Quando ero in Africa… – 2 – L’arrivo

I passeggeri del volo Alitalia AZ 582 diretti a Johannesburg sono pregati di recarsi all’imbarco. Attention please, passengers of flight Alitalia AZ 582 leaving for Johannesburg please proceed to boarding.

Roma Fiumicino, la notte del 27 novembre del 1993. Dopo tre giorni semi accampati in casa di un amico di mio padre a Roma, pianti singhiozzanti perché “come faccio senza i miei cugini” e una visita turistica della città eterna di cui ricordo soprattutto il racconto di uno dei metodi di tortura inflitti nell’antichità per cui si tagliavano le palpebre ai condannati e si esponevano al sole, con i miei genitori e mia sorella ci imbarcammo su un Boeing 747, uno di quei velivoli talmente enormi e pesanti che ti sembra anche assurdo che riescano ad alzarsi in volo. Undici ore dopo, con gli occhi ancora stropicciati da una notte pressoché in bianco, toccammo il suolo africano per la prima volta.

Non so se il ricordo dell’atterraggio che ho è del primo viaggio o di un volo successivo fatto sta che si sono assomigliati un po’ tutti: non eravamo mai nei posti col finestrino bensì nella fila centrale che prevedeva quattro sedili attaccati e volavamo di notte, sempre, non ho mai potuto vedere l’Africa dall’alto. Solo una volta, quando mi alzai per sgranchirmi le gambe, arrivai alla coda del velivolo e sbirciai fuori dal finestrino del portellone posteriore: niente di particolarmente eccitante, ricordo solo che interpretai che probabilmente stavamo sorvolando qualche coltivazione. L’atterraggio però avveniva sempre a mattina inoltrata e allungando un po’ lo sguardo verso le file laterali si poteva scorgere qualcosa :in genere erano case basse e vegetazione secca e poco rigogliosa, niente a che vedere con la mia Toscana.

La giacca un inutile accessorio, la mano a riparare gli occhi dall’abbacinante sole estivo, il 28 novembre del 1993 entrammo in quello che all’epoca si chiamava Jan Smuts International Airport, mio padre a guidare la fila, l’unico di noi per cui quei suoni che sentivamo avessero un senso. Fuori dall’aeroporto venne a prenderci Chris che fortunatamente, essendo stato sposato con una donna italiana, ci accolse in una lingua conosciuta per quanto arrotolata dal suo accento inglese. Ci accompagnò in Barossa Street, nel quartiere residenziale di Kensington. Ancora mezzi addormentati varcammo la soglia e calpestammo la moquette sporca tipicamente british di casa di Margie, una storica militante anti apartheid che ci ospitò il tempo di cercare l’appartamento che ci avrebbe accolti per i successivi tre anni.

Di quel giorno non ricordo molto, solo degli inaspettati grattacieli in lontananza e le case così diverse da quelle che avevo conosciuto fino a quel momento. Nessun condominio, nessun casolare in colline che non c’erano, tante case indipendenti o bifamiliari con giardino e circondate da muri e cancelli, cani in pressoché ogni casa. L’appartamento di Margie si sviluppava in lunghezza, come fossero tasselli adiacenti di un domino. Fuori un piccolo prato con una pianta rampicante di frutto della passione e sul retro le rocce rossicce della collina separate dalla casa da un minuscolo vialetto e, tra le altre cose, una preziosissima pianta di citronella.

Non ricordo neanche cosa facemmo appena arrivati, ho dovuto chiederlo ai miei genitori. Ebbene: andammo a pranzo in un ristorante chiamato Mike’s Kitchen. Il ristorante faceva parte di una catena dallo stesso nome di ristoranti pensati prevalentemente per famiglie ed essendo sotto Natale prevedeva anche un intrattenimento a tema. Dopo pranzo con mia sorella andammo a giocare ma dopo poco mi avvicinai al tavolo dove i miei genitori e Chris chiacchieravano e con la mia voce un po’ bassa e cupa dichiarai: “c’è Babbo Natale ma secondo me è finto… è nero”.

Dopo pranzo ci fermammo a casa della vedova di un militante anti apartheid ucciso pochi anni prima. Passò del tempo prima che scoprissimo che Maggie (così si chiamava) era la cognata di un inglese che in passato aveva suonato col gruppo di mia nonna a Scandicci. Quel che ricordo chiaramente fu che mia sorella giocava amabilmente con il figlio della donna mentre io probabilmente cercavo di tenermi sveglia. Ancora più chiaramente però ricordo che tra una chiacchiera e l’altra il cielo si rannuvolò e cominciò a scaricare a terra fulmini che non avevo mai visto prima. Mi sembrò molto lontano dalla realtà che conoscevo nonché maleducato da parte del meteo cambiare così repentinamente da un momento all’altro ma gli adulti mi dissero di abituarmi: a Johannesburg pioveva d’estate e quei fulmini erano la regola, non l’eccezione. 

Mi sembrò un’ingiustizia ma avrei avuto tempo per pensarci, in quel momento desideravo solo un letto in cui recuperare le ore che non avevo dormito durante il volo notturno.

Ma intanto Johannesburg si era presentata in tutta la sua carica elettrica.

Foto presa dal web, probabilmente scattata non lontano da casa nostra. All’amica che in prima liceo mi chiese se in Africa vivessi sugli alberi come le scimmie risposi con uno sconcertato no.

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