Laddove molto è cominciato: scampoli di Grecia / 4

Quando non si dispone di un mezzo di trasporto proprio bisogna per forza di cose essere predisposti a imprevisti e lentezze oltre ai capricci di orari dei mezzi pubblici non sempre molto coordinati o dai tempi di percorrenza incerti. Infatti, benché stamattina fossi alla fermata del bus sotto casa già alle 7.40, sono riuscita a raggiungere la stazione dei bus a lunga percorrenza che erano ormai le 9.15 e il mio bus delle 9 per Veria già partito. Mentre aspettavo il 72 dal cui capolinea avrei preso un altro autobus per la stazione Ktel (Ktel è la compagnia greca che gestisce gli “Intercity bus”), ho scambiato due chiacchiere in inglese con un signore sulla settantina che aspettava il mio stesso bus. Telemakios (sì, proprio come il figlio di Ulisse) mi ha ripetuto la stessa frase che mi aveva detto il compagno di un’amica di Iota a Ferragosto a proposito di greci e italiani: “stessa faccia, stessa razza”. In effetti non ha tutti i torti, siamo due popoli legati da una storia molto simile e forse ora anche da una decadenza rispetto all’impero che fu che ci riduce ad essere mete di turismo e rimpianti.

Dopo questo primo tratto di viaggio, da casa alla stazione Ktel, ho la conferma che i greci sono molto gentili e pronti ad aiutarti ma quando parlano in inglese sembra che vogliano maltrattarti e che ti stiano facendo un piacere a darti informazioni per cui magari sono pagati. Ma forse, come mi ha insegnato una lettura dello scorso anno, riproducono in inglese la musicalità della loro lingua dura. Lo stesso, le risposte degli addetti alla biglietteria del trasporto locale di Salonicco e della Ktel Makedonia mi lasciano un po’ perplessa.

Quando sono riuscita a trovare gli orari dei bus online mi aveva colpito l’indicazione dei “pacchi”. Da un breve giro di perlustrazione sotto la cupola che ricopre la stazione dei bus ho avuto modo di notare vari piccoli uffici accanto ai quali stazionavano carrelli da aeroporto stipati di pacchi. Addirittura c’era anche un parcheggio per i pacchi o, suppongo, per le auto che portavano i pacchi alla stazione. Da quel che ho intuito questi pacchi vengono caricati sul bus e poi il destinatario viene a prenderseli alla fermata delle varie città verso le quali i bus sono diretti.

Pacco consegnato

Nella mia mezz’ora circa di attesa ho avuto modo anche di notare la miriade di destinazioni di questi autobus a lunga percorrenza e forse ho capito perché da queste parti Flixbus non arriva. Sparta, Corinto, Atene, Chania (e vorrei saperne di più visto che si trova sull’isola di Creta), a tratti pareva di avere un manuale di storia antica sulle piattaforme della stazione.

Stazione Ktel Makedonia

La strada per Veria non è particolarmente interessante, anzi, a tratti è anche desolante. Archeologia industriale, benzinai e la sensazione di una vasta terra di nessuno intervallata da campi di alberi da frutto e le piccole cappelle votive che si trovano un po’ ovunque lungo le strade. Ai bar che incrocia l’autobus il leitmotiv che ho notato in tutti questi giorni: ai tavolini siedono quasi solo uomini.

Arrivata alla stazione di Veria affronto il primo piccolo dramma di giornata: gli orari degli autobus per e da Vergina dove si trova il complesso monumentale che ho deciso di visitare. Il primo bus per andare è tra tre ore e quello per tornare è alle 18.05 quando dovrò sperare nella sua puntualità per poter prendere il bus per Salonicco delle 18.45 e con cui arriverò a casa per le 22/22.30 credo. Decido quindi che ormai che sono qui l’unica cosa che posso fare è rimanere e aspettare. Ci metto un pochino prima di orientarmi per la cittadina, poi trovo una cartina e inizio a seguire banalmente quello che viene segnato come “tourist route”, cammino per circa un’ora tra le stradine strette di questa città arroccata, percorro il lungofiume che la attraversa, risalgo verso la sua antica basilica e intanto accarezzo l’idea di scialacquare soldi e prendere un taxi. Per fare ciò però devo prima mangiare qualcosa, entro in un forno e mi prendo una sfoglia infinita con spinaci e feta, come una tossica inizio a cercare un baracchino in cui comprare una Coca-Cola a 1 euro. Mangio e salgo sul taxi con l’idea di farmi venire a prendere un paio d’ore dopo. L’idea di spendere altri 18 euro però per tornare indietro a fronte dell’euro e ottanta che costa il bus mi fa contorcere per cui provo a raccapezzarmi sul sito dei bus locali dove scopro che esiste invece un bus precedente a quello delle 18, passa alle 15.10 e se i pianeti si allineano potrei farcela. Sempre che il bus effettivamente esista.

I pianeti però non si allineano, al museo c’è fila e prima di una mezz’ora se non di più non entro. Inizio a pensare di fare in fretta, di attraversare le sale quasi come se aver visitato le tombe reali di Agia fosse solo una crocetta sulla lista delle cose da fare, vedo le prime steli funerarie e penso che si possa fare, poi via via che mi addentro nel museo capisco che questo posto ha bisogno del tempo che si merita e pace se tornerò a casa a orari improbabili.

Il percorso si snoda sotto terra, sotto un tumulo per l’appunto. Prima sono esposte delle steli, poi dei vasi, poi alcune tombe minori, infine l’apoteosi: la tomba di Filippo II. Una cosa talmente inaspettata che potrei quasi scomodare Stendhal e la sua sindrome. E non era finita, nelle teche del museo erano conservati anche tutti gli oggetti che erano stati trovati all’interno di questa sorta di tempio sotterraneo: scudi, armature, spade, manufatti in ferro, bronzo, ceramica, per non parlare poi delle corone d’oro di foglie intrecciate. Una ricchezza, una finezza per cui avrei voluto poter arredare casa mia con buona parte di quel corredo funebre. E mentre mi trattenevo dal fotografare il fotografabile (io che generalmente detesto le foto ai musei) provavo a immaginare l’emozione incontenibile di chi quei tesori li aveva trovati.

Mentre risalivo da un’altra tomba più piccola, probabilmente del figlio di Alessandro Magno, invece mi interrogavo sulla profanazione operata da noi nei confronti di chi, più di duemila anni fa, aveva consegnato quelle tombe all‘eternità. I tempi cambiano, quel che un tempo era sacro non lo è più, quel che ci pare importante oggi non lo sarà domani, alla fine tutto è mutevole e forse neanche troppo importante. Di fatto di certezze due ne abbiamo, la prima è che nasciamo, la seconda che moriamo. Tutto il resto è solo un breve passaggio.

Tutta questa prima parte è stata scritta durante la prima delle circa due ore e mezzo di attesa del bus per Veria, senza ancora sapere se sarei stata in grado di arrivare in tempo per il bus per Salonicco. Mentre scrivevo ero all’ombra afosa di un albero, vicino a dei fondamentali bagni da usare per l’ultima volta prima di arrivare a Salonicco. Quando verso le 17 ho deciso di dirigermi verso il negozio del museo e poi alla ricerca di altri turisti a cui magari chiedere un passaggio verso Veria ho trovato il deserto. Taverne e negozi di souvenir senza avventori, solo il caldo che si insinuava in ogni poro della pelle. Verso il parcheggio del museo ho scorto un pullman, ho pensato potesse essere il mio che attendava la partenza, mentre mi dirigevo in quella direzione un venditore di pesche e fichi mi ha fermata. A gesti e poche parole mi ha tagliato una pesca, poi mi ha dato un fico, non aveva idea di dove fosse la fermata del bus ma si è fatto comprare un chilo di pesche a cui ho attinto per la mia merenda. Questo paragrafo lo sto scrivendo alla fermata che ho finalmente trovato, non era difficile, bastava andare dalla parte opposta a quella del fruttivendolo e chiedere in quello che pareva l’unico bar aperto o comunque frequentato della piazza. Ora sono qui, all’ombra della fermata, col termometro al sole dall’altro lato della strada che segna 39 gradi. Mi rinfresco in una fontana e intanto aspetto. Aspetto. Solo quando sarò sul bus per Salonicco mi sentirò tranquilla. E dire che da lì mi aspetta un’altra ora e mezzo circa per raggiungere il lato opposto della baia.

Non è il modo più comodo per viaggiare ma è un modo in cui ancora si può fare. Con calma, con pazienza e con fiducia.

Calde attese

Aggiunta delle 19.15: il bus alle 18.15 non era ancora passato. Quando dal bar ho visto andare via le famiglie di tedeschi che stazionavano lì da almeno un’ora ci ho pensato poco, li ho raggiunti e ho chiesto se per caso andassero verso Veria e se potevano darmi un passaggio. Non ho ben capito se quella fosse la loro direzione ma si sono schiacciati in sei in una macchina per far fare a me la quinta dell’altra e hanno provato a portarmi alla stazione in tempo. Ce l’avevano quasi fatta. Quasi. Aspetto il bus delle 20 ma è stato bello credere di farcela grazie all’aiuto dell’altro.

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