Quando ero in Africa… – 30 – Il candore degli otto, nove, dieci anni

Con l’estate che avanza e i ricordi di quando ero in Africa che si sono quasi esauriti, racconterò qualcosa senza un tema preciso, più sprazzi di pensieri e situazioni in cui si trovava una bambina, per l’appunto in Sudafrica.

Intanto: io non ero contenta di partire. A così tanti anni di distanza, del giorno in cui lasciai Firenze quel che rimane sono sprazzi. Un’autostrada al buio in direzione Roma, l’ignoto che ci aspetterà dall’altro lato, una notte in cui non riesco a prendere sonno e neanche riesco a parlare da quanto sto singhiozzando. Mia mamma che mi consola e io che disperata le chiedo come farò senza i miei cugini. Perché anche una bambina di neanche otto anni si rendeva conto che il Sudafrica era davvero lontano e che i cugini che fino ad allora erano stati i suoi compagni di gioco pressoché quotidiani, li avrebbe visti solo una volta l’anno e per poche settimane.

Quello che ancora non sapevo era che ogni volta che fossi tornata in Italia mi sarei sentita terribilmente rimasta indietro. Ricordo ancora l’estate del 1995: i miei cugini sfrecciavano sui loro rollerblade con maestria mentre io non ne avevo mai visto nemmeno uno, facevano evoluzioni spericolate mentre io dovevo chiedere che mi prestassero i loro anche solo per imparare a tenermi in equilibrio. Inoltre, i giri continui intorno al piazzale avvenivano cantando una precisa canzone che tutti sembravano conoscere tranne me. Il frinire delle cicale dei caldi pomeriggi estivi scandiccesi veniva interrotto dal rumore incessante dei pattini e da sgraziati bambini che urlavano: “Bi yo eeeee bi yo eeee TZAAAAMBI TZAAAAAMBI TZAAA MBEEE EEEE EEE EEE EEEE*”.

Cugini e zia alle prese con il gioco da tavolo Hotel nell’estate del 1995. Uno dovrebbe sapere quali aspetti dei propri miti imitare, la fascia per capelli col senno di poi l’avrei esclusa

Ancora peggio, perché questo avveniva fuori dalla famiglia: quando andai a trovare i nonni a Stintino, tutte le ragazzine portavano dei medaglioni con due T e io non avevo idea di cosa simboleggiassero, comunque nel dubbio, chiunque fossero questi Take That, Bruce Springsteen era meglio. Perché sì, il Boss mi aveva già reso sua, mio babbo mi aveva già regalato una chitarra e io, forte dei sei accordi che avevo imparato (Do, Re, Mi, Sol, La, Si7, andavo molto fiera del Si7) cercavo di imitare il mio eroe. E quando mi faceva fatica tirare fuori la chitarra, o non mi piaceva come mi stava la tracolla che a un estremo era legata all’inizio della tastiera, appena dopo i bischeri, risolvevo la questione con una racchetta da tennis e la cintura di un accappatoio che potevo legare al corpo della racchetta anziché in fondo al manico, riuscendo quindi a manovrarla come fosse la Telecaster del Boss, con esattamente la stessa inclinazione. E allora in quei momenti pensavo che indietro erano rimasti questi poveri italiani che ancora non avevano scoperto la vera musica mentre io sì.

Quello che mi ha dato il Sudafrica è stata una seconda patria oppure la confusione di non sapere mai del tutto a quale terra appartenere. Ma forse questo discorso meriterebbe un post a sé in cui racconto cosa significhi non avere radici nel posto in cui si nasce, prendendo pezzi di tradizione dalle tante terre su cui hanno camminato i propri avi prima di convergere su Scandicci. Quello che so però è che negli anni che ho passato a Johannesburg, durante le manifestazioni sportive tifavo Sudafrica, sempre che l’avversaria non fosse l’Italia. E quindi in quei tre anni ho vinto una Coppa d’Africa di calcio e un mondiale di rugby, sì, quel mondiale lì, quello la cui storia è diventata un libro e un film: Invictus.

Poster celebrativo fatto da me in occasione della vittoria dei mondiali di rugby del 1995

Nelle scene finali di Invictus si vede un aereo, un Boeing 747, che sorvola a quota molto bassa lo stadio di Ellis Park di Johannesburg. Non fu una trovata spettacolare in stile hollywoodiano del regista Clint Eastwood, quel passaggio (o anzi, quei passaggi perché furono due) avvennero veramente. Benché avessi sperato fino all’ultimo in uno di quei miracoli da genitori (quelli per cui ti dicono che non puoi avere una cosa e poi due settimane dopo te la trovi come sorpresa, mi era già capitato con un’antologia di accordi di brani di Springsteen) non ero allo stadio il giorno della finale ma vi abitavamo sufficientemente vicini per fiondarci in strada con gli occhi verso il cielo alla ricerca del soggetto di quel rumore roboante e a bassissima quota. Inutile dire che al fischio finale gioimmo come fossimo stati sudafricani (anche se il fascino della Haka, la danza maori, dei neozelandesi mi ha accompagnato a lungo).

Breve video che racconta l’accaduto e qualche immagine per rendersi conto di quanto fosse a bassa quota e di quanto l’azione fosse spericolata considerata la densità abitativa della zona

A Ellis Park non c’era solo lo stadio del rugby e del calcio, c’erano anche una piscina olimpionica e piscina per tuffi, con trampolini dagli uno ai dieci metri. La piscina era aperta al pubblico durante la stagione estiva e quando i miei genitori volevano portarci in una piscina più grande e spettacolare di quella di Rhodes Park, ci portavano lì. Nella piscina di Ellis Park imparai due cose: la seconda fu che non mi sarei mai più buttata da un trampolino alto. La sordità e dolore temporanei ad una delle orecchie dopo un tuffo a candela dalla piattaforma dei 5 metri mi fecero promettere a me stessa che mai e poi mai avrei ripetuto l’avventura. Ancora ora, a circa 26 anni di distanza, non ho sciolto la promessa. Prima di questo malessere da tuffi però imparai una cosa sul pudore: una bambina di 8 anni, piallata come un’asse da parquet, doveva indossare anche il pezzo di sopra del costume. Detestai con tutto il cuore la signora che mi fece notare la mia mancanza soprattutto perché io mi sentivo totalmente innocua e in buona fede, credo che raccontai l’episodio molto indispettita a mia madre, con la stessa voglia di ribellione davanti alla divisa scolastica, ma che poi giunsi allo stesso risultato della divisa: ero una rivoluzionaria a parole quindi piegai la testa e iniziai a indossare il pezzo di sopra del costume.

Infine, in Sudafrica, imparai che certi adulti dicono le parolacce ma lo scoprii per vie traverse, grazie a un’altra delle piccole avventure che il Sudafrica regalò a una bambina che in Italia conduceva una vita se non povera, almeno precaria. Ebbene, una sera, su consiglio dei nostri vicini, i miei genitori ci portarono al drive-in. In cima a una collinetta ci piazzammo davanti a un grosso schermo con la nostra macchina. Il film probabilmente era The Gods must be funny in China, dico probabilmente perché ho solo ricordi molto vaghi di attori San. Quello che invece ricordo nitidamente è che subito dopo cominciò un altro film e visti i primi minuti i miei genitori decisero che non potevano perderselo e che avrebbero derogato al modello educativo attuato sino ad allora. Il film era Quattro matrimoni e un funerale (o meglio Four weddings and a funeral) e si apriva con cinque minuti di scene in cui la parola predominante era “fuck”. Ecco, per capire la portata di quei reiterati “fuck”: i miei genitori erano talmente attenti a quello che dicevano in presenza mia o di mia sorella che ho scoperto solo intorno ai vent’anni che anche loro dicevano parolacce. Noi comunque ci divertimmo molto, come solo delle bambine potevano, davanti a tutte quelle parolacce.

*La canzone era Zombie dei Cranberries

Con Jasmin e mia sorella sulle scale che portavano alla parte alta di Barossa Street. Le facce sono un macabro tentativo di imitare le decorazioni (generalmente con bandiere) tanto in voga durante le manifestazioni sportive. L’espressione di Jasmin è eloquente riguardo il risultato.

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