo a poche centinaia di metri dall’ostello, ciottoli e niente di particolarmente bello ma per oggi va bene così, anche perché per la sera Tomi ha organizzato una grigliata in spiaggia con gli ospiti dell’ostello. Contributo per la serata: il corrispettivo di 3 euro a testa e portare da bere. E così la sera, intorno a un fuoco in cui mangiamo spiedini di carne, riso e insalata, si mescolano voci e storie di vari paesi. Dal gruppo di amici statunitensi in interrail nei Balcani perché sono venuti a trovare un loro amico militare di stanza in Macedonia, alle due ragazze inglesi che vogliono raggiungere i loro amici in Grecia passando da Croazia, Montenegro e Albania. La serata passa tra cibo, birra e chiacchiere in compagnia del fascino degli incontri fugaci di una sera e poi ognuno per la sua strada e il suo viaggio; una serata insieme e poi non sapere cosa succederà dopo. Immagino che parte del bello di viaggiare sia anche questo.

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PARTE 3

La mattina dopo Tomi ci fa trovare uova al tegamino, pomodori, feta e anguria per colazione, poi ci dà le indicazioni per raggiungere Butrinto e Ksamil, ancora più a sud e vicine al confine con la Grecia.

Butrinto è un sito archeologico che nel 1992 è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO e sembra una piccola enclave di ordine in mezzo al random albanese. Abitata fin dalla preistoria, secondo la mitologia fu fondata dagli esuli fuggiti da Troia. Nel corso dei secoli ha attraversato diverse dominazioni, dai Greci ai Romani, dai Bizantini ai Normanni, ai Bulgari, ai Veneziani e infine gli Ottomani, prima di tornare all’Albania nel 1912 e le sue rovine ne portano tutti i segni. Il sito è fortunatamente in mezzo ad un bosco che rende la temperatura esterna accettabile. Dalla cima della rocca su cui si trova il castello veneziano si gode di una splendida vista sul mare e sull’area circostante.

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Il bus che collega Butrinto con Saranda fa tappa anche a Ksamil che non è altro se non una tipica cittadina turistica di mare con tanto di bagno attrezzato. Per la prima volta in vita nostra non solo prendiamo lettino e ombrellone ma pranziamo anche al ristorante del bagno. L’acqua è limpida e vellutata, l’unico vero elemento di fastidio è una moto d’acqua che si avvicina più del dovuto alla spiaggia. Intorno, la costa circostante presenta il leitmotiv albanese: gli scheletri di costruzioni mai portate a termine.

Incredibilmente perdiamo l’ultimo autobus, dei tassisti si propongono di portarci a Saranda a delle cifre che per noi, abituate ai pochi lekke del bus, sembrano spropositate. Non so con quale ottimismo decidiamo di aspettare dell’altro ma risulta ben riposto perché infine passa un pulmino che ci riporta verso l’ostello.

Il giorno dopo, prima di partire, Tomi ci mette in mano un pennarello e chiede di aggiungere il nostro ricordo ai muri del suo ostello, una piccola opera d’arte collettiva creata da ogni viaggiatore con colori, parole, disegni.

Anche il viaggio di ritorno a Tirana è caratterizzato dallo stesso alone di incertezza e mentre già temo per i tornanti in discesa verso Valona che ci attendono, realizzo che stiamo facendo una strada diversa. Se in andata abbiamo costeggiato il mare, il ritorno ci porterà nell’interno: da Saranda a Tirana, via Gjirokaster. Lungo la strada sono colpita dal gran numero di lapidi, lapidi e ancora lapidi, prevalentemente di uomini, ma mi dicono che è abbastanza scontato visto che quella albanese è una società patriarcale. Immagino sia anche il motivo per cui per strada ci sono quasi solo uomini. E mi chiedo, ma che ci fa tutta questa gente per strada a cazzeggiare? Siamo in un paese con la disoccupazione al 25%*, ecco cosa ci fa.

La strada si dipana tra montagne probabilmente dette aspre; nella zona di Tepelene (un piccolo paesino fortificato) dai monti circostanti scendono fiumi azzurri simili a quelli che ho visto mentre andavo verso il Brennero. Ci fermiamo in una zona di sosta sotto gli alberi in cui compriamo il famoso miele, con tanto di favo dentro, e riempiamo le nostre bottigliette da una cannella che butta fuori acqua fresca direttamente dalle montagne.

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Per rimarcare la teoria del caos, la strada che da Gjirokaster porta a Tirana, ossia una delle principali arterie viarie del paese, nello spazio di un secondo da tranquilla provinciale si trasforma in una a sterrata accecante tutta buche e pozze per qualche centinaia di metri, per poi tornare la solita provinciale tutta curve in cui si supera ovunque e chiunque, camion o bus che siano, in curva o meno.

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Costeggiamo città e paesini nel nulla, che sembrano davvero dei saloon con poche case sparse intorno, e ti chiedi ma cosa fai se vivi qui? Cosa ti spinge ad alzarti ogni mattina?


Ad un certo punto da un sentiero in mezzo all’erba alta spuntano una signora con la pezzola in testa mano nella mano con una bambina e una ragazza (che presumo sia la figlia o la nipote) che sale sul bus in una scena che pare uscita dall’immediato dopoguerra,  la giovane che abbandona o ha abbandonato la campagna per andare in città.

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Gli albanesi sembrano ossessionati dall’acqua, dagli autolavaggi (lavazho), dalle macchine, dai concessionari, dai benzinai, dai bar. E anche dal malocchio visto il gran numero di bambole che dovrebbero tenerlo lontano appese alle terrazze.

Rientrate a Tirana andiamo a cena fuori con nostro padre. Voglio mangiare carne, ho sentito dire meraviglie della carne che si mangia a est. Dobbiamo scegliere il ristorante e chiedo se la carne la fanno buona lì. Franci, siamo nei Balcani, qui se non fai bene la carne chiudi. Con il corrispettivo di 20 euro abbiamo mangiato e bevuto in tre, compresa la grigliata di carne più buona che mi sia mai capitata, di quelle che anche se il petto di pollo ha l’aspetto un po’ bruciacchiato puoi stare sicura che ti si scioglierà in bocca.

E quindi l’Albania, così vicina e così misconosciuta. Paese portatore di una barriera linguistica e culturale anche solo per fare colazione al bar ma anche di cordialità e gentilezza infinite nonostante i suoni duri con cui si esprime. Richiede spirito di adattamento, flessibilità e un po’ di pazienza ma al netto di tutto ciò è stata sicuramente una scoperta insolita e affascinante.

* è un’informazione che non verificai, il senso comunque era che il tasso di disoccupazione era molto alto

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