Quando ero in Africa… – 31 – L’Italia in Sudafrica e il Sudafrica in Italia

In questi sette mesi ho ripercorso episodi e scene di vita di una bambina italiana in Sudafrica. Ogni tanto ho raccontato qualcosa dell’Italia, ma più per riflesso. Ovviamente, per quanto abbia abbracciato gli sprazzi che più mi convincevano della cultura sudafricana, non ho mai dimenticato l’Italia. Addirittura litigai con le mie amiche Jenny e Susan perché a loro dire mi vantavo continuamente dell’Italia e, soprattutto, della cucina italiana.

L’Italia è la squadra per cui ho tifato a USA ’94, e italiana è la tradizione culinaria che mia mamma ha mantenuto (e integrato, con molto gusto e gioia con le varie cucine incontrate in quegli anni), l’italiano è la lingua che ho sempre parlato coi miei genitori anche a Johannesburg (con mia sorella invece parlavamo in inglese) e con la Nonna Franca e il Nonno Vindice che ogni domenica telefonavano dalla Sardegna e a me sembrava assurda quella scadenza a tutti quei chilometri di distanza, in fondo, pensavo, qui stiamo facendo una nuova vita con collegamenti radi con il passato.

Pezzi di Italia però si trovavano anche in Sudafrica. Poiché gli esseri umani per un motivo o per l’altro emigrano praticamente da sempre, anche in Sudafrica c’era una folta comunità italiana composta da circa cinquantamila persone, se non ricordo male. Ovviamente non stavano tutti a Johannesburg e non tutti in via definitiva (erano come noi, insomma) ma qua e là qualcuno lo abbiamo incontrato anche lì.

Come ogni italiano all’estero sa, come il cibo e le materie prime che si trovano in Italia, non ce ne sono altrove quindi tra le prime domande che si fanno a chi c’è da prima di noi non possono mancare: dove possiamo procurarci della pasta? Esiste pane con la crosta in questo paese?

La risposta era affermativa, bastava aver voglia di fare un po’ di strada e spendere qualche rand (la moneta ufficiale sudafricana) in più. Generalmente facevamo la spesa grossa il fine settimana al Woolwoorths del centro commerciale di Eastgate e la spesa più quotidiana alla Spar sopra casa, raggiungibile a piedi, ma qualche volta ci spingevamo in altre zone, non troppo lontane da casa nostra ma comunque da raggiungere in macchina. In un alimentari gestito da greci compravamo pane buono e pasta Divella (oltre a vedere finalmente cosa fosse il baccalà, in questo caso essiccato, epiteto con cui Peter Pan apostrofava Capitan Uncino in uno dei miei cartoni preferiti). Da Mario Meat compravamo carne, parlavamo italiano con Mario (che non ha fatto una bella fine, credo che non vinse mai il premio per datore di lavoro dell’anno, anzi) e il figlio e mi interrogavo sul perché le varie bandiere con i colori e le coppe vinte dall’Inter con cui avevano addobbato il negozio avessero sopra la scritta “Internazionale”. Da Italian Delicatessen compravamo probabilmente altre cose che altrove non si trovavano (formaggi forse?) ma era veramente un caso speciale.

Poi c’erano gli italiani di Johannesburg. Enrico, ligure, sposato con una bellissima mozambicana e le sue feste in giardino al suono della lambada, mi colpiva il fatto che le figlie andassero alla scuola italiana mentre i miei per me e mia sorella avevano deciso di puntare sull’integrazione totale coi locali. Il viceconsole italiano il cui ricordo più netto, se non unico, è la cena in sua compagnia in un ristorante un po’ buio in cui ordinai carne di zebra e praticamente digiunai perché mi venne presentato questo pezzo di carne dura come la pietra affogato in sugo di pomodoro. Teresa, l’insegnante di inglese di mia madre, figlia di italiani e sposata con Amedeo, giunto anni prima in Sudafrica al seguito del padre operaio Fiat poi rimasto a Johannesburg dove aveva aperto un’officina. I proprietari del ferramenta a poche centinaia di metri da casa. L’inglese Chris che dopo aver divorziato dalla moglie italiana si era riaccompagnato a un’altra italiana, Gemma, nostri punti di riferimento a Johannesburg con la loro casa dal soffitto bassissimo e i consigli di musica che ogni tanto si scambiavano con mio padre. Gianni e Bice e i loro figli quasi coetanei miei e di mia sorella, marchigiani che vivevano a Pretoria, conosciuti perché scesi dal nostro stesso aereo e incappati nella stessa modifica alla procedura d’ingresso per i lavoratori stranieri avvenuta mentre eravamo in Italia per le vacanze. Bice morì per un tumore e ho ancora nitida l’immagine di mia mamma, la volta in cui tornammo nel 1998 per un mese di vacanza, che dalla macchina appena messa in moto nel parcheggio di Eastgate telefona a Gianni con uno dei primi cellulari che abbiamo posseduto e gli chiede come stanno, se ci vediamo, e Gianni che risponde che Bice era morta il giorno prima e mia mamma che comincia a piangere.

Ogni domenica mattina sulla SABC 3 (la Rai3 locale, South African Broadcasting Corporation) inoltre andava in onda un programma della durata di un’ora chiamato Canale Italia con notizie dallo stivale, rigorosamente in italiano. I ricordi sono molto evanescenti, l’unico episodio che ricordo con abbastanza certezza riguarda la puntata andata in onda subito dopo la fine del festival di Sanremo del 1996: io speravo dicessero due parole sulla partecipazione di Springsteen come ospite al festival. Ebbene, del boss nessuna traccia però ricordo Gianna Nannini su un palco molto scarno che presentava la sua “Bomboloni”.

Il ricordo più romantico che ho dell’Italia in Sudafrica riguarda il libro che ci portammo per mantenere un contatto con le radici: una copia rilegata delle fiabe italiane raccolte da Italo Calvino. Erano scritte in caratteri molto piccoli e ricordo che da sola leggevo soprattutto quelle corte ma se penso a un elemento d’Italia che ci siamo portati dietro, è proprio questo libro che una volta rientrati peraltro dovemmo rendere a mia nonna che ce lo aveva solo prestato.

In fin dei conti, l’Italia era lontana ma trovammo modi per non sentirne troppo la mancanza.

Un facocero a Pilanesberg, non tanto diverso da un cinghiale in Sardegna

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