Quando ero in Africa… – 6 – Capodanno al sole

Oltre alla lingua e a una quantità di persone dai tratti visibilmente non europei mai vista prima, un altro aspetto della vita in Sud Africa risultava palesemente diverso da quello a cui ero stata abituata: le stagioni. Come chiunque abbia studiato un po’ di geografia astronomica sa, le stagioni nell’emisfero australe sono invertite rispetto a quelle nell’emisfero boreale. Il fatto di saperlo ovviamente non significa sempre ricordarlo: memorabile fu un rientro dalle vacanze passate in Italia ad agosto in cui salimmo sull’aereo pensando a quel che stavamo lasciando ma non a quello che avremmo trovato, trovandoci ad affrontare l’inverno in pantaloncini e giacchetta leggera nel tratto tra l’aeroporto e casa. C’è da dire che gli inverni sudafricani non erano rigidi quanto quelli italiani ma l’arrivo a casa fu decisamente un sollievo.

L’inversione delle stagioni però, oltre a darci Natali con tristi abeti di plastica, ci diede anche delle meravigliose vacanze natalizie al sole. A parte il primo anno in cui dovevamo ancora assestarci infatti, accogliemmo il 1995 e il 1996 nella meridionale Cape Town bagnata dall’Oceano Atlantico.

Andare da Johannesburg a Cape Town è un po’ come andare da Torino a Reggio Calabria ma con rarissimi tratti di autostrada e chilometri e chilometri di cieli azzurri su terra arida. Si può fare e infatti i ritorni e la prima volta in assoluto in cui andammo facemmo tutta una tirata ma eravamo con un amico di mio padre e si alternavano alla guida visto che viaggiammo pure di notte però quando andammo come famiglia cogliemmo l’occasione per visitare anche un po’ di questo paese grande quattro volte l’Italia.

Tipico paesaggio lungo la strada per Cape Town

Come studiai a scuola, il Sud Africa è caratterizzato da zone climatiche molto diverse tra loro. Johannesburg, ad esempio, si trova su un altopiano a 1700 metri sul mare che le dona un clima secco e mite ma con forti escursioni termiche fra il giorno e la notte, Cape Town invece si trova sul mare e gode di un clima tipicamente mediterraneo. Per arrivare da una città all’altra si attraversano le distese semi desertiche del Karoo. A nord di Johannesburg si estende la savana e verso il confine con la Namibia a ovest si trova il deserto del Kalahari. Dalle parti del KwaZulu-Natal invece, sulla costa orientale che si affaccia sull’Oceano Indiano, il clima caldo e umido dà luogo a una vegetazione quasi tropicale.

La prima volta che andammo a Cape Town la permanenza fu breve poiché eravamo lì ospiti di un matrimonio di parenti di Mervin, un collega di mio padre. Penso che stemmo giusto due giorni, uno dei quali però trascorso al Cape of Good Hope che ci rimase particolarmente impresso per l’abitudine di taluni membri della fauna locale, i babbuini, di salire sul cofano della macchina e poco inclini a scendere.

Babbuini del Capo

I viaggi successivi invece li spezzammo in tappe. La prima vacanza natalizia on the road partì con una prima tappa verso sud-ovest a Kimberly, laddove esiste il Big Hole ossia il buco scavato a mano più profonda del mondo. Questo era una miniera di diamanti che da circa cento anni ha smesso di servire da miniera diventando un’attrazione turistica.

Big Hole di Kimberly, immagine presa dal web poiché non ne ho altre

Dopo Kimberly cambiammo direzione dirigendoci a sud-est verso Port Elizabeth, affacciata sull’Oceano Indiano. Della città in sé non ricordo molto ma dell’Addo Elephant National Park situato nei suoi dintorni invece sì: fu il primo incontro ravvicinato con elefanti, tanti, nel loro ambiente naturale. Per noi che ne avevamo visto uno, solo, nella triste vasca di cemento dello zoo di Pistoia, fu una cascata di meraviglia ed eccitazione.

Il viaggio verso Cape Town poi proseguì lungo la Garden Route, una strada costiera che collegava le due città. L’anno successivo invece il viaggio fu spezzato a Colesberg, una città che nei miei ricordi è fondamentalmente il niente in mezzo al niente del Karoo. Ricordo solo che dormimmo al Merino Hotel e che era insolitamente vivace.

Cape Town invece era forse la città più riconoscibile per noi europei, dopotutto era lì che nel 1652 gli olandesi avevano stabilito un avamposto nella rotta verso le Indie. La città si affaccia sull’Oceano Atlantico e si stende ai piedi della Table Mountain, una montagna alta circa 1000 metri che si caratterizza per la sua cima piatta affiancata dai più appuntiti Devil’s Peak a sinistra e Lion’s Head a destra. A sud della città non c’è niente, solo l’Oceano ed eventualmente… l’Antartide! Continente anche responsabile della brezza marina che rende le estati gradevoli oltre che la Table Mountain talvolta coperta dalle nuvole come se una cascata bianca stesse per colare giù dalla sua cima piatta.

Cape Town per me è il fish and chips mangiato alla Victoria and Albert Waterfront, lo yogurt liquido che mangiavo coi corn flakes a colazione e che a Johannesburg non si trovava, mia sorella che si impunta perché vuole fare il sentiero per salire sui 1000 metri della Table Mountain con le scarpe di vernice e ci riesce. Ma sono anche i miei genitori che fanno il bagno nei 12 gradi dell’acqua di Clifton Beach lasciandoci a giocare sulla spiaggia perché per noi era troppo fredda e la piscina in riva al mare con acqua di mare che affluiva direttamente dal mare di Sea Point. E’ il bagno coi Jackass penguins nella Boulders Beach di Simon’s Town bagnata, contrariamente a quel che si potrebbe pensare visto il “c’è talmente freddo che c’erano anche i pinguini”, dall’acqua forse più calda in cui ho fatto il bagno in Sud Africa anche se le piume dei pinguini in acqua mi facevano un po’ schifo. Sono i miei genitori che per la cena di capodanno mangiano aragosta locale affacciati sulla False Bay mentre noi bambine presumibilmente mangiammo hamburger e patatine. Sono i leoni marini copiosi e spaparanzati al sole e le mie bruciature da troppo sole senza crema. E’ la Robben Island in cui Nelson Mandela fu incarcerato per 21 anni vicina ma irraggiungibile così simile come concetto all’Asinara in cui era cresciuta mia madre e che costituiva lo sfondo di ogni mia vacanza estiva a Stintino. E’ la scoperta degli scones, dei piccoli panini poco dolci serviti con marmellata di fragole e panna acida e dell’esistenza di alghe così grandi da far sembrare briciole quelle che schifavo in Sardegna. Sono le correnti che si incontrano ai piedi del Cape of Good Hope e le fughe giocose dalle gelide onde dell’oceano con vista su relitti di navi che non ne avevano retto le tempeste. Cape Town è anche il posto in cui risultò evidente che a me il vino piaceva: la zona del Capo è nota per la produzione vitivinicola e la scelta dei vini da comprare direttamente dal produttore, previa assaggio, la facevamo mio padre ed io mentre mia madre e mia sorella aspettavano in macchina.

Insomma Cape Town, come il Sud Africa in generale, per me è stato il periodo felice in cui i conti quadravano sempre e tutto era esplorazione e novità e mi sono spesso chiesta se non ci fosse un elemento di subconscia nostalgia di questa epoca felice ogni volta che introducevo un discorso con “quando ero in Africa…”

Scappando dalle onde dell’Atlantico

Un pensiero riguardo “Quando ero in Africa… – 6 – Capodanno al sole

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...