Quando ero in Africa… – 7 – Un’altra versione della storia

Dopo l’intermezzo di venerdì in cui raccontavo delle vacanze estive in occasione del Capodanno, rientro nella sequenza domenicale con una piccola digressione rispetto all’ordine cronologico che dopo la descrizione della divisa scolastica lascerebbe presupporre una descrizione della scuola e della organizzazione scolastica così come la sperimentai nel gennaio del 1994. Mi permetto invece di scostarmi dalla sequenza perché voglio riallacciarmi alla frase conclusiva del post della scorsa settimana, quella sul nuovo lato da cui guardare il mondo.

Nel gennaio del 1997, in attesa di un rientro a Johannesburg che non sarebbe più avvenuto, i miei genitori mi iscrissero a scuola in Italia, nella stessa classe che avevo lasciato poco più di tre anni prima, giunta ormai alla quinta elementare. Tralascerò lo sconcerto che mi pervase alla scoperta di cose quali la grammatica italiana di cui tutti i miei compagni sapevano e io no per concentrarmi su quella che avrei detto essere una materia più universale: la storia. Ebbene, lo sconcerto mi colse anche lì.

Uno dei primi compiti che mi fu assegnato al rientro scolastico scandiccese fu quello di colorare la fotocopia in bianco e nero che ci era stata consegnata del Re Sole. Luigi XIV, chi era costui? Da dove veniva? Cosa voleva? Io non avevo la più pallida idea di chi fosse o di cosa ci fosse stato prima di lui. L’antica Grecia, Roma, il Medioevo, il Rinascimento, ai tempi erano parole senza significato per me. In compenso però sapevo tutto quel che una bambina di 10-11 anni educata in Sud Africa poteva sapere dei Bushmen, dei Khoisan, di Jan Van Riebeeck e degli olandesi che stabilirono una base nella zona del Capo nel 1652 e degli Ugonotti francesi fuggiti a qualche persecuzione religiosa per rifugiarsi in Sud Africa. Delle rivoluzioni militari di Shaka Zulu, della sua tattica militare e dei suoi soldati addestrati a camminare e correre scalzi nel bush per evitare di inciampare nei sandali in battaglia. Sapevo degli infidi inglesi che si erano impossessati della colonia olandese con l’inganno e dei Boeri che iniziarono il loro Great Trek in direzione nord. Poi non seppi più nulla perché con la fine della quinta elementare si interruppe il mio percorso scolastico in Sud Africa.

Il programma di storia di Std 3, chiaramente molto lontano dal programma italiano. Non fatevi ingannare da alcune fuorvianti immagini, non ho alcun ricordo di aver studiato la general history.

Da bambina questa asincronia educativa mi sembrò solo strana, riuscii a inquadrarla meglio negli anni successivi quando studiando la storia in un contesto europeo, il Sud Africa veniva trattato solo come il paese che ospitava Città del Capo e la sua base nella rotta verso le Indie ma non aveva una storia propria, esisteva solo in funzione di quella europea.

“Ci sono due risposte alle cose che ti insegneranno sulla nostra terra: la risposta vera e la riposta che dai a scuola per passare. Devi leggere libri e imparare entrambe le risposte. […] Ti diranno che un uomo bianco di nome Mungo Park scoprì il fiume Niger. Sono sciocchezze. Il nostro popolo pescava nel Niger molto prima che nascesse il nonno di Mungo Park. Ma nel tuo esame, scrivi che fu Mungo Park”.

Quel concetto che stavo cercando di afferrare attraverso la mia breve esperienza in un sistema scolastico agli antipodi da quello del paese in cui di fatto ho poi vissuto quasi tutta la mia vita, si è cristallizzato qualche anno fa con la lettura di Metà di un sole giallo di Chimamanda Ngozi Adichie e il breve passo che ho riportato qui sopra. Il romanzo è ambientato in un’altra Africa, chi parla è un professore universitario nigeriano rivolto ad un ragazzo anch’esso nigeriano, ma il concetto espresso è esattamente lo stesso le cui radici mi si erano piantate dentro in quel vuoto (o pieno a seconda dei punti di vista) di conoscenza in quinta elementare.

La mia piccola esperienza personale e questo passo sono stati fondamentali per capire quanto raccontiamo la realtà (in questo caso africana ma adattabile a chiunque sia stato da noi sottomesso), dal punto di vista europeo, come se prima di noi non ci fosse stato niente, troppo spesso convinti oltretutto che la nostra, sia l’unica realtà possibile. 

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