Quando ero in Africa… – 1

“Quando ero in Africa…” è la frase con cui per anni ho introdotto discorsi e aneddoti vari provocando col passare del tempo le prese in giro delle mie amiche che mi vedevano collegare qualunque evento a “quando ero in Africa”. In effetti un po’ avevano ragione ma con quell’incipit mi rifacevo a una delle esperienze in assoluto più formative sul mio modo di essere e di pensare, non solo perché banalmente mi ha insegnato l’inglese ma anche perché il confronto con una cultura così diversa mi ha sbattuto in faccia che ci sono altre vie della vita e che essere italiana (o europea o occidentale) non mi rendeva detentrice della verità assoluta. Molto semplicemente la mia verità era legata alla storia del paese in cui ero nata e cresciuta e ai percorsi di vita miei e della mia famiglia ma era una verità che valeva per me e me sola ma poteva non valere per una persona con un passato che niente aveva a che fare col mio. Potevano esserci dei punti di contatto, questo sì, ma per poterci mettere in relazione proficuamente dovevamo per forza di cose comprendere questo l’una dell’altra. Non poteva esserci migliore o peggiore, poteva solo esserci diverso con tutta il suo ventaglio di ricchezza.
Tornando però alla frase “quando ero in Africa”, a un certo punto era diventata talmente una burla che ho smesso di raccontare di “quando ero in Africa” cosicché chi mi ha conosciuto negli anni successivi spesso ha scoperto casualmente e dopo molto tempo che da bambina avevo vissuto a Johannesburg. Questo vuol essere un modo di riordinare alcuni di quei ricordi, per me e per chi non ne ha mai saputo niente.



I miei ricordi di infanzia hanno i colori di Stintino, l’odore delle foglie bruciate a Scandicci e i rumori dei pomeriggi passati con i miei cugini nella grande casa in campagna in cui sono cresciuta. Sono ricordi di un’infanzia generalmente felice in cui la precarietà economica si manifestò ai miei occhi realmente solo quando la macchina di mio padre si ruppe irreparabilmente e non sapevamo come comprarne un’altra. Però intuivo che di soldi ce n’erano pochi e che mio padre non aveva un lavoro come quello di tutti gli altri. Era stato uno dei fondatori di Radio Centofiori ma una volta chiusa quell’avventura sapevo che tutte le settimane andava per tre giorni a Roma, a fare cosa di preciso non sapevo, solo che aveva a che fare col Partito.

Nell’estate del 1993 il Progetto Sviluppo della CGIL cercava una figura che potesse seguire dei progetti di cooperazione internazionale nel Sud Africa appena uscito dall’apartheid, la persona in questione doveva conoscere l’inglese e il funzionamento della radio.

Mi ricordo che eravamo andati a trovare i nonni materni in Sardegna, a Stintino, non so come fu raggiunto mio padre poiché all’epoca non aveva un telefono cellulare e la casa al mare dei nonni non era provvista di telefono, forse semplicemente di tanto in tanto andava alla cabina telefonica e chiamava Roma per sapere se ci fossero novità. Durante una di quelle telefonate un suo amico gli parlò del ruolo vacante e gli disse di presentarsi a Roma il prima possibile.

Nei miei ricordi fumosi d’infanzia non so quanto tempo passò dalla telefonata alla partenza per il continente, forse meno di 24 ore, forse poco di più, vedo solo la stazione di Porto Torres dove lo accompagnammo a prendere il treno. Come molte stazioni sarde aveva l’aspetto di un luogo dimenticato, di quelli che ti chiedi se i treni ci arrivano davvero o se quei binari e quell’edificio spoglio fanno ormai parte dell’archeologia industriale del posto. Il treno però arrivò, mio padre raggiunse non so quale aeroporto sardo e successivamente Roma.

A settembre cominciai la seconda elementare ma la cominciai per modo di dire. Mia madre mi aveva fatto il diario scolastico su un quadernino griffato “Pippo” segnando lei i giorni sulle pagine quadrettate, già i soldi erano pochi, usarli per un diario che non mi sarebbe servito interamente sarebbe stato davvero uno spreco. Lo sfoglio ora e ogni tanto compaiono messaggi di giustificazione di mia madre alla maestra: ieri Francesca non è potuta venire a scuola perché ci stiamo preparando alla partenza.

Io raccontavo fiera ai miei compagni di classe che sarei partita per il Sud Africa e un po’ mi dispiacevo dello scarso interesse che mostravano per l’evento, la verità era che neanche io avevo idea del viaggio che mi attendeva ma lo scoprii presto. A fine novembre l’inchiostro di mia madre smise di lasciare traccia sul mio diario: partimmo.

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