No man is an island. Sardegna e Sicilia però sì – 2016

 Ogni viaggio ha le sue ragioni, le sue esigenze, i suoi stati d’animo, le sue evoluzioni. Il lasso di tempo che intercorre fra la programmazione del viaggio e il suo svolgimento può portare mutamenti e non è detto che l’impostazione data al momento della prenotazione di voli e, nel caso, pernottamenti sia la stessa di cui si ha bisogno al momento della partenza.
L’estate 2016 è incorsa in questo genere di dinamica, l’unico punto fermo è stato la voglia di sud; il resto è stato un continuo adattamento che per vasti tratti ha sprigionato il suo fascino più ripensando alla vacanza a posteriori che nel momento stesso della vacanza. Ciononostante, per quanto poco rilassanti, i 15 giorni in giro per le due grandi isole d’Italia che mi sono ritagliata quest’anno hanno lasciato ampie tracce sull’ormai immancabile taccuino di viaggio.
Mi sono spostata in bus, aereo, treno, bicicletta, piedi, passaggi in auto. Sono partita il primo di luglio per l’amore costante di Stintino in Sardegna, due settimane dopo ho lasciato Palermo con nel cuore un nuovo posto speciale.

Venerdì, 1 luglio 2016

Salgo totalmente rintontita sul bus Autostradale che collega la stazione di Firenze all’aeroporto di Pisa la mattina alle 9 del primo luglio. Ho fatto tardi la sera prima, completamente assorbita dal bisogno di incamerare più possibile voci e visi amici. Quest’anno parto dopo un mese di quasi reclusione fra lavoro e biblioteca, dopo una stagione umanamente travagliata in cui non ho bisogno di solitudine ma di compagnia gratificante e serena. Quest’anno parto con una stanchezza diversa, più strisciante, di quelle a cui non serve una pausa dal mondo ma una pausa da se stessi. Però parto, certo che parto, con l’idea di trarre il meglio anche da questo viaggio qui.

Lo stato psicofisico alla partenza non è dei migliori: tanto sonno, tanta ansia e gruppo di ragazzine americane vicine sul bus molto rumorose. L’unico momento di silenzio che concedono è quello in cui invece che schiamazzare tra di loro, si dedicano al cellulare ognuna per sé. A Pisa mi trovo a fare la fila per i controlli di sicurezza dietro un gruppo di adolescenti diretti a Londra. Incollati ai cordoni che delimitano l’accesso alla fila dei controlli i loro genitori salutano, fotografano e, temo, filmano i figli in partenza per quello che presumo essere il loro primo viaggio da soli. Anche fosse il primo resto comunque perplessa e mi chiedo se non erano così i miei genitori, se erano altri tempi, se semplicemente non me lo ricordo.

Nel clima di insicurezza generale schizzata alle stelle dell’ultimo anno mi chiedo quando mai dovrò mostrare il documento di identità visto che non mi è servito né per fare il check-in online, né per accedere alla fila dei controlli di sicurezza, né per superare i controlli di sicurezza. La stanchezza alimenta l’ansia che alimenta la paranoia che alimenta la paura di ogni diversità, ogni minimo movimento sospetto viene percepito come potenzialmente pericoloso. Mi guardo intorno e già immagino i titoli catastrofici dei giornali del giorno dopo “Bomba all’aeroporto di Pisa, 84 morti e 176 feriti tra i vacanzieri. Molti bambini tra le vittime”. Le premesse per una vacanza che prevede altri due voli, dei quali uno in arrivo a Fiumicino, non sono delle migliori.

Mi metto a sedere vicino al gate di imbarco. Alla mia destra una trenta-quarantenne mastica gomme alla fragola che secondo me andrebbero bandite dai luoghi pubblici e non stacca gli occhi dal cellulare per tutto il tempo di attesa; scorre Facebook quasi come un automa. Ma non è la sola, ovunque spuntano cellulari. Anche la madre con figlio con indosso orridi mocassini vellutati blu che siede alla mia sinistra non stacca gli occhi dal telefono neanche quando interagisce col figlio. Ed eccome se interagisce, non sta zitta un attimo. Prima gli chiede dove abbia la testa a 6 anni visto che ha appena rovesciato le patatine per terra, poi si sta alterando perché il bambino non sta fermo, poi gli chiede se il golf che ha addosso è morbido, quello che hanno comprato da zia Giulia con zia Luisella. Ogni volta che si rivolge al figlio sento stridermi qualcosa dentro per l’improbabilità della conversazione.

Parto talmente disorganizzata e senza testa che come mi siedo in aereo mi rendo conto che non trovo più la carta di identità, poco male visto che non vedo l’ora di perderla per poterla rifare nuova con una foto migliore ma considerando che ho già fatto i check-in per i prossimi voli con quel documento non posso perderlo ancora. Mentre cerco un’assistente di volo a cui chiedere se l’avessero trovata, un’assistente di volo cerca me. Non mi trovava perché la foto a suo dire non mi rende onore e non riusciva a riconoscermi; le brevi battute che ci scambiamo mi tranquillizzano il tempo di farmi infastidire dal ritardo dell’aereo. Di solito per mitigare l’ansia da aereo ho due tecniche: una consiste nell’osservazione degli assistenti di volo, se loro sono tranquilli e le operazioni si svolgono come ogni volta (ormai mi considero abbastanza preparata sulle modalità di viaggio Ryanair) sono tranquilla anche io; l’altra invece prevede attaccare bottone con ignari vicini di posto.

Ogni volta che atterro ad Alghero e mi affaccio dalla scaletta dell’aereo mi sento a casa. Il caldo, i colori, i suoni, gli odori. Non riconosco più l’interno dell’aeroporto dopo i lavori dell’anno scorso invece, mi perdo alla ricerca di un bagno, perdo la bottiglia d’acqua nella ricerca della fermata dell’autobus, prendo un gran caldo nel desolante spiazzo di attesa di un mezzo per raggiungere Stintino. Dopo il movimento incessante di arrivi e partenze su gomma dell’aeroporto di Pisa, Alghero è un altro mondo. Un po’ pare di essere nel deserto, con quest’aria calda e pigra e intorno solo vegetazione ingiallita dall’estate, silenzio rotto dai rumori lontani dei motori degli aerei e dai suoni ovattati delle voci. Sensazione quasi corroborata dalla prima parte di strada verso Stintino in cui compaiono solo terreni agricoli, un benzinaio, qualche rara abitazione in mezzo al nulla e al primo agglomerato di case, Campanedda, un allevamento di struzzi. Solo in un secondo momento compaiono le torri del petrolchimico di Porto Torres e le pale eoliche della centrale di Fiume Santo. Poco dopo, superata la frazione di Pozzo San Nicola, all’altezza della spiaggia delle Saline il promontorio a ovest sputa l’obbrobrio edilizio del fu Bagaglino e attuale Country Village: una sorta di villaggio finto di case bianche, tutte uguali, a deturpare la natura.

Vado a Stintino da quando sono nata eppure l’attesa del momento in cui finita l’ultima salita, davanti agli occhi si spalanca il golfo dell’Asinara in tutta la sua mescolanza di blu e turchese brillanti incorniciata dalla terra dell’Isola Piana e dell’Asinara, non cambia. Come si fa a descrivere qualcosa che ormai si conosce così bene ma al tempo stesso riesce ad essere nuova ogni volta?

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Stintino è il posto che ho amato da bambina, odiato da adolescente e a cui non riesco a rinunciare da qualche anno a questa parte. E’ stato teatro della prima cotta, delle prime mestruazioni, delle prime grandi domande esistenziali, delle contraddizioni familiari. E’ un luogo che risponde a logiche sue, in cui il mondo “in continente” si ferma o arriva solo ovattato, in cui i tempi si dilatano pur nel loro alternarsi quasi più rigido che a Firenze. E’ un rapporto carnale fatto di colori, profumi, sapori, rumori oziosi, cicli familiari ricorrenti. Non è Stintino senza la crema bruciata di Vittorio, non è Stintino senza una cena da Valentina, non è Stintino senza un salto allo scoglio.

Arrivare a casa è un percorrere passi conosciuti e rassicuranti. Il ristorante sulla via principale, attraversare la strada, fermarsi davanti alla vela di cemento al cui centro è posta una mappa della lottizzazione Janna de Mare in cui è collocata la casa che i miei nonni comprarono appena andati in pensione trent’anni fa. Passare rasente ai rovi di more che seguono la strada, sperare che le macchine passino larghe alla curva perché non c’è marciapiede, svoltare nel sentiero in pietra di Stintino che porta a casa, il click della maniglia della zanzariera uguale da tempo immemore, la porta in legno, casa. Quel luogo che come varchi la soglia ti fa venire voglia di fermarti e staccare la testa dal mondo.

E’ la prima volta che vado sola sola. Decido di adempiere subito alle incombenze pratiche tipo aprire l’acqua, fare il letto, attaccare il frigorifero prima di andare al mare. E faccio bene perché trovo chi sta facendo la lettura dei contatori e può aiutarmi quando non parte la pompa dell’acqua. Il giorno in cui arrivo in Sardegna mi fa sempre effetto interagire con l’accento sardo, mi sento così fuori luogo con le mie c aspirate e le consonanti strascicate. Io che da bambina le consonanti le raddoppiavo.

Il mare più vicino a casa è a meno di dieci minuti a piedi. Si ritorna sulla strada principale, la si attraversa, si svolta in direzione nord e dopo una decina di metri a destra c’è una sbarra rossa arrugginita dagli anni che impedisce l’accesso a un breve tratto di strada in cemento ormai mangiato dalla vegetazione. Da bambina probabilmente mi divertivo a passarci sotto, ora seguo lo stretto passaggio alla sua destra, proseguo un’altra decina di metri fino ad arrivare al sentiero sterrato fra i ginepri, mi abbasso leggermente per passare agevolmente, mi guardo intorno nella speranza che quella vegetazione non sia più la latrina dei bagnanti (che per carità, in mancanza di un bagno ci può anche stare, ma almeno i fazzoletti portateveli via), ed esco sugli ultimi 50 metri che mi separano dal mio scoglio, orizzonte delle mie estati, luogo dell’eterno ritorno.

Lo scoglio non è particolarmente affollato, è pur sempre il primo di luglio, ma la speranza di rilassarmi e dormire è vanificata da una signora probabilmente non introdotta all’uso delle cuffie che ascolta la radio rendendo partecipi i vicini.

A Stintino soffiano prevalentemente Maestrale e Levante. Il primo, da nord-ovest, è un vento fresco che rende piacevoli le giornate calde dell’estate, il secondo, da est, quando si alza porta onda lunga e sporcizia che rendono sconsigliabile la balneazione nei “miei” scogli troppo esposti. Oggi è giornata di Maestrale, di quelle che se non fosse il primo della stagione il bagno quasi quasi si può anche non fare. Ma dal momento che non vedo il mare da quasi un anno è un’opzione non praticabile e mi faccio strada verso l’acqua, cercando i punti di appoggio meno viscidi e scivolosi.

L’acqua di Stintino è una delle certezze della mia vita, nonché uno dei problemi di quando vado verso mari diversi poiché ho uno standard di valutazione piuttosto antipatico e alto. Qui l’acqua scivola morbida sulla pelle, il fondale sabbioso o roccioso a 3-4 metri di profondità è ben visibile, una nuotata libera e scioglie le tensioni.
Il vento si quieta quando decido di tornare a casa ma benché la tentazione di rimanere sia tanta, preferisco andare via con l’obiettivo di andare a cena presto e conseguentemente a letto presto.

La fortuna di andare nello stesso posto ogni anno è che le facce che vedi da trent’anni sono ormai invecchiate e in pensione e in estate si trasferiscono dalla città cosicché quando rimani senza acqua in casa sai a quale campanello suonare per chiedere aiuto. Così riesco a risolvere il problema della pompa dell’acqua arrugginita dall’usura e dall’inverno.

Vado a cena al ristorante Valentina, raggiungibile in 5 comodi minuti a piedi. Mi fa un po’ strano chiedere un tavolo per una, cosa che l’anno scorso a Creta non mi dava alcun problema. Sarà l’italiano o la familiarità del posto, chissà.
Mi siedo all’aperto, tavolo vista mare anche se in seconda fila. Mi guardo intorno e vedo famiglie, madri con figli, coppie, famiglie italiane in cui la figlia ordina pizza con patatine e la condisce con ketchup e mayonnaise; al solito sono la pecora nera ma la cosa non mi disturba. Ordino i miei spaghetti alle vongole con quartino di vino bianco e a parte desiderare che la famiglia lombarda seduta dietro di me se ne vada presto poiché nel giocare e scherzare tutti insieme, pur essendo belli da sentire, sono anche rumorosi, sto abbastanza bene.

Prima di tornare a casa faccio due passi nel crepuscolo silenzioso. Torno a casa solo per realizzare che ho una certa tendenza allo spandere i miei averi per tutta la casa quando sono da sola. Ho già il terrore di quando dovrò chiudere casa assicurandomi di non aver dimenticato niente.

Dormire da sola nel silenzio di Stintino mi fa effetto.

Sabato, 2 luglio 2016

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Quando descrivo la casa di Stintino pongo l’accento su come i portelloni delle camere da letto e il silenzio della zona residenziale abbiano la capacità di trasportarti in una sorta di buco spazio-temporale in cui quando ti svegli pensi sia mattina presto ma quando guardi l’orologio ti rendi conto di essere svenuto fino alle 10, godendoti quelle minimo 9 ore di seguito di sonno profondo che ti mancavano probabilmente da quando eri minorenne.
Quest’anno sono talmente agitata che neanche i portelloni ermetici riescono a farmi riposare. Mentre mi giro nel letto indecisa sul da farsi, telefona mio cugino per invitarmi ad andare al mare con moglie e figli alla spiaggia delle Saline. Fissiamo ad un’ora indicativa che permetta a me di alzarmi dal letto, sistemarmi, andare al ristorante di ieri sera a fare colazione, magari fare un salto anche allo scoglio in attesa, e a loro di prepararsi e cercare di risolvere IL problema: trovare un’antenna che assicuri la visione di Italia-Germania la sera.

La colazione da Valentina è alquanto deludente. Buono il cappuccino ma l’assenza di cibo che non siano brioches (o patatine) preconfezionate getta una cupa ombra sulla mia colazione. Del resto l’importanza psicologica che riveste la colazione nella mia vita meriterebbe un capitolo a sé poiché insieme al lavaggio dei denti prima di andare a dormire rappresenta uno punti fermi della mia esistenza.

Faccio un salto allo scoglio, il tempo di sistemarmi e mi chiama mio cugino per dirmi che stanno partendo da casa. Ritorno quindi verso la strada e incontro il primo pezzo di famiglia sarda. Vado in Sardegna da trent’anni ma ogni volta rimango sorpresa dalle differenze che ci sono fra la mia famiglia toscana e la mia famiglia sarda. Priorità diverse, interessi spesso diversi, stili di vita diversi ma stesso affetto.

Le Saline sono una spiaggia di piccoli ciottoli bianchi, poco più grandi (e più duri) del riso con sì la visuale aperta sul petrolchimico di Porto Torres in lontananza ma stessa acqua caraibica della più celebre spiaggia della Pelosa e con più spazio vitale e meno caos.

Un’altra costante della mia vita è l’attributo “a cazzo di cane” al modo in cui mi metto la crema solare: non importa dove, quando, con chi, stato mentale, odio mettere la crema solare con tutto il mio cuore e ogni anno le conseguenze si vedono a chiazze direttamente sulla mia pelle.

A metà pomeriggio torniamo verso casa, prima però mi fermo da mia cugina a recuperare la bicicletta che sarà il mio mezzo di trasporto per oggi e domani. Tra le frustrazioni del mio stile di vita c’è anche quello di non andare in bicicletta quanto vorrei. Ogni pedalata ha il sapore di libertà e spensieratezza e prima di tornare a casa faccio un salto al mio scoglio per un tuffo veloce. Poi sarà la volta di doccia e ritorno sui miei passi dove a casa di mio cugino mi aspettano pizza, famiglia, alcuni amici di sempre dei miei cugini e partita di calcio Italia-Germania. Decido di fare il giro più lungo per poter costeggiare la spiaggia della Pelosa,verificare la mia tenuta atletica sulla ripida salita del promontorio di Torre Falcone e infine fermarmi per guardare il panorama del Golfo dell’Asinara al tramonto. Così come l’arrivo di ieri anche questo scorcio è una tappa irrinunciabile delle mie vacanze stintinesi. Respiro e imprimo negli occhi ogni centimetro di panorama alla ricerca di neanche io so cosa. Mi capita spesso davanti a certe immagini, è come se dovessi trovare la risposta a qualcosa che però mi sfugge continuamente.

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Quando arrivo da mio cugino, un po’ sudata ma felice, gli uomini stanno ancora cercando di stabilizzare l’antenna. Sul tavolo una distesa di pizze miste e birre. Quando Bonucci segna il rigore del pareggio il figlio di mio cugino, anni sette, si toglie la maglietta e inizia a correre all’impazzata intorno al tavolo; ha l’esultanza e la rabbia agonistica che si vedono nelle immagini televisive ma che stridono addosso a lui. Poi alla sconfitta finale reagisce col pianto disperato e singhiozzante di un bambino.

Guardando i miei cugini e pensando a tanti genitori che conosco penso che i bambini ti cambiano sì la vita ma sotto sotto rimani il solito ragazzino giocoso che sei sempre stato (ammesso che tu lo sia stato).

Torno a casa un po’ malinconica e pensierosa, la serata in compagnia di coppie mi ha dato da riflettere sul perdurare della mia solitudine. Sono io che ho paura ad aprire il cuore alle potenzialità o è meglio che se una cosa deve partire, che lo faccia col colpo di fulmine altrimenti tanto vale che non parta proprio? Mentre cerco di prendere sonno mi sento scivolare in tutte le mie fragilità sul tema.

Domenica, 3 luglio 2016

La nottata non è stata delle migliori. Mi sono svegliata all’improvviso in mezzo ad una cupa storia di spionaggio coinvolgente Isis e con la sensazione che presto Isis dominerà il nostro mondo perché sono una mandria di drogati senza paura di niente e con nessun rispetto e coscienza delle istituzioni democratiche. Nelle mie riflessioni nel dormiveglia ho pensato anche che probabilmente tante guerre di conquista passate sono cominciate così, con qualcuno più invasato del nemico da attaccare e per motivi che una mente lucida mai avrebbe compreso. Mi sono riaddormentata ma il risveglio successivo è stato lento.

Ieri sera sono rimasta d’accordo con mia cugina che avrei deciso la mattina se andare a fare colazione in paese o da lei. In realtà avrei voglia di non dovermi muovere di casa per mangiare ma poi opto per la seconda ipotesi e faccio bene, non tanto per questioni legate alla qualità del pasto quanto per quella degli esseri umani.

Rimango a chiacchierare e cazzeggiare lì, mi faccio “fare il caffè” dal più piccolo dei nipoti, due anni di selvaggio divertimento; porto le figlie dei miei cugini al mare visto che i loro genitori sono impegnati. Mi fa ridere perché mia cugina quando parla di me ai figli mi definisce “zia Fra”, per me che sono così precisa coi legami di parentela è strano, però in realtà mi piace anche se mi sento la zia impacciata e disagiata. Mentre metto la crema solare alla figlia di mio cugino penso di morire ma lei dall’alto dei suoi cinque anni non fa le bizze come l’ho vista fare ieri con la madre, è paziente, eppure appena le dico che ho finito corre a raggiungere la cugina quasi gemella. Gioco e mi diverto con loro nell’acqua caraibica del Gabbiano finché non arriva mio zio, loro nonno, a guardarle mentre faccio una nuotata dove non si tocca.
Poi passa mio cugino a prendersi la figlia, con l’altra invece torniamo a casa dove ci aspetta una pasta fredda condita con pomodorini e ricotta mustia ossia una ricotta di pecora salata e leggermente affumicata di cui non puoi più fare a meno una volta assaggiata per la prima volta.
Dopo pranzo qualche altra chiacchiera e poi il bisogno dei miei tempi e spazi mi porta a casa prima di tornare agli scogli. Mentre scendo al mare all’incrocio con la strada principale una macchina si ferma, ne scende una donna, abbandona un sacchetto di spazzatura sul muretto costeggiante la strada, sale in macchina e riparte con la leggerezza di chi ha appena compiuto un gesto normale. Mi guardo esterrefatta con una delle nostre vicine di casa che sta portando fuori il cane, a quanto pare è una habituée del gesto.
A Stintino si effettua la raccolta differenziata porta a porta. Per me che sto solo il tempo di un fine settimana senza mangiare a casa è effettivamente problematica ma l’atteggiamento della signora mi lascia decisamente sconcertata.

L’ultimo bagno è reso meno malinconico solo dalla certezza che tra un mese tornerò per qualche giorno.

La sera scendo in paese. Stintino per me ormai è casa ma immagino che visto per la prima volta deve essere un paesino molto pittoresco, con le sue casette di pescatori squadrate sviluppate intorno a due insenature, soprattutto ora che la stagione estiva deve ancora raggiungere il suo picco e la situazione è piuttosto tranquilla.
Non ho voglia di andare in un ristorante, decido di fermarmi alla paninoteca 65 nodi. Sono tentata sia dal panino con la carne di cavallo sia da quello coi calamari fritti. Abbandono l’idea del primo per amicizia e il secondo perché sento che non è quello che sto cercando in questo momento. Ho una irrefrenabile voglia di melanzana. Ordino un panino Sfizioso: melanzana fritta, prosciutto cotto, formaggio, insalata. La ragazza alla cassa mi chiede se “gradisco qualcosa da bere”. Mi pare un verbo così desueto e invece qui è tipico.  Mi siedo sulla panchina fuori in attesa del mio pasto, il primo sorso di birra mi dà una sensazione di benessere e pace, di gratificazione.

Il panino poi non delude le attese e anzi, è fin troppo abbondante. Il motivo principale per cui sono scesa in paese è che non potevo andare via senza aver mangiato qualcosa da Vittorio. La Gelateria Pasticceria del Porto è una tappa obbligatoria di ogni passaggio a Stintino e la vera domanda è: crema bruciata o ciabatta? (Il gelato non lo considero perché non sono una grande appassionata dell’articolo benché sia una delle poche gelaterie in cui azzardo il gusto crema su cui sono molto esigente). La crema bruciata è una sfoglia con sopra crema pasticciera caramellata in superficie, la ciabatta, invece, è una sfoglia ripiena di crema pasticciera. Inutile dire che la scelta è dilaniante. Opto poi per la crema bruciata anche se il panino mi ha tolto un po’ di voglia. Come da tradizione il primo pasticcino o gelato della stagione da Vittorio, per i clienti ormai storici, è gratuito e come da tradizione Vittorio non delude le attese.

Monto in sella alla bicicletta, finisco il giro del paese e torno verso casa. La prima parte è in salita, mi impongo di resistere fino alla fine, al bivio per cala Lupo/Punta Negra. Mi fermo un attimo prima di attaccare la discesa piano piano e con sorriso stendhaliano per incamerare ogni secondo del crepuscolo nitido che ho di fronte.

Non ho mai voglia di partire da questo posto.

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Lunedì, 4 luglio 2016

Vado in Sardegna da quando sono nata ma raramente mi sono spostata da Stintino. Tanto per fare un esempio, solo l’anno scorso, il giorno dopo il funerale di mia nonna, mi sono presa la briga di fare una passeggiata nel centro storico di Sassari rimanendone affascinata. Oggi cercherò di rimediare almeno in parte a questa vergognosa ignoranza con due tappe prima di cambiare isola: Oristano e Cagliari.

Recupero un passaggio in macchina fino a Sassari coi miei zii. Continuo ad essere sconvolta dalla differenza fra me e la famiglia sarda, loro sommersi di mutui e rate per lavori in casa, SUV, accessori, noi invece con l’ansia praticamente anche per una spesa un po’ più consistente. Quello che invece riconosco è il gene iroso della famiglia di mia madre.

In attesa del treno per Oristano mi fermo a casa degli zii dove saluto Tata, una sorta di personaggio mitologico visto che la sua professione (tata) si è praticamente fusa col nome. Tata è a servizio della famiglia di mia zia da quando era poco più che bambina, ora ha superato abbondantemente gli ottant’anni e parla prevalentemente in dialetto logudorese (credo). Mi fa impazzire doverle ricordare ogni volta che io, ahimè, parlo solo italiano. E’ un’abitudine che mi affascina enormemente, quando sento i miei cugini mischiare italiano e dialetto provo un’invidia quasi lancinante e allo stesso tempo mi emoziono quando magari capisco che, parlando della mia nipotina, est colcada significa che è coricata, sta ancora dormendo.

Mio zio mi mostra la sua collezione di pipe. Dal 1980 ne fuma una diversa ogni giorno, nell’ordine in cui sono conservate in casa. Scopro anche che il modo migliore per lucidarle è strofinarle lungo i lati del naso. Non credo mi servirà mai concretamente ma come curiosità da infilare in conversazioni a caso può sempre tornarmi utile. Mi accompagna alla stazione e commentiamo che anche a Sassari, come a Firenze, ormai le uniche attività commerciali che proliferano sono ristoranti.

Il treno è puntuale, nuovo, pulito e con wifi (che però non rieco a far funzionare). La nota veramente negativa è riservata al materiale con cui sono rivestiti i sedili.
Il treno è diretto a Cagliari, per Olbia bisogna cambiare a Chilivani che immagino rientri tra quei luoghi mitici, noti ai più solo perché nodo di scambio ferroviario sardo da sempre. Il paesaggio fuori dalla finestra è un misto di verde inaspettato, scorci che non sfigurerebbero in film western, imponenti residui industriali e, più ci avviciniamo a Oristano, ruderi di nuraghi.

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Ad accogliermi alla stazione di Oristano ci sono una delle cugine di mia madre e il marito. Il primo passaggio è a casa loro per pranzo. Cicci ha preparato un timballo di pasta alla Norma e come secondo, non poteva mancare su una tavola sarda, agnello in umido con olive. Dopo le chiacchiere di rito ci ritiriamo tutti per un sonnellino visto che comunque a Oristano prima delle 17.30 i negozi non aprono perché c’è troppo caldo.

Oristano è il centro principale della pianura del Campidano Oristanese, la cui varietà paesaggistica ha favorito fin dall’antichità l’insediamento dell’uomo. Le tracce più antiche di presenza umana datano al VI millennio a.C. La zona è stata anche un centro importante di diffusione della civiltà nuragica, successivamente vi transitarono i fenici, i cartaginesi, i romani e i bizantini. Quando l’influenza dell’impero bizantino si affievolì e si formarono in Sardegna i Giudicati, Oristano divenne capitale di quello di Arborea. Figura di spicco del Giudicato fu Eleonora d’Arborea, giudicessa dal 1383 al 1404 e una delle più significative figure femminili della storia italiana, non tanto per i falliti tentativi di unificare la Sardegna contro l’invasione spagnola quanto per la “Carta de Logu”, un codice di leggi del Giudicato in cui la condizione femminile e dei servi sono rivoluzionarie per l’epoca. La città passò quindi sotto il dominio spagnolo prima di diventare sabauda nel XVIII secolo, mantenendo comunque il vecchio impianto medievale.
La zona di Oristano è fertile e ricca, si coltivano pomodori, grano, meloni d’inverno. Attualmente è anche uno dei poli italiani del riso al punto che gli oristanesi ne vendono i semi ai cinesi.

Come prima uscita ci dirigiamo verso Cabras, prima per fermarci alla cooperativa di pescatori dello stagno (il più grande d’Europa), poi per accompagnarmi al museo archeologico della città in cui sono conservate alcuni dei giganti di Mont’e Prama.

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I giganti di Mont’e Prama sono un gruppo di sculture nuragiche in arenaria gessosa alte fra i 2 e i 2,5 metri, scolpite probabilmente fra l’XI e il IX secolo avanti Cristo e trovate casualmente in un campo di Cabras nel 1974. Le statue rappresentano guerrieri, arcieri, lottatori, pugilatori e modelli di nuraghe. L’eccezionalità del ritrovamento non sta tanto nelle dimensioni delle statue quanto nella loro datazione poiché si ergerebbero così a prime sculture della civiltà mediterranea occidentale.
La visita guidata gratuita è ricca di informazioni sia sui giganti, sia sulla civiltà nuragica in genere. Scopro che nella penisola del Sinis c’era un sistema di nuraghi-vedette per cui si vedeva da un nuraghe all’altro e che probabilmente gli antichi sardi intrattenevano rapporti commerciali con i fenici. E’ affascinante come dal ritrovamento di un oggetto di provenienza di un’altra regione geografica nei luoghi di sepoltura dei giganti si possa desumere che le due civiltà intrattenessero rapporti commerciali. O come dall’analisi delle ossa ritrovate nella necropoli si possa sostenere che i sepolti di Mont’e Prama mangiassero carne e pesce ma non farine poiché hanno i denti ben conservati, non scheggiati da residui della macinazione a mano dei grani.

Rimarrei per ore a farmi raccontare tutto il raccontabile ma non solo la guida finisce, mi ricordo anche che Cicci e Pietro sono ancora fuori che mi aspettano e mi sono dimenticata di avvisarli che quando vado per musei si sa quando entro ma mai quando esco.

Martedì, 5 luglio 2016

La sveglia di Cicci non è delicata. Oggi ho deciso di andare a Bosa. L’anno scorso la mia vicina di posto in aereo stava andando a Bosa dove il figlio gestiva un agriturismo, quest’anno la mia vicina di aereo stava andando a Bosa dove il genero aveva una casa, l’anno scorso i miei genitori e mia sorella, dopo avermi accompagnata a prendere l’aereo ad Alghero, avevano prolungato il loro viaggio fino a Bosa. Quest’anno tocca a me.

Da Oristano c’è un pullman diretto che in due ore risale la costa e i paesini del Montiferru e della Planargia fino ad arrivare a Bosa. Il bus è pieno di ragazzi con ombrelloni che scendono a Santa Caterina di Pittinuri. Dopo, la strada si discosta dal mare e si inerpica per paesini dai nomi misteriosi e ancestrali. Cuglieri con la sua imponente basilica che domina tutta la vallata, Tresnuraghes, Magomadas, Sagama, con le loro strade strette che quando si incrociano il bus e camion provenienti da direzioni opposte è un problema per la mobilità.

 Arrivata a Bosa mi confronto con uno dei problemi del viaggiare a caso: devo decidere in fretta se andare per un’oretta al mare a Bosa Marina e poi visitare Bosa o se rinunciare al bagno e perdermi fra le strade tortuose e colorate di questa arroccata cittadina medievale.

Essendo luglio ed avendo già saltato il bagno ieri, preferisco prendere il bus verso il mare. Non ho idea di dove scendere ma penso che il capolinea sia una buona scelta, soprattutto per sapere dove prenderò il bus al ritorno. Quello di cui non sono sicura è quando, perché l’organizzazione degli orari dei mezzi che collegano Bosa Marina con Bosa non è intuitiva, al punto che neanche l’autista mi sa dire con certezza gli orari degli altri autobus.

Dal mare di Bosa Marina mi aspettavo di più ma devo dire che il meteo incerto non aiuta la spettacolarità dei luoghi. Pulito è pulito ma non è limpido come Stintino, neanche torbido come Torre del Lago ma insomma, forse avevo bisogno di qualcosa di più per giustificare la scappatella al mare. A parte questo la spiaggia, col rumore del mare sul bagnasciuga, è sicuramente rilassante.

Prima di tornare a prendere il bus mi fermo in un bar sulla spiaggia a comprare una birra con cui accompagnare i due mega panini che mi ha preparato Cicci. La mia voglia di bere una birra sarda è frustrata dalla politica di resa dei vuoti: non potendo portare indietro la bottiglia di Ichnusa vuota mi accontento di una Heineken.

Aggregati intorno all’unica panchina all’ombra al capolinea dell’autobus un gruppo di autoctoni discorre di Juventus e Milan in dialetto. Io mi siedo per terra e con nonchalance cerco di ascoltare la conversazione. Intanto il cielo si è rannuvolato ulteriormente e promette pioggia.

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Bosa è un borgo medievale molto pittoresco costruito su una rocca sovrastata da un castello. La caratteristica più evidente della città sono le mura colorate delle sue case affacciate su stradine strette e per la maggior parte pedonali. Nella quiete del primo pomeriggio i quasi unici rumori che si sentono sono quelli dei lavori in corso nelle tante case in ristrutturazione.

Mi sembra di girare a caso, senza un’idea di dove andare e cosa fare, come fossi solo in attesa del bus per tornare a casa. L’anno scorso ero partita proprio con un’altra testa, quella delle infinite possibilità e novità. Quest’anno pago un anno molto faticoso in cui le possibilità dell’anno scorso si sono scontrate con scelte sbagliate e conseguenze dolorose. Non che non sia riuscita a cogliere il meglio anche da quelle però il cuore è sempre il cuore e quando te ne devi levare così tanti pezzi tutti insieme fa male. Una delle conseguenze che mi sto portando appresso è uno stato di ansia continuo per cui calcolo di arrivare alle fermate dei mezzi di trasporto con cui mi muovo con molto anticipo. A Bosa, ad esempio, quest’ansia mi permette di misurarmi con la radicale differenza di approccio agli attraversamenti pedonali tra italiani e stranieri: le madre e figlia che fanno un giro lungo per attraversare sulle strisce in una piazza semi deserta non possono che essere straniere, inglesi per la precisione, che dopo una felice settimana a Bosa si stanno spostando a Cabras.

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Quando il bus si ferma a Santa Caterina a riprendere l’orda di ragazzi che era scesa la mattina mi accorgo delle proporzioni fra maschi e femmine totalmente sbilanciate nei confronti dei primi. Per una decina e passa di ragazzi ci sono solo tre ragazze di cui una pure incinta. Quando rientro a Oristano e lo racconto a Cicci insieme allo sconcerto di aver visto quasi solo uomini in giro e nei bar, mi dice che è una questione culturale e che addirittura è ancora tipico che quando una coppia è fuori, l’uomo passeggia avanti rispetto alla donna.

Cicci mi viene a prendere alla stazione ma prima di rientrare a casa camminiamo per le stradine soleggiate e basse di Oristano perché mi vuole far vedere alcuni luoghi di interesse della città. Entriamo nella chiesa di San Francesco dove è conservato il Cristo ligneo del Nicodemo. Da atea vengo colpita da tutta la sofferenza della crocifissione. La magrezza degli arti, la tensione dei muscoli, un volto pienamente umano ne fanno veramente una statua al dolore, scevra di riferimenti religiosi, ecce homo.

Proseguiamo poi per il chiostro barocco del Carmine, sede di una sezione staccata delle Università degli Studi di Sassari e di Cagliari, e per la chiesa di Santa Chiara, luogo di culto delle Clarisse Cappuccine che in quel momento stanno cantando messa. Affascinata dalla bellezza essenziale della chiesa, provo un sentimento misto di ansia e tristezza davanti al sacrificio della vita che queste ormai anziane suore di clausura hanno fatto. Poi, è sacrificio per me che ho un rapporto conflittuale ma decoroso col mondo esterno, magari per loro è vita.

Tornata a casa mi rilasso un po’ in camera in attesa della cena. Il menù prevede un’assoluta prelibatezza: pasta coi ricci. Per me è anche una novità, nella stagione in cui vado in Sardegna la pesca ne è vietata, infatti gli ingredienti principali della cena sono stati pescati e surgelati quando era stagione. Solo due anni fa, quando sono stata a Pasqua a Stintino ne ho mangiati un paio direttamente sugli scogli, pescati e aperti dalle sapienti mani di mia madre.

La cena è un’occasione per esplorare le storie di famiglia e la vita a Busachi, il paesino sovrastante la valle del Tirso in cui è nata e cresciuta mia nonna. Il padre morto quando lei era bambina, il fratello maggiore che dovette prendere in mano la cura delle bestie di casa con l’aiuto dei servi pastore, la sorella che lavorava con la madre nel negozio di costumi tradizionali della famiglia, mia nonna che era l’unica della famiglia ad aver studiato dopo la quinta elementare grazie anche al contributo dei parenti e lei che forse, per tutti gli ottanta e passa anni che ha vissuto dopo, si è sentita in dovere di dare a tutti, come a voler ripagare il mondo per quello che aveva ricevuto. E poi tanto parlare di su succu, la pietanza tipica di Busachi che io considero un elemento fondante della mia famiglia. Si tratta di tagliolini di pasta all’uovo cotti in un brodo di carne aromatizzato con zafferano e in cui viene sciolto del casu aghedu (formaggio che non viene messo sotto sale ma viene lasciato inacidire). Un tempo era il cibo dei matrimoni e le famiglie del paese lo portavano i tagliolini in dono agli sposi, ora si prepara generalmente a Pasqua e a Natale ma, come tante tradizioni, si è dilatata nel tempo e si mangia quando si vuole. Purtroppo ne parliamo e basta perché per domani sera Cicci ha già comprato le fettine di carne da friggere, che quelle che avanzano poi me le mette nel panino che mi darà quando giovedì mattina partirò per Cagliari. La milanese fredda della nonna Franca nel panino è stata per anni la mia richiesta culinaria prima di tornare in continente.

Ho voglia di andare a Busachi.

Mercoledì, 6 luglio 2016

Non posso lasciare il Sinis senza fare un giorno intero di solo mare. La spiaggia imperdibile della zona è quella di Is Arutas. Pietro si offre (o meglio, si impone) di accompagnarmi la mattina e riprendermi il pomeriggio, privandomi dello status di ragazza indipendente di cui mi faccio vanto.

Il Sinis è costellato di residui di civiltà nuragica ovunque. Qualche pezzo di nuraghe, qualche ritrovamento di reperti probabilmente non dichiarato per non dover sacrificare i terreni all’archeologia. Ma anche di scheletri di case non completate, generalmente o abusive non condonate e rimaste, o costruite mattone su mattone dagli emigrati con l’aiuto degli amici via via che hanno soldi.

Attraversiamo la frazione di San Salvatore di Sinis, un piccolo borgo dormiente che negli anni ’60 e ’70 ha fatto da teatro per numerosi western all’italiana. Altra curiosità di San Salvatore è la Corsa degli Scalzi, ossia una processione fatta di corsa dai fedeli a piedi nudi che, in occasione dei festeggiamenti per l’omonimo patrono, trasportano da Cabras a San Salvatore il simulacro del santo, per poi riportarlo a Cabras la sera dopo.

Poi arriviamo alla spiaggia di Is Arutas. Il colpo d’occhio, con l’acqua turchese e cristallina e la distesa di piccoli granelli di quarzo, la rende effettivamente imperdibile.

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Quando arrivo è ancora relativamente presto e seppur non vicino al bagnasciuga, c’è spazio per sistemare l’ombrellone. Uno dei fenomeni su cui mi interrogo col trascorrere del tempo però riguarda i motivi che spingono i nuovi arrivati a sistemarsi molto vicini a me nonostante ci sia una intera spiaggia a disposizione. In particolare una famiglia che pare stia andando a lavorare vista l’organizzazione militare dietro ad una giornata al mare. Organizzazione che non impedisce scene di panico quando si accorgono che hanno dimenticato il pane a casa.
Purtroppo questa famiglia allargata è molto rumorosa e, come se non bastasse, ha anche un bambino di 3-4 anni che vorrei sottoporre ad una sana educazione vittoriana: children should be seen, not heard. Educazione estendibile anche alla sorella preadolescente di rara antipatia.
La giornata non è del tutto rilassante, i miei vicini di ombrellone mi costringono involontariamente a farmi gli affari loro per quanto riguarda rapporti di amicizia, cibo e scatologia varia; il venditore di cocco è particolarmente insopportabile (salvo essere poi super carino quando si mette a sedere vicino ai miei altri vicini di ombrellone, con tanto di spazzatura raccogli mozziconi di sigarette); in costume ci sono delle discrete brutture e gli astanti in genere sono decisamente rumorosi.
L’acqua però è rigenerante. In particolare, come l’acqua della costa occidentale in genere (credo) è molto fredda.

Oggi riesco anche a bermi una ottima Ichnusa cruda  sotto l’ombrellone prima di eclissarmi tra sonno e cuffie. Ma visto che rilassarsi non è comunque apparentemente contemplato in questa vacanza, si alza il vento. Non che mi dispiaccia più di tanto vedere il mio ombrellone volare sui vicini rumorosi, però è pur sempre una seccatura doverlo ripiantare e soprattutto doverli sentire rivolgersi a me con l’appellativo “signora”.

Quando Pietro torna a prendermi non sono del tutto soddisfatta, soprattutto perché volevo farmi un ultimo bagno. Mentre torniamo  verso Oristano mi dà qualche indicazione di sardo. Spadoadorisi per indicare i ladri di peschiera così comuni in quelle zone di stagni. Bent’esoli, vento del sud, scirocco. E poi la diversa percezione dei venti fra nord e sud Sardegna. Per me abituata alla fresca brezza proveniente dal mare stintinese, il Maestrale è un vento rinfrescante; i cagliaritani hanno una visione opposta del vento di nord-ovest poiché prima di arrivare a sud si è già scaldato attraversando tutta l’isola.

Oggi è l’ultima sera che passo a Oristano, domattina ho un treno per Cagliari. Come da tradizione, non si viene via dai parenti sardi senza cibo in dono e Cicci non si distingue. Due pacchi di mostaccioli e uno di frollini perché nel viaggio possono sempre fare comodo.

Giovedì, 7 luglio 2016

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Con oggi comincia il mio vero viaggio, la parte in cui tutto dipende da me e me sola. Che per quanto sia comodo avere qualcuno che pensa a tutto per te, dopo un po’ diventa faticoso. Alla fine quello di cui ho bisogno è il non dover rendere conto a nessuno e il non dover conversare se non ne ho voglia.
Parto da Oristano col pendolino che collega Sassari a Cagliari. La mia prima volta nel capoluogo dopo la visita di più di 15 anni fa in cui non ho visitato la città bensì parenti vari di mia madre lì residenti in una marcia a tappe forzate.
Il viaggio prosegue seguendo il caso e la non programmazione, anche di Cagliari non so assolutamente niente se non che il nome sardo è Casteddu.

La stazione è in prossimità del porto, la prima cosa che salta all’occhio è un’enorme nave di Costa Crociere attraccata. Per il resto una luce limpida e secca fa da sfondo ai rumori di una zona di città che pare in ordinato e continuo movimento.
Mi incammino sotto i portici della ottocentesca via Roma, uno dei “salotti” della città coi suoi caffè prospicienti il porto, meravigliata dalla quantità di turisti soprattutto stranieri che affollano la via. Oltre ai caffè c’è un punto di informazione turistico in cui recupero una cartina della città.

Mentre cammino verso l’ostello imparo la prima cosa importante su Cagliari: si sviluppa su sette colli e la strada che dal porto porta a piazza San Sepolcro dove è situato l’ostello, è in salita. Sono talmente rincoglionita che ho letto male le istruzioni dell’ostello per quanto riguarda il check-in e sono ormai nell’ottica di idee di non andare al mare al Poetto. A dire il vero, il motivo più profondo è che non ho voglia di prendere l’autobus preferendo attività in cui è sufficiente spostarsi a piedi.

Una volta lasciato lo zaino nel deposito bagagli (incustodito) dell’ostello decido di affrontare la città: senza troppo senso, fermandomi a prendere ombra e ventilazione quando ne ho voglia e soprattutto cercando di mascherare il fatto che non so leggere la cartina della città. Non tanto perché genericamente e geneticamente priva di senso dell’orientamento quanto perché Cagliari si sviluppa su più livelli e non è detto che due strade parallele sulla carta siano poi facilmente collegate tra loro nella prassi.

Inciso storico: la zona di Cagliari è abitata fin dal neolitico, ci sono passati successivamente i Fenici, i Cartaginesi, i Romani, i Vandali, i Bizantini che diedero inizio al periodo dei Giudicati e ad una relativa indipendenza. Nel XIII secolo d.C. arrivano i Pisani che fortificano la parte alta della città tramite un sistema di bastioni e fortificazioni che ancora oggi caratterizzano Cagliari; meno di un secolo dopo vengono sostituiti dagli Aragonesi (poco amati) fino a che a inizio XVIII secolo, dopo un breve passaggio all’Austria, la città passa ai Savoia.

Camminando a caso, in barba alle vertigini salgo sulla Torre di San Pancrazio per godermi il panorama dall’alto; mi mescolo ad un’orda di turisti dentro la Cattedrale di Santa Maria; mi fermo fuori della porta Santa Cristina a mangiare il panino con milanese che mi ha lasciato Cicci e a rinfrescarmi alla brezza di scirocco; vado alla complicata ricerca dell’Anfiteatro romano solo per trovarlo chiuso per lavori. Passeggio a caso fra piacere e frustrazione davanti all’incapacità di capire come si legge la benedetta cartina.

Prima di rientrare in ostello e finalmente prendere possesso del mio letto mi fermo ad un bar per una birra e un caffè. La birra deve essere il leitmotiv di questa vacanza.

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Dopo essermi lavata e rilassata esco di nuovo per affrontare il mio solito problema da viaggio: il cibo. Decido di rimandare il momento sedendomi al tavolino di uno degli innumerevoli bar della città e ordinando uno spritz. Tra un sorso e un morso ai crostini di accompagnamento leggo il libro che mia nonna ha scritto sulle tradizioni di Busachi, osservo i passanti e annoto impressioni e pensieri sul mio taccuino.

Non so se è l’alcol che scioglie i sentimenti induriti dal tempo e dalle circostanze ma mi chiedo come sia possibile avere ancora momenti nostalgici, eppure a tratti un pensiero resta sospeso e non se ne vuole andare. Quindi dal momento che il primo spritz è finito troppo in fretta, in via del tutto eccezionale ne ordino un altro.

Viaggiare in Italia mi sembra più semplice perché so come procacciarmi il cibo ma allo stesso tempo amplifica il mio senso di inadeguatezza cronica perché mi sento ancora più a disagio nelle mie indecisioni e incertezze. Detto questo, nel momento in cui riesco a scegliere dove sedermi, mi sento abbastanza in pace e quasi non mi alzerei più.
Attraverso l’annebbiamento alcolico suppongo che siano tornati di moda gli ombelichi di fuori visto che Cagliari è un pullulare di top e pantaloncini ristretti su ragazze dall’aspetto molto minorenne, oltre ad una tamarraggine diffusa. Mi scopro vagamente moralista.

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Decido di smaltire le bevute e al contempo rimandare la scelta sulla cena vera e propria passeggiando di nuovo a caso per le vie del centro con la loro aria di vivibilità ed esercizio fisico a forza di salite e discese. Le strade sono silenziose e pulite, l’aria limpida e tersa, la leggera brezza marina non impedisce di godersi la serata in pantaloncini e maglietta.
Mi fermo in prossimità di un bar dove in TV trasmettono la semifinale degli Europei in cui si affrontano Francia e Germania. Vorrei che nessuna delle due passasse il turno ma nell’impossibilità opto per i più deboli e quindi per la Francia.

Alla fine del primo tempo mi sposto e seguendo il consiglio di un’amica mi fermo a mangiare alla friggitoria davanti all’ostello. Cartoccio di calamari fritti e birra, per una notte pesante assicurata. Finito di mangiare faccio altri quattro passi per far passare il tempo e casualmente finisco davanti al liceo frequentato da Antonio Gramsci. La frase sulla targa (Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza) si aggiunge al mio altro personal favourite della città, quel Radical chic è la nuova egemonia, letto poche ore prima su un muro.

Non ho tanta voglia di andare a dormire, sono incredibilmente propensa alla ricerca di un locale gay anche se sono sola, peccato che il locale gay non sia propenso a farsi trovare su internet. Quindi rientro in ostello.

La stanza ha quattro letti, due al piano terra e due sul piano soppalcato. Quando ho preso possesso della stanza nel pomeriggio ho scelto il piano terra, nonostante il disordine del lato già occupato e ho fatto bene poiché ai piani alti c’è molto disagio. Quando rientro in stanza la ragazza che dorme sul piano soppalcato è nell’antibagno in cui si trova il lavandino e lì rimane per 25 minuti di orologio lavandosi a pezzi invece di optare per una comoda doccia che avrebbe permesso a me l’uso del lavandino per un banale lavaggio di denti. L’attesa però mi presenta l’occasione per distogliere la mia molto carina vicina di letto dalla lettura del suo libro per scambiare due parole: apparentemente la ragazza in bagno non è nuova a questo tipo di atteggiamento e anzi, la mattina ha litigato con una precedente ospite della stanza poiché alle 6 del mattino ha acceso tutte le luci della stanza come fosse una cosa normale da fare.

Finalmente riesco ad andare in bagno e a dormire. Mentre sto per addormentarmi arriva la ritardataria quarta ospite della stanza. E’ mezzanotte e mezzo e deve ancora sistemarsi e prepararsi il letto. Mi sembra una situazione assurda. Passa mezz’ora e qualcuno inizia a bussare alla porta, nel dormiveglia sento qualcuno scendere le scale ed andare ad aprire. Cos’altro riserverà questa notte?

Venerdì, 8 luglio 2016

La disagiata di ieri sera se ne è andata alle 6.15 stamattina, lasciando pure il letto rifatto alla perfezione con tanto di coperta. Io invece mi sveglio con un po’ più di calma e porto il mio disagio mattutino alla ricerca del bar dell’ostello in cui fare colazione. La mia vicina di letto è a un tavolino nel cortile interno dell’edificio con due ragazzi, stanno raccontando dei loro viaggi più assurdi e improbabili, al punto che mi chiedo quanto siano veri o esagerati gli aneddoti che raccontano. Non capisco se c’è un po’ di spacconeria (la ragazza è, effettivamente, molto carina) o se sono io che sono preda del tumulto interiore di invidia per chi riesce a socializzare mentre a me è presa la vacanza “disagio sociale”, unito ad una straordinaria puntualità del mio ciclo nell’essere in ritardo quando sarebbe opportuno fosse regolare; simpatia che non mi ha risparmiato quando davanti a me avevo 9 ore di pullman da Tirana a Saranda, figuriamoci negli unici 3 giorni di mare me, myself and I che mi sono ritagliata in questa vacanza. Perché sì, stasera ho un volo che mi porterà a Trapani da cui domattina salperò in direzione Favignana. Intanto però ho ancora una mezza giornata da trascorrere fra le numerose mosche di Cagliari.

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Cartina alla mano, tramite un giro volutamente largo che mi porta casualmente davanti all’insegna di “McPuddu’s”, mi dirigo verso quella che dovrebbe essere la strada della street art. Prima di non trovare la via mi fermo in una delle infinite piazzette della città a prendere un po’ di ombra e a maledire la maledetta cartina che non riesco a leggere. Nel mio girovagare confuso intravedo pure la mamma con figlia con cui avevo atteso l’autobus a Bosa. Innervosita dalla mia infrutuosa ricerca raggiungo il museo archeologico della città dove ho in programma di chiarirmi un po’ le idee sulla storia della terra dei miei avi.

Sono partita da una settimana e ancora non mi sono rilassata. Mi sembra di girare in tondo perenne in tutti i sensi. In tutto il mio marasma onirico di stanotte credo di aver sognato anche il motivo principale del mio stato di tribolazione prolungato. Scriverne il nome è come decretare la sua appartenenza ad una vita passata e oggi è uno di quei giorni in cui sento una mano che gioca con le mie budella dalla nostalgia di tutto che ho. Immagino che la solitudine e la lentezza che mi stanno richiedendo la costruzione e ricostruzione di universi il più possibile paralleli a quello che sto piano piano abbandonando non aiutino. Ma ormai, come un mulo ho cominciato quest’avventura e come un mulo intendo continuarla, quindi zaino (metaforico e non) in spalla e proseguire.

L’aeroporto di Cagliari è semi deserto, mentre mi appresto a superare i tornelli automatici che si aprono passando il QR code del biglietto aereo sotto un laser, vengo fermata da una signora che non ha ben chiaro questo processo. Se avevo intenzione di aspettare l’imbarco perdendomi nelle mie ansie, devo rivedere i miei piani poiché la signora, una professoressa palermitana che sta tornando in Sicilia dopo aver insegnato tutto l’anno a Cagliari, non mi molla fino a che non saliamo sull’aereo.

In aereo sono proprio senza pace e, con mia immensa frustrazione, sono mangiata dall’ansia. Mi chiedo che ragionamento ho fatto quando mi sono scelta il posto. Spero di vedere un po’ di Sicilia perché decollando dal lato mio si vedono il sole in faccia, lo stagno di Capoterra e qualche pozzo artesiano ma né la città, né la costa sarda.

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Lascio Cagliari, il suo centro silenzioso e curato, le sue tante piazzette che ti fanno aver voglia di avere qualcuno con cui fermartici a prendere una birra, le ringhiere in ferro battuto decorato dei suoi balconi, la mia incomprensione della sua cartina. Dall’altra parte del mare mi attende una seconda volta che però è un po’ come fosse la prima, in Sicilia.

Cuffie nelle orecchie e disinteresse per i frenetici tentativi degli assistenti di volo di vendere tutto il possibile nei miseri 25 minuti di volo che hanno a disposizione tolti decollo e atterraggio, mi concentro sulla distesa di blu oltremare con un pensiero a chi si mette in barca per arrivare fino all’Europa: ci vogliono davvero coraggio e necessità per attraversare questo mare denso che si spande a perdita d’occhio.

Dalla Sicilia non so cosa aspettarmi. Mi rendo amaramente conto che per me è una terra la cui cattiva fama supera la conoscenza reale. Mi sorprendono le pale eoliche, mi sorprendono i campi coltivati che pare di atterrare a Londra, non mi sorprende del tutto la difficoltà che ho a trovare la fermata dell’autobus che mi porterà in città. Ma è anche vero che la componente ansiosa legata al fatto che la signora da cui ho prenotato su Airbnb non mi stia rispondendo ai messaggi in cui le do conferma del mio arrivo e in cui chiedo informazioni sulla consegna delle chiavi, potrebbe avere un ruolo.
Finalmente, mentre aspetto il bus, mi chiama il proprietario dell’appartamento in cui dormirò stanotte e mi sento già più tranquilla. I pensieri durante il viaggio dall’aeroporto alla città sono imprescindibili dalle immagini di film a sfondo mafioso visti negli anni. I casolari abbandonati, le periferie, il degrado, l’aspetto di lontananza atavica da quello che io considero centro del mondo. Poi quando scendo dal bus ho a che fare con Giuseppe e l’altra faccia della Sicilia e del meridione in generale: la disponibilità sincera ed espansiva. Mi accompagna in casa, spiega lo spiegabile, risponde alle mie domande. Purtroppo il ristorante che mi consiglia è pieno, è pur sempre venerdì sera, ne scelgo quindi uno a pochi passi di distanza. Mi metto a sedere fuori, vista porto.

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La mia politica alimentare quando sono in viaggio è: cibo tipico. Ordino un cous cous con zuppa di pesce sormontata da una triglia intera (mai ho dovuto pulire un pesce così, santa Mamma) e vino bianco della casa, Grillo mi dicono, dolce e molto piacevole. Come praticamente ogni volta, mi sento in pace nel momento in cui mi siedo per mangiare. Deve esserci una correlazione fra procacciamento del cibo e tranquillità interiore.

Mentre con calma finisco il mio vino, fuori si presenta un venditore di rose. Mi guarda e si allontana: situazione sentimentale? I venditori di rose mi evitano.
Pago il conto, mi accorgo che si sono dimenticati di addebitarmi il vino, faccio bella figura facendoglielo notare e torno verso casa. Cammino nella notte buia e afosa di Trapani per strade che sento non appartenermi. E’ una sensazione di scivolamento a cui non sono abituata, o almeno non con questa forza. Un’altra novità di questa vacanza.

Sabato, 9 luglio 2016

La notte è stata difficile. Talmente difficile e afosa che mi sono rassegnata a dormire con l’aria condizionata accesa e un orecchio sempre attento alle zanzare.
La prima abitudine meridionale che fieramente assumo è l’attraversamento spavaldo. Mai avrei pensato che l’Inglese che è in me potesse cedere all’anarchia degli attraversamenti creativi.

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Faccio colazione alla pasticceria Colicchia. Mi metto a sedere a uno dei tavolini nei vicoli che incorniciano il locale e ordino caffè, brioche e granita alla mandorla. Quando assaggio il primo cucchiaino di granita capisco perché la granita siciliana è LA granita. Il ghiaccio denso* si scioglie in bocca insieme ai pezzetti di mandorla. La brioche è l’esempio della nobilità della semplicità. Il vero problema è che uno dovrebbe avere a disposizione più di una colazione per assaggiare tutti i gusti di granita disponibili. Nel momento in cui mi alzo per pagare faccio un altro salto nell’arcaismo linguistico dopo il “Gradisce?” sardo: il “Comandi” siciliano del cassiere.
Rinvigorita dalla colazione decido di fare la cosa che mi riesce meglio quando sono in una città che non conosco: girare quasi a caso in attesa di un evento X, in questo caso il traghetto per Favignana. Nonostante siano le 10 del mattino è già molto caldo e solo ogni tanto un timido soffio di vento rinfresca l’aria, ma proprio ogni tanto.

La Sicilia fa parte di quel misto di luoghi comuni affascinanti e misteriosi sul sud Italia. Cosa pensare della signora che dal secondo piano cala un cestino in cui si fa mettere una busta di carta bianca che presumo contenga del pane?
Dopo una breve passeggiata per la zona vecchia di Trapani, strabuzzando gli occhi davanti a bambini che bevono Red Bull prima delle 11 del mattino, torno verso il porto dove constato a) che il vero problema della Sicilia è che ci sono troppi italiani tutti insieme; b) che fanno più problemi col bagaglio sull’aliscafo che su Ryanair ed è tutto dire. Anche se da quando Ryanair ha permesso di portare il secondo mini bagaglio a mano in cabina la sua simpatia è schizzata alle stelle.

Sono ovviamente l’unica persona in coda da sola. Mi viene in mente la conversazione sul viaggiare fatta con Cicci e Pietro qualche sera prima. Cicci mi raccontava di come lei e il marito avessero fatto tutti i loro numerosi viaggi in età adulta, poiché a trent’anni stavano fermi ad Oristano a pagare il mutuo della casa. Io tra una cosa e l’altra faccio almeno un paio di viaggi l’anno. La nascita del low cost, gli amici e i parenti in giro per il mondo da andare a trovare, l’apertura delle frontiere rendono il viaggio quasi la normalità perché ormai non è più il viaggio in sé ad essere importante, è la meta. Ecco, noi giovani di oggi ci sentiamo proprio padroni del mondo e della libertà di movimento, immagino.

Sbarco a Favignana con un misto di curiosità e ansia: davvero non so cosa aspettarmi. Vengo recuperata da Luigi, il proprietario dell’appartamento che ho prenotato. Il monolocale è pulito, nuovo e accogliente, quasi fa passare la voglia di uscire.
La prima cosa di cui mi accorgo appena esco di casa è che Luigi mi ha dato le chiavi del portone sbagliate. Concordato il recupero del mazzo giusto (“Gliele lascio infilate nella serratura”) procedo alla prima operazione da effettuare a Favignana: il noleggio di una bicicletta. Non sapendo da dove cominciare opto per il primo negozio che trovo aperto. Il proprietario sembra un incrocio fra Checco Zalone e Duccio di Boris, non ha un aspetto particolarmente affidabile ma per la modica cifra di 5 euro al giorno ho trovato un mezzo di trasporto, per quanto un po’ scalcagnato.

Seguendo i consigli di Luigi mi dirigo verso Cala Rossa, visto il vento che soffia oggi dovrebbe essere una buona spiaggia. Ovviamente ho soprasseduto sulla crema solare e già attendo le conseguenze. Arrivata a Cala Rossa scopro sia che Luigi non mi aveva dato un buon consiglio sia che bella Cala Rossa, ma se ci arrivi in barca o se hai comode scarpe da scoglio che io non ho. Inoltre le correnti rendevano particolarmente difficile entrare. Ho vagato per quasi tutta la cala alla ricerca di un punto in cui si potesse entrare, meravigliandomi della grande quantità di gente che riposava rilassata all’ombra del tufo come fosse solo un mio problema quello di non sapere da dove cominciare. Quando finalmente mi sono decisa ad affrontare la leggera onda che si infrangeva sugli scogli ho scorto due meduse. Decisamente troppo per me. Senza aver praticamente toccato acqua ho rifatto il sentiero che dal mare risaliva verso il posto in cui avevo lasciato la bicicletta e ho cambiato spiaggia, sicuramente allungando pure la strada.

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Il primo grande problema di cui mi rendo conto è che Favignana non è un posto per donne sole con ciclo, le spiagge con bagno sono estremamente limitate e io sono molto indisposta. In pratica rido per non piangere.

Il mare di Cala Azzurra comunque è molto bello, per quanto la spiaggia piccola e affollata. Arrivando nel tardo pomeriggio in realtà sono anche riuscita a trovare uno spazio in cui sedermi abbastanza comodamente. Acqua fredda, ad un certo punto sono uscita perché mi sono sentita un termometro al mercurio rotto, con tutto il peso che va in giro. Pensieri, nostalgie, rabbie, insoluti. Sono uscita dall’acqua proprio per non finire a fondo.

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Dopo il primo giorno a Favignana la mia opinione è che non sia un luogo per single e/o con mestruazioni. Più che rilassarmi sono in ansia, del tipo che se sopravvivo a questo viaggio sopravvivo a tutto. Le mestruazioni al mare sono davvero una scocciatura, soprattutto se non ci sono né bagni né persone che ti aiutano mentre procedi al cambio assorbente, né luoghi in cui ripararsi e fare da sé.
Per proseguire il pessimo rapporto con l’isola, non è posto in cui poter fare come a Creta che uscivo di casa e dovevo solo scegliere in che ristorante mangiare: sono uscita di casa, ho scelto un ristorante alle 21, il gestore mi ha detto di passare fra 30-40 minuti, che tanto da sola probabilmente non mi avrebbero presa da nessun’altra parte. Sono tornata dopo 35 minuti solo per stare altri 45 minuti in piedi in attesa di essere messa a sedere, vedendomi passare avanti coppie che non avevano prenotato e che erano arrivate dopo di me. Non sono venuta via per fame e per poterlo distruggere su Tripadvisor.
Mentre attendo sempre più indisposta osservo il personale, sembrano immersi in operazioni militari, sono pochi e probabilmente non qualificati. Io in compenso qualifico il mio nervosismo. Che poi magari in coppia o gruppo si sopportano meglio queste attese, chissà.

Quando finalmente arriva il mio turno di sedermi decido di sbronzarmi. Bevo a stomaco vuoto e faccio finta di niente quando mi comunicano che si erano dimenticati la mia ordinazione. Piove sul bagnato ma tanto sto bevendo e mi fa ridere tutto, tipo i bicchieri e le bottiglie vuote messe a terra per liberare tavoli per smaltire le troppe persone in attesa. Mentre mangio arriva un gruppo di otto, sei ragazze e due ragazzi. Uno di loro è molto bello, stile bello trasandato Kurt Cobain. Ma solare, quello che conosce tutti. Non nascondo che provo un po’ di invidia per la tavolata ma continuo ad attendere con fiducia la mia ordinazione di cui nel frattempo il cameriere si è dimenticato. Oltretutto l’unico motivo per cui mangio con gusto il mio piatto di pasta quando arriva è la vera fame. Nell’attesa avevo costruito un’aspettativa tale sulla bontà del cibo che davvero solo la pigrizia mi impedirà di scriverne male su Tripadvisor.

Intanto nella piazza antistante c’è un gruppo a suonare, mi immagino una zoccolona in frange e pailettes ma la scelta delle canzoni cozza con il mio pregiudizio: Mannarino, Battisti, Dalla e vari altri. La mia immaginazione rimarrà l’unica faccia di questo concerto perché quando finisco di mangiare e vado in piazza è cambiato gruppo e mi trovo davanti agli Ottoni Animati, una sorta di piccola brass band. Divertiti e divertenti, ma per me non è stata proprio giornata. A concerto ancora in corso me ne torno verso casa, sazia e malinconica e con l’ansia di come organizzarmi la giornata domani.

* sono consapevole del dibattito intorno alla consistenza del ghiaccio della vera granita.

Domenica, 10 luglio 2016

Vorrei cambiare attività onirica. Ultimamente sogno continuamente (o spesso insomma) di trovarmi in mezzo a rischio terrorismo oltre a varie ed eventuali con bizzarre combinazioni di persone.

Mi sono svegliata con calma, dal momento che questi a Favignana sono gli unici giorni delle mie ferie in cui non ho orari, cerco di sfruttarli il più possibile. Il vero problema è che dopo ieri sera devo trovare una soluzione per la cena. Prima di quello però è fondamentale la colazione. La vita comincia dopo la colazione, decisamente.

Favignana è molto animata, anche alle 11.30 del mattino quando nella mia testa si dovrebbe essere già al mare. Cosa che a mia volta dico osservando dal mio tavolino in attesa della colazione.

La giornata è caratterizzata da una intensa foschia, ha iniziato a calare dal colle di Santa Caterina intorno a mezzogiorno. Inizialmente pensavo fosse un incendio ma c’era troppo poco movimento e preoccupazione quindi ho dedotto che dovesse essere altro.

calamoni

Inforco la bici e mi fermo nella prima cala a caso che ho trovato, più per esasperazione che per altro. Ero disposta anche a pagare caro un ombrellone ma il fatto che ci sia un solo lido attrezzato e che sento la musica arrivare dalla spiaggia che ho scelto mi fa desistere. Detto questo, di ombra neanche l’ombra, di sabbia nemmeno, trovo delle rocce comode e mi accomodo, più o meno. Dopo poco mi si siedono praticamente addosso due coppie attempate. La prima reazione è di fastidio, con tutto lo spazio libero proprio accanto a me si dovevano mettere, poi col fatto che il loro cane veniva a cercare ombra dietro di me abbiamo scambiato due parole, in particolare con una delle signore. Intanto mi dice che sono a Calamoni, poi mi spiega il perché della foschia per cui non si vede a 50 metri: è il troppo caldo e si attua un fenomeno, piuttosto raro, di evaporazione dell’acqua. Del resto è piuttosto curioso, sembra di essere in mezzo a nebbie invernali che si levano però dal mare d’estate. La signora mi consiglia un paio di spiagge e di fare un giro in barca per l’isola. Prima di andarsene commentiamo i recenti risultati del referendum in Inghilterra. Lei è siciliana, vive a Padova, ha una figlia ad Amsterdam e un figlio a Mestre. E’ una donna che ha ben chiara l’importanza dell’Europa e dei giovani. Quando se ne è andata via mi sono sentita un po’ sola ma ho seguito i suoi consigli e ho costeggiato la costa meridionale dell’isola per raggiungere Grotta Perciata.

L’acqua è veramente meravigliosa. Di un verde intenso e profondo, limpida, vellutata, con medusa annessa. Non c’è spiaggia, solo duro e piatto tufo e disponibilità di ombra molto ristretta. La località si chiama Grotta Perciata perché la copertura della piccola grotta omonima è perciata, ossia bucata.

grotta perciata

Sono qui da due giorni e non ho ancora visto una sola persona sola, forse giusto ieri un ragazzo a Cala Azzurra. E’ come se in questo mondo la solitudine fosse una malattia e non fosse contemplata fra le possibilità della vita, e ancor di più quella che non si unisce in viaggi organizzati modello “Avventure nel Mondo”.

Dopo la disavventura di ieri sera con la ristorazione esco di casa con l’idea di fermarmi ad una gastronomia in cui comprare una cena da asporto ma appena sento l’aria fresca fuori non ce la faccio a chiudermi in casa. Mi sono fermo per un aperitivo davanti al municipio. Saranno stati i tavolini disponibili, la cameriera che ha messo il segnatavolo numero 4 che è il mio numero di maglia proprio mentre passavo di lì, non so, però non ho voglia di rientrare a casa. L’unica cosa che davvero mi infastidisce, da buona figlia di mia madre, è che sono in infradito e che non trovo decoroso mangiare in ciabatte.

aperitonno

La cameriera mi spiega per filo e per segno in cosa consiste ogni crostino dell’aperitivo a base di tonno. Nel piattino ci sono otto crostini, due per ogni tipo: uova, mosciame, ficazza, cuore. Uova e cuore sono facili, la ficazza è un salame fatto con le parti muscolari che restano aderenti alla lisca e con altre parti muscolari (ritagli, pezzetti ecc), il mosciame invece viene preparato con il filetto magro essiccato del tonno ed è la parte più pregiata del tonno.
Se già a pelle sospettavo un lesbismo della cameriera (eh il gay radar…) l’occhiolino che mi ha fatto a fine spiegazione, oltre a gettarmi in un risolino interno manco fossi una educanda, me ne ha dato conferma.

Mentre mi scolo due spritz mi vien da ridere perché dalla sedia osservo ragazze in tenuta ridicolmente elegante che si aggirano per Favignana col trolley. Ma per viaggiare non è meglio vestirsi comodi?

Finito l’aperitivo mi è finita anche la fame. Faccio comunque un salto alla gastronomia che c’è dietro il mio appartamento. Le donne che mangiano ai tavolini parlano di cibo, gli uomini guardano guardano la finale degli Europei. Ovviamente mi colloco tra gli uomini. Quando la mia cena è pronta però torno a mangiarla a casa, apparecchio la tavola e una volta finito di mangiare sfido il decoder che si scollega di continuo e proseguo la visione dal divano. Insieme alla cena mi porto a casa un altro termine desueto che invece qui pare comune: prescia.

Mentre giro la chiave scorgo il gruppo di anziani che sta quasi perennemente seduto sulle sedie a pochi portoni dal mio. Mi piace immaginare che commentino questa ragazza che gira sola. Magari è solo un film mio ma per quanto quest’anno la stia vivendo con un po’ più di malinconia, io mi sono sentita una gran figa all’idea di essere considerata sconveniente perché vado in vacanza da sola.

Lunedì, 11 luglio 2016

Dopo l’ennesima notte insoddisfacente mi alzo e cerco di dare un senso alla giornata con la colazione. Cambio bar rispetto a ieri e invece che nella piazza del municipio mi fermo in una delle strade di accesso alla piazza del municipio.

Quella di stamattina si rivela la colazione più faticosa di sempre. Arrivo insieme ad una famiglia, ci sediamo in tavoli diversi ma vicini sotto la veranda del bar. La cameriera prende l’ordinazione alla famiglia, io evidentemente passo inosservata. Mi fa troppa fatica alzarmi sdegnata quindi mi alzo solo per entrare dentro il locale e ordinare la colazione spontaneamente. Mi viene detto che se consumo al tavolo devo aspettare che mi prendano l’ordinazione, li invito a venire a prenderla allora visto che sono in attesa da un po’ e il bar non è particolarmente affollato. Quando la cameriera arriva ordino un cappuccino, un cornetto con ricotta e un succo di arancia. La giovane torna dopo poco per comunicarmi che i cornetti erano terminati ma che se mi andava bene avrebbe potuto portarmi due cornetti piccoli con lo stesso ripieno. Le dico sorridendo che non c’è nessun problema e che vanno bene i due cornetti. Passa un minuto e torna da me a mani vuote perché non ricordava se avessi ordinato una spremuta o un succo di arancia. Avevo ordinato un succo di arancia, specificando che in  caso di disponibilità di sola arancia rossa avrei preso un altro succo.  Passa un minuto e la cameriera ritorna perché non si ricordava se mi andava bene l’arancia rossa. Ripiego su un ACE sperando che il prossimo viaggio della cameriera sia a mani piene. Quando ritorna ha con sé il cappuccino, i due cornetti piccoli stracarichi di ricotta, il succo e varie api. La ringrazio e un po’ mi compiaccio del mio essere stata cortese e sorridente anche negli imprevisti immaginando che a lei abbia fatto piacere trovarsi davanti una persona che non ha peggiorato la sua mattinata terribile trattandola male.

Beandomi ancora del mio essere una bella persona inforco la bicicletta e seguendo i consigli della signora di ieri mi dirigo verso Scala Cavallo. La reazione è la solita ad ogni mio approdo a una spiaggia favignanese: bella l’acqua ma da dove entro? Dove mi stendo? Ombra no eh? La giornata è rovente, fortunatamente trovo un angolo appoggiata ad una parete di tufo, non potrò sdraiarmi ma almeno dovrei avere un po’ di ombra garantita.

scala cavallo

Le scomodità logistiche di questa isola si aggiungono alle scomodità dei miei pensieri. Non riesco a lasciare andare, neanche quando dormo. Sento questa sorta di peso, una tensione continua in testa e mi aggiro per notti pressoché insonni e giornate problematiche senza pace e senza tregua. Ogni novità, ogni nuova conoscenza, è passata al vaglio della mia rigida burocrazia interna e mi trovo quasi ad obbligarmi a intrattenere corrispondenze cominciate “tanto per”. Non che non siano piacevoli, anzi, ma lo faccio senza nessuna leggerezza.

A Stintino vado sugli scogli da quando sono nata e non solo vado sugli scogli, vado proprio sugli stessi scogli di cui conosco ogni scivolamento e ogni rifugio di ricci, non ho bisogno di scarpe da scoglio per muovermi agilmente. A Favignana scopro che le scarpe da scoglio sono utili. O meglio, sarebbero state utili. In alcune spiagge, come Scala Cavallo appunto o Cala Rossa, avrebbero aiutato ad affrontare gli scogli viscidi e con l’acqua bassa o agitata da percorrere prima di arrivare là dove non si tocca e si può nuotare agilmente senza paura di scivolare o poggiare piedi dove non si vorrebbe. Quando mi decido finalmente a sfidare il benthos di Scala Cavallo scopro nuovamente la mia nuova abilità nelle casual conversations da scoglio con gli sconosciuti. Con l’acqua ad altezza mezzo polpaccio mi intrattengo con una ragazza di Crema con cui discorriamo dell’isola e di quanto entrambe la troviamo poco rilassante e troppo piena di italiani. Mi dice che il suo compagno addirittura stava pensando di andarsene prima della fine della vacanza.

Il bagno è rinfrescante ma l’ansia di essere colpita da una medusa è tale che lo fa essere anche breve. Ansia ben riposta perché nel pomeriggio le bestie feroci colpiscono una ragazza che se ne va via in lacrime verso la guardia medica.

Nelle lunghe ore che trascorro all’ombra del tufo leggo  senza interesse e ascolto le conversazioni da spiaggia. C’è una famiglia di Benevento, se ho capito bene, il bambino dice al padre che vuole andare a nuoto fino all’altra sponda dell’insenatura che costituisce Scala Cavallo. Quando sento il padre rispondergli che non bisogna mai andare all’altra sponda, i ghei, gli auguro interiormente di avere la vita salvata da un gay. E anche il figlio gay, magari, ma poi mi dispiacerebbe per il figlio.

Stremata dalle ore peggiori del giorno passate sul mare torno verso casa. E’ ancora presto quindi decido di fermarmi a fare un bagno rinfrescante a Praia che è la spiaggia in prossimità del porto. Non lo avessi mai fatto. Come prevedibile l’acqua non è particolarmente pulita e me ne vado via rapidamente e con una sensazione di sporcizia addosso.

Prima di andare a cena lavo le ultime cose nella speranza che asciughino entro domani poiché in ostello a Palermo non ho intenzione di fare lavaggi di biancheria. Ceno nella mia ormai fedele gastronomia prima di dirigermi verso gli ex stabilimenti Florio della tonnara di Favignana per la visita guidata. L’edificio restaurato si visita in compagnia di una guida che ripercorre sia le tappe della storia della mattanza del tonno a Favignana, sia la storia dell’isola, sia la storia della famiglia Florio che stabilendo qui produzione e inscatolamento del tonno ha fatto la fortuna dell’isola. La struttura ha un’eleganza spoglia e attraverso i racconti della guida si percepisce in pieno la stretta interconnessione fra i favignanesi e il tonno. Purtroppo sono entrata con l’ultima visita guidata della sera e il museo chiude appena la guida finisce il percorso quindi non ho tempo per soffermarmi su foto d’epoca e installazioni che ripercorrono la storia di un metodo di pesca antico quanto l’uomo.

stabilimento florio

Prima di tornare a casa mi concedo un ultima pedalata senza meta, solo aria fresca in faccia e il primo vero momento di distensione della vacanza. Un po’ tardi, forse, domattina parto per Palermo e mia sorella che lì mi raggiungerà.

Martedì, 12 luglio 2016

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Mi sveglio con calma ma non troppo, cambio nuovamente bar per la colazione mantenendo fisso solamente il menefreghismo davanti al sovrapprezzo per la colazione seduta al tavolino all’aperto: sono in ferie, me lo posso e voglio permettere.

Rientro in appartamento per procedere alla consegna delle chiavi e a qualche chiacchiera coi proprietari prima di dirigermi verso il porto. Uscendo dal portone e procedendo per qualche decina di metri a destra c’è un forno. L’idea è di comprarmi il pranzo lì e poi procedere verso il porto. Chi non è d’accordo è il cane che mi sbarra la strada a pochi metri dal portone dell’appartamento. Lo identifico come un Rottweiler tozzo (ma la mia dimestichezza coi cani e con le loro razze è minima) e l’unico vero aspetto che mi colpisce è che è senza guinzaglio, molto agitato, ringhia, fa qualche metro verso di me ogni volta che provo a muovermi verso di lui poi al richiamo del padrone si ferma e non sembra avere alcuna intenzione di farsi legare (né il padrone sembra particolarmente intenzionato a farlo). In uno stato che supera di poco la paralisi decido di fare retromarcia e di inventarmi qualcos’altro per il pranzo. Vado direttamente al porto cercando di mettere più distanza possibile tra me e il cane e senza fantasia e con poca scelta mi compro una brioscia da mangiare per bloccare la fame in attesa di arrivare a Palermo.

L’aliscafo è in leggero ritardo e io ovviamente ho già cominciato a temere il peggio: perdere l’autobus per Palermo e dover ciondolare un’ora nel caldo del mezzogiorno trapanese in attesa del bus successivo. Fortunatamente anche il bus è in ritardo e ho anche il tempo di sciogliermi per una mezz’oretta nell’afa. Il ritardo si rivela poi provvidenziale perché mi permette di arrivare quasi in contemporanea a mia sorella al punto di incontro stabilito nell’arrivo del suo bus dall’aeroporto.
Dal finestrino del bus cerco di trovare punti di riferimento tangibili a ricordi di cose che per ora sono solo nozioni senza una visione concreta. Il bivio per Cinisi, il monumento alla memoria di Giovanni Falcone a Capaci, Punta Raisi e il dialogo dei “Cento Passi” sulla costruzione dell’aeroporto di Palermo. Poi arriva il Renzo Barbera e quartieri residenziali di Palermo di cui ignoro nome e storia.
A causa di lavori il bus non effettua la fermata “Politeama” e mi lascia al porto prima di proseguire per la stazione. Zaino in spalla e cartina alla mano la raggiungo a piedi e dopo pochi minuti mi congiungo a mia sorella. Baci e abbracci dopo mesi di lontananza, poi proseguiamo verso il Vespa Hostel in pieno centro e a pochi passi dal Teatro Massimo.

Dopo l’espletazione delle pratiche burocratiche (presentazioni, check-in, consigli) ci apprestiamo alla conquista della città. Giuseppe, il proprietario dell’ostello, ci ha dato una cartina con segnate tutte le attrattive principali in base ai nostri interessi che nello specifico sono: cibo, mercati, monumenti, Monreale. Essendo praticamente a stomaco vuoto cominciamo subito dirigendoci al Caffè Torino dove ordiniamo un arancino bomba al ragù da dividerci camminando a caso per il centro. L’arancino bomba (così chiamato per le dimensioni) è mezzo chilo di godimento spontaneo e incontrollato che affronto con una voracità di cui non mi credevo capace. Terminato il cibo ci incamminiamo senza seguire troppo la cartina per la città.

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Se non sai cosa aspettarti Palermo è una sindrome di Stendhal che ti travolge ad ogni angolo. Camminiamo a caso e ci imbattiamo in piazza Pretoria, ci giriamo e le tre cupolette della chiesa normanna di San Cataldo escono dai libri di storia dell’arte in cui l’avevo studiata e diventano realtà. Percorriamo stradine con insegne in ebraico e stradine con necrologi per fratelli africani, raggiungiamo la cattedrale sorta sulle rovine di una moschea a sua volta costruita dove prima c’era una chiesa e rimaniamo conquistate da questo crocicchio di culture che ha costruito la città nel corso dei secoli. Palermo ci travolge con la quantità di splendidi scorci inaspettati e disordinati che offre e ha una decadenza romantica e degradata che neanche la sporcizia diffusa riesce totalmente a scalfire.

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Dopo una merenda a base dell’imperdibile brioscia con gelato torniamo in ostello dove via via che rientrano conosciamo gli altri ospiti. Giuseppe stappa due birre e ci invita tutti a socializzare nel terrazzino interno dell’ostello. Mia sorella ed io siamo le uniche italiane e a quanto pare siamo una rarità. Chi è stato al mercato la mattina condivide ciliegie e albicocche, chi è in città da qualche giorno racconta la sua esperienza. Degli ostelli mi affascina questo incontro di persone e culture diverse che si toccano per poche ore, per pochi giorni, ma che danno idea di umanità. Di persone sconosciute che condividono qualcosa anche se per così poco tempo. Il modo in cui parlano come se si conoscessero. Ma forse mi sorprende perché sono una disagiata. Decidiamo di andare a cena insieme in una pizzeria vicina, in quanto italiane a loro agio con l’inglese le nostre conoscenze sono molto richieste.

Prima di dormire ripercorro mentalmente la vacanza finora e penso che sì, bello viaggiare da soli ma a volte avere qualcuno con cui parlare è anche meglio.

Mercoledì, 13 luglio 2016

La cena di ieri sera ha prodotto la sua prima conseguenza: una delle ospiti dell’ostello ci ha chiesto se poteva condividere con noi il programma della giornata. Jill è una sessantacinquenne australiana, in giro per l’Europa da sola dopo aver vissuto del suo lavoro di creatrice di collane fatte di conchiglie. Svampita e autoironica si è aggregata a noi senza lamentarsi, accettando ogni proposta e sosta.
La prima tappa della giornata è il mercato di Ballarò. Mentre ci aggiriamo fra le bancarelle veniamo sopraffatte dai rumori ancor più che dai mille colori accesi e gli odori. E’ tutto un urlare dei commercianti fra lo sfrigolio delle griglie e gli schizzi d’acqua a rinfrescare il pesce.

Guardarsi intorno prevede l’osservazione di un certo senso di illegalità diffusa e accettata. Sigarette di contrabbando, in due senza casco in motorino davanti alla polizia, i motorini tra i banchi del mercato, il casco come accessorio non necessario. Palermo sembra essere la città dove tutto è possibile.
Uscite da Ballarò ci perdiamo nelle stradine circostanti fra venditori di ferrivecchi ed elettrodomestici fuori uso, scarpe più logore della vecchiaia e stracci in quel che sembra il mercatino della disperazione. La verità è che ci siamo perse e non sappiamo leggere la cartina per tornare verso il via Vittorio Emanuele e una rinfrescante granita.

Prima di partire mia mamma ha sentenziato: non pensare di tornare a Firenze se non vai a Monreale. E pertanto, acquistato il biglietto del bus ci mettiamo in attesa alla fermata del trasporto locale. Contrariamente ad ogni pregiudizio l’autobus è puntuale ed efficiente. Risaliamo il colle su cui sorge Monreale e data l’ora, prima di dedicarci al culturale, ci fermiamo in una friggitoria tutta olio e pochi fronzoli dove ci ristoriamo con pane, panelle e croqué. Poi possiamo affrontare il chiostro benedettino e il sontuoso duomo coi suoi mosaici, non prima di aver discusso con gli operatori che non mi facevano entrare perché troppo discinta con una canottiera a spallina larga. Come se il vero problema fosse l’abbigliamento. Prima di ritornare a valle rifletto su quanto la religione cattolica sia macabra. L’adorazione di un crocifisso, i chiodi piantati nella mani e nei piedi, la chiesa di Santa Maria degli Agonizzanti. Ma perché?

Sul bus che ci riporta a Palermo vengo presa da un attacco di fame e dichiaro la mia voglia di bissare il pranzo. Al momento di scendere al capolinea una ragazza mi indica dove andare a soddisfare le mie voglie. Le chiacchiere con gli sconosciuti sono forse la parte che più mi sta esaltando di questo viaggio. La voglia che hanno di parlare, di dirti dove andare, cosa fare, cosa fanno, la solarità del meridione e la loro assenza di senso di superiorità. E’ grazie al consiglio di uno sconosciuto mentre siamo stremate dalla stanchezza di un eterno camminare che finiamo in Santa Maria dello Spasimo con tanto di lacrime agli occhi davanti a una splendida incompiuta capace di far impallidire San Galgano.

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Ma Palermo è davvero una sindrome di Stendhal ad ogni angolo, tra scorci di romantica decadenza e mangiate che sono anch’esse delle piccole opere d’arte. Il tutto a prezzi modici, che non guasta.

Giovedì, 14 luglio 2016

Avrei voluto scrivere del mercato di Capo in compagnia di un’amica dei tempi del liceo incontrata per caso la sera prima di ritorno in ostello, del ritorno al mercato di Ballarò, degli stucchi della Casa Professa e della sobrietà pauperistica della chiesa di San Francesco. Del pranzo al Vecchio Club circondate da vestigia del Palermo calcio e prezzi irrisori. Del ficus monumentale in piazza Garibaldi, di Piazza Magione scoperta per caso e delle ennesime chiacchiere estemporanee con sconosciuti mentre mangi un gelato.  Del giovedì sera nel caos della Vucciria, tra file interminabili e ogni tipo di spiedino da comporsi sopra le griglie, delle chiacchiere con il gruppo dell’ostello tra lo sfrigolio di un arrosticino e il chiacchiericcio che diventa confusione col moltiplicarsi delle persone.

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Avrei voluto scrivere della città viva, la città vera, duecentomila persone in strada per seguire la processione per festeggiare Santa Rosalia, il volo dell’angelo e il carro che sembra un’enorme tazza uscita dalla Bella e la Bestia e che non avrebbe sfigurato a un gay pride. Avrei voluto scrivere dello stile anarchico del quartiere della Vucciria, dove fra degrado e rovine passeggi di ritorno verso l’ostello aggregandoti alla musica che sparano a tutto volume, “voglio andare ad Algheeeero, in compagnia di uno straniero” mentre maledici la stanchezza per cui non ti fermi a prendere un cocktail e uno spiedino che sfrigola sulla brace in mezzo alla piazza.

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Avrei voluto scrivere della gioia di vivere, della vitalità vincente sulla miseria, della travolgente sensazione che ci sia altro oltre al rigore di numeri, obblighi e piccole e grandi gabbie quotidiane. Avrei voluto scrivere di una città che ha accolto innumerevoli civiltà del mondo, della fratellanza umana. E’ a Palermo e nel breve scampolo di Sicilia che ho trovato quell’amore per cui il prossimo è fratello e non nemico. Il sollievo del relazionarsi umano, faccia a faccia, senza schermi e schemi a dividerci. Non siamo forse tutti esseri umani fatti dello stesso impasto di carne e sangue?
Avrei voluto, poi in ostello mi sono collegata col mondo e ho letto della strage di Nizza. Una promenade affollata forse non tanto diversa da quella che avevo percorso poc’anzi. E allora ti si blocca ogni cosa. Perché non riusciamo ad essere gentili?

Lascerò Palermo domani, dopo due settimane zaino in spalla tra le grandi isole italiane alla ricerca di un’umanità perduta e ancestrale. Me ne vado con la conferma che la maggioranza degli esseri umani è meglio di come ce la raccontiamo. Purtroppo è una maggioranza che non fa rumore.

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