Quando ero in Africa… – 18 – La città violenta

La notte di San Lorenzo del 1996 ero in Italia. Distesa nel prato davanti casa a Scandicci con alcuni cugini e con i figli di un’amica di mia zia, scrutavamo il cielo in attesa di stelle cadenti. Con una certa dose di orgoglio e posa da vera dura raccontavo che abitavo nella città con il tasso di criminalità più alto al mondo. Ricordo nitidamente l’episodio soprattutto perché una delle bambine presenti quella sera, Cristina, me lo ricordò quando in prima liceo ci trovammo in classe insieme. Ma dovetti essere particolarmente convincete nel mio ruolo visto che ancora oggi, più di vent’anni dopo, la mia amica Cri mi ricorda ridendo quell’episodio.

Ai tempi ovviamente per me era un’affermazione ripetuta un po’ a pappagallo per darmi un tono ma la realtà era che veramente Johannesburg era (ed ancora è) la città col tasso di criminalità più alto al mondo e anche noi non uscimmo indenni dai nostri tre anni sudafricani.

L’auto ci fu rubata per un momento di distrazione: mentre scaricavamo la spesa mio padre dimenticò le chiavi inserite nella toppa del portabagagli. Nel minuto a dir tanto che trascorse tra quando portò dentro la spesa e tornò alla macchina per metterla in giardino oltre il cancello le chiavi erano sparite. L’unica cosa che gli rimase da fare fu rompere il finestrino per recuperare il portafogli rimasto dentro e guardare l’auto per l’ultima volta consapevole che il mattino successivo non sarebbe stata lì. E infatti fu così.

Johannesburg era una città in cui dopo le cinque del pomeriggio non ci si muoveva a piedi, neanche per andare dagli amici a poche centinaia di metri da casa. A onor del vero devo dire che io non ho mai avuto una grandissima percezione del pericolo, fondamentalmente perché a parte il furto dell’auto e un fallito tentativo di effrazione in casa quando eravamo in Italia per le vacanze, non ci è mai successo niente. Oltretutto forse eravamo anche un po’ incoscienti: non avevamo cani da guardia o telecamere e il muro e il cancello di casa nostra si potevano facilmente scavalcare. Le nostre porte e finestre peraltro erano pure a vetri, benché munite di una grata attraverso cui mia sorella ed io ci divertivamo a passare per entrare o uscire dalla nostra stanza. I miei genitori non amavano che lo facessimo ma se proprio non riuscivamo a trattenerci, che almeno passassimo dalle finestre che non davano sulla strada per evitare di dare misure di riferimento ad eventuali malintenzionati. Eravamo talmente lontani dal modo di pensare di chi è a rischio furto in casa che mia mamma lasciava la chiave inserita nella toppa tutte le notti, per bloccare la serratura diceva, salvo poi rendersi conto anni dopo che con le porte a vetri stavamo dicendo a eventuali ladri: se riuscite fare un piccolo foro potete aprire la porta anche senza forzare la serratura.

Il salotto, la sua grande finestra, la porta mangiata dalla luce, lo stile africano che facemmo nostro e il disordine che è uno stile di vita

Una notte però mia madre si alzò e vide un’ombra davanti alla nostra porta che appena si accorse della presenza di mia madre si volatilizzò. Dopo il tentativo di ingresso durante la nostra visita italiana mia madre si ingegnò e prima di partire per qualunque vacanza iniziò a lasciare delle piccole opere di ingegneria appoggiate alle finestre che in caso di apertura da fuori sarebbero crollate creando un gran fracasso.

Elemento imprescindibile per ogni proprietario d’auto divenne il cosiddetto gorilla, una sorta di bastone in ferro che bloccava lo sterzo dell’auto.

Chi invece nella mia famiglia ebbe un’esperienza più drammatica con la violenza di Johannesburg fu mio padre che continuò a lavorare in Sudafrica con progetti brevi e senza famiglia negli anni successivi al nostro rientro in Italia. Abitava con altre persone in un appartamento in un’altra zona della città. Un giorno il suo coinquilino fu portato a spasso da nel portabagagli dell’auto da dei malviventi, poco tempo dopo toccò a mio padre trovarsi sul letto con un cuscino frapposto fra la sua tempia e una pistola. Gli rubarono quel che potevano e poi lo lasciarono lì sul letto, fortunatamente vivo. Ugualmente quando ci chiamò per raccontarcelo non era esattamente il regalo di compleanno che si aspettava mia madre.

2 pensieri riguardo “Quando ero in Africa… – 18 – La città violenta

  1. Anche io mio babbo aveva il “gorilla” in macchina.. abbiamo smesso di usarlo perché io non riuscivo mai a toglierlo o metterlo 😅

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