Quando ero in Africa…. – 5 – Il primo approccio con la scuola

La cosa che mi meravigliò molto delle prime settimane in Sud Africa fu che era l’inizio di dicembre e non stavo andando a scuola. Sembra una sciocchezza ma quello fu forse il primo segnale che mi aiutò a capire che non tutto quello che succedeva in Italia valeva automaticamente anche fuori dall’Italia. Appresi infatti che il calendario scolastico era organizzato diversamente dal nostro e che quando eravamo arrivati mancavano una decina di giorni alla fine della scuola. Andai quindi con mio padre a iscrivermi per l’anno scolastico in partenza a gennaio alla Jeppe High Preparatory School e uscii dalla segreteria con un foglio che indicava non il sussidiario da procurarmi bensì tutto ciò che dovevo acquistare (numero e tipo di matite, astuccio, cartella, gomma da cancellare, temperamatite etc) tranne il sussidiario che, scoprii più in là, non esisteva come concetto, si faceva tutto con fotocopie procurate dalla maestra e incollate sui nostri quaderni. Quaderni che dovevano obbligatoriamente essere rivestiti di carta da pacchi marrone, etichettati con nome, cognome, classe, materia e rivestiti di una pellicola protettiva in plastica e che peraltro a fine anno venivano ripresi dalla scuola e portati al macero. Non sono sicura che succedesse tutti gli anni, ho però un ricordo abbastanza vivido di mia mamma che cerca i miei quaderni nella montagna di carta stipata in un piccolo edificio davanti ai campi da tennis della scuola.

Solo tre materie sfuggivano alla carta da pacchi: inglese, jotter e enrichment. Nel caso del primo venivamo invitati a fare un collage dei nostri interessi, dei secondi due avevo dimenticato l’esistenza (sospetto che il primo fosse dedicato alle brutte copie e il secondo a un arricchimento ma non so di che genere visto che entrambi sono scarsamente utilizzati) ma vedo che applicai degli adesivi colorati direttamente sulla copertina del quaderno. La cartella non aveva niente a che fare coi nostri zaini Invicta o Seven, era una vera e propria cartella marrone, di materiale sintetico e a scompartimenti.

I quaderni di Std 3 (la nostra quinta elementare) salvati da mia madre

Ma una sorpresa ben più grande mi aspettava: avrei dovuto indossare la divisa scolastica.

Vestito sopra il ginocchio verde pisello con colletto bianco, tre bottoni bianchi superiori, una cintura dello stesso colore del vestito, calzini neri corti, sandali di pelle nera, non fu facile convincermi dell’obbligatorietà del vestito e del suo tessuto sintetico. Avevo indossato tranquillamente gonne e vestiti fino ai quattro anni, poi avevo iniziato a rifiutarli vestendo solo pantaloni. La Jeppe High Preparatory School (abbreviata in Jeppe Prep) però non era interessata alla mia opinione sugli abiti, pertanto per tre anni mortificai la mia voglia di pantaloni in orario scolastico e cedetti al vestito. Quando arrivò l’inverno e il verde pisello diventò un blu marino il mio animo si quietò un po’: non era infatti cambiato solo il colore del vestito, era cambiato anche il modello. La divisa invernale prevedeva un vestito sempre ad altezza ginocchio circa blu marino con un trapezio verde bosco in corrispondenza del petto. Sotto il vestito una camicia a maniche lunghe bianca e una cravatta a righe orizzontali dello stesso colore dell’abito. A scelta si poteva indossare un maglione blu con scollo a v e due righe verdi che seguivano lo scollo o un maglione con cerniera e colletto sempre blu con le solite due righe verdi. Le gambe si coprivano o con dei collant neri o con dei calzettoni al ginocchio blu con strisce verdi sul risvolto. Le scarpe erano le stesse della divisa estiva. Per i più freddolosi c’era anche un blazer scuro da tenere all’aperto.

I maschi indossavano dei pantaloncini corti blu marino e una camicia a maniche corte bianca in estate e calzettoni ad altezza ginocchio blu con righe orizzontali verdi. Per l’inverno i pantaloni si allungavano e diventavano grigi, così come si allungavano le maniche della camicia e si aggiungeva la stessa cravatta delle femmine.

Era prevista anche una divisa per le ore di educazione fisica: pantaloncini corti blu e una maglietta in tessuto rigorosamente sintetico, di un verde scuro ma brillante, con sul davanti un pattern a righe verticali di larghezze difformi bianche sul verde.

Io in tutta la mia gioia da divisa scolastica. In basso a sinistra ho già tolto il vestito e indossato dei pantaloncini, peraltro ben più in linea col mio aspetto e spirito maschili. Sul colletto della divisa estiva si intravede un distintivo, ne parlerò in futuro. Sono sotto la jacaranda del nostro giardino.

Come in Italia le librerie scolastiche ricevono gli elenchi dei libri per scuole e relative classi, a Johannesburg (e suppongo in tutto il resto del paese) c’era un negozio specializzato proprio in tutto il materiale richiesto dalla scuola, dalla divisa alla cartoleria.

Nonostante l’amore per la cravatta, l’obbligatorietà della divisa fu la miccia che mi accese istinti rivoluzionari negli anni a venire. Basta con la repressione della libertà degli individui! L’abbigliamento deve essere una libera scelta di ciascuno! Nessuno può obbligarmi a mettere la gonna se non mi piace! Passarono anni prima che rimpiangessi la possibilità di non dover pensare a come vestirmi e passarono anni prima che rimettessi una gonna e pensassi che mi piaceva pure. Ma la Jeppe Prep non mise in discussione solo il mio rapporto con l’abbigliamento. Per quanto me ne accorsi anni dopo, mi impose un nuovo lato da cui guardare il mondo.

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