Quando ero a Parigi da poco, ricordo di aver letto un post da qualche parte in cui venivano descritti ironicamente i diversi tipi di italiani a Parigi. Cito un po’ a memoria ma ricordo vagamente la descrizione di quello (o quella) ancora entusiasta, nonostante tutto, perché quel che Parigi ha da offrire resta di più di quello che toglie. Ho pensato di appartenere a lungo (se quattro anni di vita parigina possono essere considerati lunghi) alla categoria degli entusiasti, poi sono arrivate la mia attuale proprietaria di casa e l’estate del 2026. La combinazione delle due ha alimentato un livore nei confronti di questa città che solo l’analisi delle possibili alternative e il carattere comunque seduttivo di una città che resta pensata anche per i suoi abitanti riescono a contenere.
In questa giornata di fine ottobre, le conseguenze psicologiche dell’estate 2026 si manifestano ancora nel modo in cui guardo al futuro. Devo cambiare casa perché quella in cui sono rimasta è troppo cara per una persona sola col mio stipendio ma gli elementi chiave della mia ricerca non sono più quelli di un anno fa in una città in cui alcuni palazzi ancora portano i vessilli di una estate impossibile con le loro coperte isotermiche a proteggere le finestre dal sole. Prima si privilegiava l’esposizione a sud per godere della luce in inverno, adesso sono importanti la presenza di tapparelle (non che abbiano impedito al nostro appartamento di raggiungere i 34 gradi), la lunghezza del tragitto casa-lavoro vista in un’ottica ambientale piuttosto che temporale, la distanza da zone in cui rinfrescarsi e un’esposizione a nord non fa più paura. La risposta a periodi di temperature estreme in un paese in cui l’aria condizionata è poco diffusa, è diventata uno dei criteri fondamentali della ricerca. Questo nella teoria. Nella pratica probabilmente la differenza la farà il mio portafoglio e il fatto che col mio solo stipendio, nel mercato dell’alloggio parigino che guarda al famigerato dossier, posso permettermi solo alloggi molto piccoli e probabilmente molto in banlieue. Una differenza ancora maggiore probabilmente la farà il fatto che mi metta concretamente a cercare anziché aprire qualche annuncio ogni tanto facendomi investire dallo sconforto.

Più ancora del caldo, l’estate del 2026 ha tracciato un solco, un prima e un dopo, nella mia quotidianità parigina. Il mio primo anno e mezzo parigino è stato segnato dalla precarietà, intima, relazionale, economica, dalla necessità di ricostruire un mondo intorno a me ma anche quello dentro di me. La morte di Morgane è stata diluita nella vita che è venuta dopo di lei, nascosta negli anfratti del cervello che non dimenticano mai del tutto. Come un file spostato nel cestino ma mai cancellato definitivamente, pronto ad essere ripristinato all’occorrenza seppur senza la sua forza dirompente di quattro anni fa, ma portatore dell’irresistibile necessità, ogni 23 ottobre, di crogiolarsi per qualche minuto nel ricordo di un ballo spensierato finito la mattina dopo con una telefonata inutile al Samu (Service d’aide médicale urgente, corrispettivo francese del 118).
Dopo mesi il cui ricordo è rimasto soprattutto nelle cose che ho scritto e la cui rilettura ad anni di distanza è in grado di riportarmi in quei mesi in cui ero completamente in balia del mio shock, sono arrivati prima un lavoro fisso che mi ha tolto le lunghe ore di vuoto da riempire di dolore per sostituirlo con la stanchezza, poi una persona che ha fatto sì che oltre che di stanchezza, riempissi il tempo di una psicoterapia mirata ma, soprattutto, di vita e di stabilità.
A luglio, improvvisamente, sono tornata ad una fase intermedia. “Improvvisamente” probabilmente è una parola inappropriata perché il rientro in Italia della mia compagna era previsto da un anno ma il modo in cui ci siamo arrivate, è stato talmente disordinato e stremato che non c’è stato neanche modo di far sedimentare la consapevolezza anticipata. O forse, semplicemente, così come non riesco ad immaginarmi come ammobiliare una casa vuota perché non riesco a prefigurarmi un’azione futura, semplicemente non riuscivo a rendermi realmente conto di come sarebbe stata una relazione a distanza.
Le prime settimane sono state viziate dal molto lavoro e dal piacere di tornare a casa e, per la prima volta dopo mesi, potersi concedere il lusso di non avere niente di impellente da fare. Poi, come una di quelle onde da surf, il senso di solitudine e di disarmo mi ha travolta. Che certo, in settimana potevo dirmi che l’ordine di giornate in cui succedeva poco era riposante e facilitava la lettura serale e nel fine settimana potevo continuare ad alternare un giorno di puro riposo e noia, con uno invece in cui impormi di non farmi trascinare dall’inedia uscendo per una mostra o per un museo. E’ stato così che ho potuto meravigliarmi di fronte all’incredibile realismo del Greco alla mostra Splendeurs du Baroque al Jacquemart-André, giocare con le illusioni di Leandro Erlich al Grand Palais, perdermi negli arazzi della Dame à la licorne al museo di Cluny e uscire un po’ delusa dalla mostra su Madame de Sevigné al Museo Carnavalet. Sono stata anche a vedere le finali maschili dal trampolino da 10 metri agli Europei di nuoto e sono uscita di casa per cercare di vedere l’eclissi chiedendo ad una coppia di sconosciuti se potessero prestarmi i loro occhiali per vederla. Tutte attività arricchenti, certo, ma con una voce in sottofondo che bisbigliava che la felicità è reale solo quando è condivisa. Riuscire a vedere oltre al file Excel col bilancio del mese rigorosamente in negativo, poi, aiuterebbe sicuramente ad avere un approccio più positivo e leggero alla realtà circostante.
Questo farebbe di me una perfetta potenziale manifestante se non fosse che il clima intorno è di totale confusione e paura ed essere sola e straniera non aiuta ad approcciarsi a manifestazioni in cui non si sa se avere più paura di chi distrugge o di chi dovrebbe proteggere.
Da italiana nata a metà degli anni ’80, sono diventata grande nel luglio del 2001. Quel che è successo al G8 di Genova ha scalfito irrimediabilmente l’idea che ho sempre avuto delle forze dell’ordine. Del resto, mia madre è cresciuta su un’isola carcere e nel periodo delle bombe della mafia negli anni ’90 la cosa che più mi rassicurava in estate era che abitassimo vicino ad un albergo frequentato dai Carabinieri di stanza all’Asinara. A poco valevano le rassicurazioni che una tranquilla lottizzazione di Stintino fatta di seconde case della medio-borghesia (ma forse nemmeno) probabilmente aveva ben poco interesse terroristico. Durante le mie prime manifestazioni, gli slogan contro la polizia mi hanno sempre messo a disagio. Poi è arrivata Genova 2001 e se da un lato ho continuato a coltivare un sentimento di speranza che non fossero tutti così, dall’altro il mio primo pensiero è diventato quello del possibile abuso di potere e di violenza. Quel che è successo in Francia nelle ultime settimane (ma anche quello che succede quotidianamente in Francia nei confronti della popolazione non bianca) non ha fatto che corroborare questo mio primo pensiero.
Devo dire che le prime settimane di proteste mi sono arrivate molto a distanza, come se non abitassi la stessa parte di mondo. I licei francesi sono un concetto molto lontano dal mio quotidiano e le prime manifestazioni si sono tenute sufficientemente lontane dal mio percorso casa-lavoro-casa e dai suoi orari che ne ho solo potuto leggere a posteriori. Però le immagini che vedevo scorrere su social di informazione attendibili e i racconti di prima e seconda mano che via via ascoltavo, hanno fatto montare un misto di indignazione e paura. La paura che mi ha tenuta in casa il 17 ottobre ma anche la curiosità e la voglia di vedere con i miei occhi la città il 24 ottobre, soprattutto visto che il percorso (modificato all’ultimo momento dalla prefettura) della manifestazione sarebbe dovuto passare a poche centinaia di metri da casa mia.
Il 24 ottobre mattina sono uscita per andare ad una iniziativa del Comites di Parigi in tutt’altra zona della città, a nord est. La stazione sotto casa era chiusa per ordine della prefettura, ho quindi camminato fino alla successiva. Il meteo non aiutava ad alleggerire l’aria di tensione che aleggiava sulla città. Le nuvole basse e grigie raccontavano la più classica delle Parigi autunnali. Sotto il ponte di Bercy turisti che si erano visti chiudere la metro vicino all’albergo mischiavano i loro passi con gli odori mefitici di una piccola tendopoli che direi stanziale sotto il ponte da cui passano i binari in arrivo (o in partenza) dalla Gare de Lyon. A Châtelet, una delle stazioni più trafficate di Parigi non c’era quasi nessuno. Sulla rue de Belleville all’altezza del village Jourdain non si capiva se la città dormisse, fosse in vacanza (è appena finita la prima delle due settimane di vacanze autunnali) o avesse deciso che per sabato fosse meglio prestare attenzione ovunque si fosse. Alla fine dell’iniziativa, la priorità di tutti i presenti era di tornare rapidamente a casa prima che la manifestazione e le sue conseguenze mettessero a rischio i tragitti di rientro.
Forse l’orario mattutino dell’andata, il meteo e il periodo dell’anno hanno alterato la mia percezione del mondo circostante: le metro che ho preso di rientro a casa erano entrambe gremite e su molte era possibile identificare le persone che si stavano dirigendo verso la manifestazione. Prima di rientrare in casa, ho voluto allungarmi fino alla piazza in cui era inizialmente previsto il passaggio della manifestazione. Il boulevard di accesso era semi deserto, molti negozi erano chiusi. Alcuni supermercati erano aperti ma con delle protezioni di compensato sulle vetrine. Starbucks a partire dall’ora di pranzo era aperto solo per l’asporto, alcuni bar tradizionalmente aperti tutto il giorno erano già chiusi alle 14. Per strada eravamo in pochi. Certo, l’orario rischiava di falsificare la percezione spettrale di questo angolo di città che si era preparato al peggio ma poi il peggio era stato dirottato altrove, ma la breve passeggiata è stata lo stesso surreale.

Poiché la manifestazione non sarebbe più passata a 100-200 metri da casa ma solo qualcosa in più, dopo pranzo ho deciso che dovevo lo stesso andare a vedere. Un po’ per curiosità, un po’ perché volevo esserci anche io, un po’ perché, nei limiti della mia paura, volevo dire, quasi bisbigliare, che io stavo coi manifestanti e che le intimidazioni della polizia e il paraorecchie messo dal governo francese non mi piacevano. Siccome ero sola, siccome resto una persona straniera senza una rete solida e sicura intorno, e siccome ha iniziato a piovere, penso sia stato più lungo il percorso per raggiungere la manifestazione che quello in cui ho accompagnato il corteo ma avevo bisogno di vederne almeno un pezzo con i miei occhi e, soprattutto, mi inquietava quel che non riuscivo a capire. Ad esempio, non vedevo la polizia e non capivo se fosse una scelta corretta per evitare gli scontri o se fosse un modo per invitare i manifestanti a sbrigarsela da soli in caso di violenze tra loro.

Ho raggiunto il boulevard Poniatowski percorrendo strade secondarie, riconoscendo manifestanti che si allontanavano dal corteo ma anche altri che sembrava vi si stessero dirigendo, senza capire bene cosa stesse succedendo. Un gruppo di persone con delle croci rosse sugli zaini si era fermata davanti ad un portone e stava armeggiando con gli zaini. Con ancora fresca la memoria della manifestazione a Roma dell’ottobre 2025 in cui ad un certo punto un gruppo di sedicenti manifestanti ha posato a terra gli zaini e si è travestito da black block creando il panico nella pacifica coda del corteo in cui mi trovavo, ogni volta che vedo persone fermarsi e cambiarsi, ho paura. Ho lo stesso raggiunto il corteo e nei 4-500 metri che ho percorso, ho visto solo persone pacifiche.
Tornando a casa ho incrociato la polizia, manifestanti che si allontanavano o raggiungevano il corteo ma anche tante persone che conducevano la loro vita come se niente fosse, nei negozi, nelle brasserie, e ho ripensato a quel che diceva la scorsa settimana un’amica che abita in una casa con vista sulla Bastiglia e che può osservare dall’alto tutto quel che succede dal suo balcone. Parigi è una città in cui possono coesistere i lacrimogeni e i caffè nei dehors (che qui si chiamano terrasses), i saccheggi e la spesa, l’eccezionalità e la normalità a poche centinaia di metri gli uni dagli altri. E forse è in tempi come questi che ancora di più si sente il peso della solitudine, di tornare a casa e non poter sciogliere le preoccupazioni in un abbraccio, nella sicurezza anche fisica di non essere soli.
Non so cosa porteranno i prossimi mesi, mi sembrano come la famosa casa vuota da arredare che non riesco a immaginare ammobiliata. Per ora vedo ancora una famiglia sparpagliata tra Roma, Firenze e Londra, più aerei di quelli che vorrei prendere, più arrivederci a lungo termine di quelli che un cuore può contenere.