Quando ero in Africa… – 19 – Welcome to the rainbow nation

Quando son partita nel 1993 la composizione delle classi italiane era abbastanza omogenea, le differenze erano generalmente regionali, io ad esempio avevo un compagno che parlava con accento napoletano e mi sembrava stranissimo, ma lo straniero o che tradiva un’origine straniera, era una rarità. Avere un cognome straniero e parenti relativamente vicini sparsi nel mondo come nel mio caso, non serve poi molto a capire davvero il multiculturalismo spinto, sia perché non è detto che questi parenti li frequenti tantissimo, sia perché le logiche che regolano la famiglia sono diverse da quelle che regolano il mondo.

Quando sono arrivata in classe a Johannesburg, l’unico elemento che mi qualificava veramente come straniera era il fatto che non parlassi nessuna delle undici lingue ufficiali del paese. Il mio nome e cognome non dicevano niente di più di me di quello che potevano dire dei miei compagni di classe. Alcuni avevano nomi a me più vicini, altri comunque familiari, altri totalmente diversi ma frequentavamo tutti la stessa scuola e costituivamo un unico grande calderone. I miei compagni di classe si chiamavano Sipho, Thabo, Simphiwe e Karabo ma anche Carlos, Dylan, Graham, Magda (con la g pronunciata alla olandese), Maisa, Carolien, Susanna, Daniela, Marco, Evangelos. Anche i cognomi portavano nei più disparati angoli del mondo: Morais, Sandham, Sibeko, Greyling, Mkhwanazi, Lottering, Sobreira, Feng, Naidoo. C’erano i sudafricani da generazioni (per quanto anche il concetto di sudafricano avesse le sue varie sfumature) ma i nomi o cognomi di altri erano un viaggio intorno al mondo. Portoghesi, greci, italiani, scozzesi, cinesi, indiani, eravamo tanti potenzialmente “diversi”. Io però non ho mai percepito questa diversità come un problema, tra l’altro era molto raro che venisse rimarcato l’essere straniero.

A rifletterci ora mi sembra anche naturale per un paese che stava cercando di uscire da un lungo periodo di segregazione su base razziale cercare di quasi ignorare queste differenze. La nostra pelle aveva colori visibilmente diversi ma era irrilevante, quel che contava davvero era l’essere fieri studenti della Jeppe High Preparatory School e cittadini consapevoli del nuovo Sud Africa, denominato “rainbow nation”, “nazione arcobaleno” da Desmond Tutu, riferendosi all’ideale della convivenza pacifica e armoniosa fra le diverse etnie del paese dopo la fine dell’apartheid. Se in classe non ho mai visto disparità di trattamento, mi colpiva di più quel che succedeva a ricreazione: i bianchi finivano per giocare tra di loro e i neri tra di loro. Come ho detto in un precedente post, immagino che uno dei motivi di questa separazione fosse legato al gap culturale che era ancora lontano dall’essere colmato e i gruppi che si formavano nelle classi riflettevano decenni di culture tenute rigorosamente separate benché all’interno di uno stesso territorio.

A dire il vero l’unico episodio di cui ho chiaro ricordo in cui la differenza di provenienza è stata molto rimarcata avvenne a mie spese. Per come si è sviluppato in realtà potrei ascrivere l’episodio più al fenomeno del bullismo che a quello del razzismo ma lo racconto solo perché dice molto sullo scontro culturale e su una verità che troppo spesso dimentichiamo ossia che il fatto che una cosa sia considerata normale o riprovevole nella nostra cultura, non la rende automaticamente normale o riprovevole in un’altra e non c’è migliore o peggiore, è semplicemente così.

Dunque, da italiana sono sempre andata molto fiera del cibo della mia terra e non ho mai perso l’occasione di farlo sapere. Questo avveniva anche quando giovanissima mi trovavo in un paese la cui cultura culinaria era quanto di più lontano potesse esserci dalla mia. Quello che all’epoca non concepivo era come si potesse non apprezzare la cucina italiana e come si potesse mettere in dubbio il suo scettro di cucina più buona al mondo. Me lo chiedo talvolta anche ora ma in nome del de gustibus non disputandum est sono diventata più indulgente. Ai tempi invece ricordo che rimasi scandalizzata quando appresi che la nostra donna delle pulizie aveva messo le melanzane grigliate condite con aglio e menta dentro il passato di verdura mangiando tutto insieme. Volli condividere il mio disgusto con le mie due amiche più strette, Susan e Jenny, afrikaaner la prima e con ascendenze scozzesi la seconda. Ebbene, loro non solo non capirono il mio sconcerto e anzi non videro niente di male in quel miscuglio di gusti, ma furono anche molto chiare nel dirmi che non ne potevano più del mio parlare continuamente dell’Italia come se fosse chissà cosa.

Ne parlo come di un fenomeno più simile al bullismo semplicemente perché da quel giorno in poi dovetti trovarmi delle nuove amiche (tra cui Amy che mi diceva spesso che profumavo di cibo buono) perché le due non perdevano occasione di parlare male di me, con me accanto e come se io non fossi stata lì vicina a loro. Il tutto nato dal mio patriottismo alimentare!

Alla fine di quell’anno scolastico tornai in Italia definitivamente ma venni a sapere più tardi che ero stata la prima delle vittime del bullismo psicologico di Jenny per cui posso confermare che la mia nazionalità non c’entrava assolutamente niente.

Ms Peters e la sua classe: Std 2 P. Io sono in seconda fila, la quinta da destra, tra Graham, di discendenza scozzese se non ricordo male e Evangelos, greco già dal nome. Le due bambine ai lati della seconda fila, Susanna e Maisa, erano di famiglia portoghese. Il bambino al centro in prima fila si chiamava Marco ma era di seconda generazione e l’italiano lo parlava male. La cosa che più mi inquieta è che mentre ricordo i nomi di quasi tutti i miei compagni bianchi, lo stesso non posso dire dei neri. Ricordo Theo (il bambino in prima fila a destra) perché era un po’ antipatico oltre che un personaggio televisivo di non so che entità e qualche altro nome sparso ma non sono sicura dell’attribuzione.

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