Natale con i tuoi, forse

Quando in prima elementare una giovane supplente ci chiese di disegnare la nostra famiglia, raccolse il mio foglio con un po’ di preoccupazione: il mio disegno non aveva nulla da invidiare a una adorazione dei Magi quattrocentesca tanto era piena di personaggi. Dai familiari più stretti, ai nonni, agli zii, ai cugini, al gatto, non mancava nessuno. La maestra probabilmente temette di trovarsi di fronte a un fenomeno psicotico quindi fu rassicurata dalla tranquillità con cui i miei genitori le dissero che per me la famiglia usciva dal confine ristretto dei miei genitori e di mia sorella e che abbracciava tutti coloro che condividevano un pezzo di patrimonio genetico con me.

Non mi dilungherò sui motivi di questo attaccamento perché mi porterebbero ulteriormente fuori strada rispetto al punto che voglio raggiungere ma sono partita da questo piccolo aneddoto familiare per chiarire subito quanto sia ampio per me il concetto di famiglia e quanto vi sia legata. Di fatto voglio parlare del Natale 2020.

Non sono credente ma il Natale, insieme al 25 aprile, è la festa a cui più tengo in assoluto. E ci tengo perché levandogli la connotazione religiosa, per me rimane la festa della famiglia. In senso ampio, ovviamente. Da sempre per me la cena della vigilia è trovare una casa capace di contenere il più ampio numero di familiari che non stanno festeggiando con l’altra parte delle loro famiglie e attendere con ansia le diverse portate di cibo sempre variegato e buonissimo tra più di un bicchiere di vino e un aneddoto di famiglia, generalmente riportato in maniera da suscitare risate.

Quando dico “trovare una casa capace di contenere il più ampio numero di familiari” intendo dire che una cena della vigilia sotto i venti invitati per me è deludente poiché il numero medio di persone della mia famiglia presenti a queste cene si aggira sui venticinque-trenta. Sono state anche trentotto e unendo due diverse tavolate al momento dei dolci sono arrivate addirittura ad essere quarantanove. E’ chiaro quindi che un Natale in forma ristretta è quanto di più lontano possa immaginare dalla tradizione della mia famiglia. Ma c’è un ma. O forse un se.

Se siamo in mezzo a una pandemia e stare chiusi in una stanza in un certo numero di persone, passandosi posate e portate, ridendo, bevendo e perdendo il senso delle misure, è considerato rischioso da parte di persone che hanno passato la loro vita a studiare e formarsi sulla materia che le ha portate ad avere questa convinzione, il mio Natale tradizionale può aspettare.

Quello che trovo veramente difficile da comprendere è questo dibattito incessante sul numero di persone che possono partecipare al pranzo di Natale o al cenone di Capodanno, come se a Natale il virus chiudesse come le attività e le limitazioni poste a livello governativo fossero figlie di sadismo e non di una ricerca scientifica il cui scopo principale è salvaguardare la salute pubblica. E invece abbiamo passato settimane in attesa del miracoloso dpcm come se solo Esso potesse darci la risposta. Ma invece di demandare risposte alla forza pubblica perché non ci interroghiamo sulla responsabilità che vogliamo assumerci in prima persona?

Faccio un’ipotesi per esemplificare quanto sopra: mettiamo che fosse stato dato il via libera a cene, pranzi, spostamenti. Il 22, magari per lavoro, ho un contatto diretto con un positivo che però lo scoprirà solo qualche giorno più tardi, Il 24 ceno con la famiglia allargata, il 25 vedo gli amici, nel giro di due giorni posso tranquillamente entrare in contatto con cinquanta persone, il 27 sviluppo i sintomi. Voglio davvero assumermi la responsabilità di essere quella che rischia di infettare 50 persone che a loro volta infettano i loro contatti e così via solo perché il dpcm dice che posso? Voglio davvero essere quella che per anteporre la tradizione alla salute pubblica è andata a incidere significativamente sul sistema sanitario? E se uno dei miei contatti si ammalasse in forma grave e morisse?

(Non voglio entrare nel merito del dpcm che non ho letto né mi invoglia particolarmente, ma se non mi fossi trasferita temporaneamente dai miei genitori da settimane non avrei visto niente di particolarmente rischioso per la salute pubblica se li avessi raggiunti per Natale poiché vivo sola e la mia vita sociale è pressoché nulla da settimane se non mesi. Sospetto però che il fatto che uno degli attributi della legge sia la generalità giochi un ruolo in questa decisione ma non mi esprimo oltre.)

A questo punto si possono sviluppare due temi. Il primo riguarda la sfiducia crescente nella scienza. Quando e perché abbiamo iniziato a fidarci di più di uno sconosciuto online e delle sue idee condivise da se stesso che di un ricercatore che ha trascorso la sua vita a studiare e formarsi e confrontarsi con una intera comunità che condivideva e verificava il proprio sapere? Quando mio cugggino è diventato più autorevole di chi nella vita non ha fatto altro che studiare? Non lo so ma mi deprime assai e c’è una parte di me che sogna un poco democratico contrappasso dantesco per chi della scienza si fa beffe. Ma non vado oltre e passo al secondo tema.

Il secondo tema riguarda il concetto di salute pubblica che, come molti concetti “pubblici”, pare a volte difficile da capire, conseguenza di una incapacità sempre più grande di vedere il quadro generale delle cose, percependo ogni elemento della realtà come scollegato dall’altro. Questo atteggiamento, unito alla convinzione che ciò che non ci riguardi in prima persona non ci riguardi affatto, a mio parere è uno dei drammi della società contemporanea.

Se Mario, il tuo affezionatissimo nonno, si ammala di Covid in forma grave e viene quindi portato in ospedale, la cosa ti tocca in prima persona e il trasporto che avrai nei confronti della sua malattia sarà intenso. Ma se Mario è uno sconosciuto per te, probabilmente penserai che la sua vicenda non ti riguardi. Invece la sua ospedalizzazione ti può toccare in vari altri modi: ad esempio le risorse economiche dello Stato che potevano essere destinate al tuo problema (non necessariamente medico) sono state invece destinate alla cura di Mario e dei tanti come lui. Oppure: devi fare un intervento chirurgico non urgente ma che migliorerebbe sensibilmente la qualità della tua vita, il tuo letto però è occupato da Mario e il tuo intervento verrà rinviato al momento in cui non ci sarà un Mario che clinicamente sta peggio di te e non può aspettare mentre tu, benché in sofferenza, sì. La malattia di Mario diventa un problema anche tuo.

E’ anche umano che quello che ci tocca in prima persona ci risulti più evidente e fastidioso rispetto a una cosa che non vediamo concretamente davanti ai nostri occhi (esempio: il ladro che ti ruba il portafoglio ti disturba molto di più di un partito che incassa soldi che non gli spettano perché in questo secondo caso non hai la percezione concreta che quei soldi siano anche tuoi anche se lo sono) ma è invece fondamentale capire che niente di ciò che succede al mondo è un blocco indipendente dagli altri. Niente. Che sia una malattia, che sia un telefono, che sia una macchina o qualunque altra cosa, tutto è collegato e non comprenderlo è come guardare il pezzo di un puzzle: se non lo combini con gli altri pezzi, sarà solo un pezzetto inutile di cartone.

2 pensieri riguardo “Natale con i tuoi, forse

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