Nelson Mandela – Long walk to freedom* (Lungo cammino verso la libertà)

Ci sono due persone che non ho mai conosciuto ma che considero membri aggiunti della mia famiglia visto il peso che hanno avuto nelle mie vicende familiari, una è Bruce Springsteen, l’altra è Nelson Mandela. L’autobiografia di quest’ultimo, Long walk to freedom, comprata da mio padre alla sua uscita nel 1994 a Johannesburg, mi ha guardata un po’ giudicante per più di vent’anni prima che mi decidessi a leggerla. 

Nelson Mandela è stato uno dei grandi personaggi della lotta contro l’oppressione afrikaans in Sudafrica. Avvocato, attivista, incarcerato per 27 anni per la sua lotta, premio Nobel per la pace, dopo la sua liberazione si è fatto promotore di delicatissime negoziazioni per procedere a una transizione pacifica fuori dal regime dell’apartheid. Nel 1994 è stato eletto primo presidente nero del Sudafrica nelle prime elezioni a suffragio universale di bianchi e neri tenutesi nel paese.

La vita di Mandela si dipana a grandi linee lungo tutto il secolo breve, dalla sua nascita nel 1918 alla sua elezione come presidente. Nel mezzo Mandela regala al lettore un compendio di tradizioni tribali (nel senso etnologico del termine), di vita, di storia, di lotta e di politica perché se le prime pagine hanno un sapore quasi bucolico, via via che Mandela cresce e si scontra con la realtà di uno dei sistemi politici più aggressivi e repressivi mai messi in atto nell’era contemporanea, dà anche al lettore informazioni su come condurre la lotta per l’uguaglianza prima e delle fondamentali e delicatissime negoziazioni politiche poi. Il tutto senza dimenticarsi di essere un uomo, con delle amicizie, degli amori, dei figli. E soprattutto senza dimenticare di essere uno fra tanti. Mai Mandela si appropria di meriti non suoi, anzi, la sua autobiografia è anche un omaggio a tutti i compagni di strada senza i quali, ne è consapevole, il cammino verso la libertà non sarebbe stato possibile.

Long walk to freedom è uno di quei libri così densi di riflessioni che per appuntarsele tutte bisognerebbe passare metà del tempo a leggere e l’altra metà a scrivere. Come è stato possibile che un mondo appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale non abbia battuto ciglio per decenni davanti a un sistema non solo barbaro ma che andava anche contro le pure leggi della matematica poiché il 13 per cento della popolazione decideva di vita e morte dell’altro 87 per cento? Quale logica poteva trovare giustificazione credibile a un dato così distorto? Quanta ipocrisia c’è nel raccontare il colonialismo europeo in generale? Con quanta faccia tosta per secoli l’uomo bianco ha girato il mondo soggiogando popoli che si facevano beatamente gli affari loro raccontandoci che era una cosa giusta? Con quanta superficialità tutto ciò che non è bianco è stato giudicato inferiore? Con quanto paternalismo viscido si è preteso di fare per gli africani quello che fosse meglio per loro senza chiedere la loro opinione? Quanto è difficile rapportarsi a un africano come se fosse una persona, che ci può stare simpatica o antipatica, indipendentemente dal colore della pelle? Come si conduce una negoziazione politica? Come si deve comportare un leader politico? Quanto è importante riconciliarsi e unirsi anche dopo una divisione così violenta anziché continuare a dividere forti del nuovo potere che si è ottenuto? 

Le domande potrebbero continuare pressoché all’infinito, di fatto non c’è un solo capitolo che con la semplice e cruda narrazione di fatti realmente avvenuti non costringa a mettere in discussione qualcosa, che sia a livello storico, politico o umano. 

Long walk to freedom si legge come un romanzo e insegna senza annoiare, come solo i grandi maestri sanno fare inserendosi in quella particolare categoria di libri che quando li inizi spaventano per la loro mole, quando ti avvicini alla fine invece il cervello inizia ad attuare un meccanismo inconscio per cui trovi sempre qualcos’altro da fare per non leggere e allungare la permanenza nel mondo che sfogli pagina dopo pagina. Imperdibile.

* cito il nome dell’autobiografia in inglese un po’ perché è la lingua in cui l’ho letta, un po’ perché è il titolo con cui da 26 anni la conosco.

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