The ties that bind

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Sono nata il 21 marzo del 1986. Esattamente nove mesi dopo il primo (e storico) concerto di Bruce Springsteen a San Siro, Milano. I miei genitori erano lì, doveva essere un qualche segno. Quando avevo sei anni incappai nel box set Live 1975-85 e guardando la copertina pensai “Questo tipo deve essere stupido, che ci fa nel mezzo del nulla con una chitarra e quelle luci dietro di lui? Non mi interesserà mai”. Due anni dopo ero di fronte ad uno specchio in camera mia che cercavo di imitarlo.

I primi tempi non avevo una chitarra ma giocavo a tennis e avevo una racchetta. Quindi me la mettevo a tracolla con la cintura del mio accappatoio, pigiavo il tasto play del mio stereo e imparavo a muovermi come il mio eroe. Dopo qualche mese così presi gli orecchioni, nella fase della convalescenza mio padre tornò a casa con una chitarra acustica e da lì potei tentare un po’ di più l’avvicinamento all’imitazione realistica.

Quando hai 8, 9, 10 anni di solito parli con i tuoi amici di cosa vuoi fare da grande. Io ad esempio avevo un’amica che voleva fare l’astronauta. Per quanto riguarda me invece… io volevo diventare Bruce Springsteen! Quando giocavo con le mie bambole molto spesso erano una cover band della E Street Band. Una volta ho anche trascinato mia sorella e tre dei miei cugini in una imitazione di Springsteen e del gruppo ed io, ovviamente, ero il Boss. I nostri strumenti? Due racchette da tennis, una mazza da cricket, una tastiera spenta e bacchette cinesi.

Poi sono cresciuta, ho dovuto accettare il mio essere biologicamente impossibilitata a diventare Springsteen e ho smesso di ballare di fronte agli specchi. Beh, non completamente. In realtà mi diverto ancora ad usare scope come fossero microfoni e racchette come chitarre ma mi sono arresa al fatto che è solo un gioco che faccio quando sono da sola e svuoto la lavastoviglie con la musica a tutto volume.

Da adolescente ho un po’ perso il contatto con la musica di Springsteen. Sentivo che non parlava a sufficienza ai miei problemi adolescenziali quindi l’ho ascoltato meno. Certo, continuavo ad apprezzare la sua musica di tanto in tanto e per nulla al mondo mi sarei persa il concerto che tenne allo stadio di Firenze alla fine della mia terza liceo, ma dovevo superare i miei anni di piena adolescenza prima di risalire in macchina con un album intero di Bruce invece che giusto qualche canzone ogni tanto. Ora mi fa ridere perché a volte quando ascolto canzoni che ho cantato per gli ultimi 19 anni realizzo che non avevo idea di cosa stessi dicendo, lasciavo solo che le parole si mescolassero alla musica senza interrogarmi sul loro significato.

Forse non sono una vera fan hardcore, non sono una tramp (i vagabondi alla Born to run per intendersi), non conosco ogni singola canzone che ha registrato ma ho lo stesso un legame quasi inscindibile con la musica di Springsteen. Bruce è un po’ il raccoglitore di molti ricordi della mia infanzia e della mia famiglia. Tipo la prima canzone imparata a memoria alla chitarra quando avevo 8 anni, mio padre che entra in stanza mentre ascolto Candy’s Room e si mette a suonare l’assolo su una Fender immaginaria, mia madre che da anni inserisce Glory days fra le canzoni da mettere al suo funerale, mia sorella che organizza il suo rientro in Italia dalla Francia per fare tappa a Milano per partecipare a quello che per noi (pur essendo la prima volta a San Siro) è un ritorno a casa. Perché questo è il Boss per me.

Quando mi sento alla deriva, quando non so chi sono o dove sto andando, quando ho paura dell’aereo, ascolto Springsteen e mi placo. Magari non ha indicazioni chiare per il futuro ma da anni è un buon compagno per il presente e mi ricorda sempre da dove vengo.

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