Quando ero in Africa… – 21 – Una scuola di tutti e per tutti

Uno dei motivi per cui l’elemento razziale era molto poco evidente nella mia scuola aveva a che fare coi quartieri che gravitavano su di essa: Troeyeville e Kensington erano quartieri multiculturali. L’altro aspetto invece era legato al tipo di scuola e alla sua mission.

Il sistema scolastico sudafricano prevedeva tre modelli di scuole: pubbliche, private o Model C. Le Model C erano finanziate in parte dallo Stato e in parte dalle tasse di iscrizione e una miriade di iniziative di raccolta fondi. Questa divisione schematica credo sia anche ormai superata poiché nel 1996 fu votata una riforma scolastica che entrò in vigore nel 1997 quando io ormai ero rientrata nei ranghi della scuola italiana. L’unica memoria che ho di quella riforma peraltro riguarda la forma ossia che i 7 anni della scuola primaria non sarebbero più stati divisi in Grade 1-2 e Standard 1-5 bensì la sequenza dei Grade sarebbe andata avanti fino al settimo abolendo lo Standard.

Le Model C Schools erano nate nel periodo dell’apartheid per fornire un’educazione più adeguata alla comunità bianca povera. Con la fine dell’apartheid, nei primi anni ’90 si aprirono anche alla popolazione che fino ad allora avevano escluso.

La Jeppe High Preparatory School era una Model C School. Traduco dal depliant con le informazioni generali della scuola che vennero consegnate ai miei genitori quando, su consiglio di Chris, andarono ad iscrivermi: Scuola inglese guidata da principi cristiani. Lo staff, gli alunni, i genitori in quanto partner nell’educazione si impegnano per ottenere eccellenza accademica e la creazione di un ambiente di apprendimento indisturbato dove il comportamento è guidato da rispetto reciproco, tolleranza e accettazione dell’altro. La Jeppe Prep si sforza per sviluppare nei suoi allievi fiducia in se stessi, autodisciplina, un’immagine di sé positiva, indipendenza e un senso di individualità; potenziale sociale, spirituale, emotivo, mentale e fisico; entusiasmo per l’apprendimento; la capacità di pensare e ragionare logicamente.

Ecco, forse notavo poco l’elemento razziale anche grazie a questa mission iniziale. Rileggendo le newsletter che ci venivano consegnate ogni venerdì mattina leggo del corso di portoghese tenuto nei locali della scuola per chiunque fosse interessato, oppure della madre dello Zaire di due nuovi iscritti che si propone per un corso di francese. Addirittura ho trovato in una newsletter il bentornata a mia sorella che era stata a trovare la famiglia in Italia o i saluti allo studente che sarebbe partito per visitare la famiglia in Inghilterra. Non era la prassi e dipendeva dal singolo insegnante comunicare al redattore della newsletter che un suo alunno sarebbe andato a trovare la famiglia all’estero però dà il senso del valore positivo che veniva dato allo “straniero”.

Notare il bentornata a mia sorella nella parte in basso a destra della newsletter, Class news Gr 1G

In quanto Model C School, oltre che delle quote di iscrizione, la Jeppe Prep faceva delle raccolte fondi uno dei suoi mezzi di sostentamento. Sempre da una newsletter leggo l’annuncio di un’iniziativa per finanziare l’acquisto di nuovi computer per il laboratorio di informatica. Si trattava di fare il giro della scuola un tot di volte nell’arco di una mattinata e bisognava chiedere a parenti e amici di elargire un contributo per ogni giro completato. Ricordavo benissimo l’iniziativa per l’imbarazzo che mi aveva creato la richiesta di finanziamenti a vicini e amici poiché scarseggiavo di familiari oltre ai genitori e per il disappunto nel non aver completato il numero di giri previsto dalla mia scheda ma avevo completamente dimenticato il motivo per cui per ore e ininterrottamente avevamo percorso un grossolano perimetro della scuola.

Faccia delusa di chi non ha portato a termine il suo compito parasportivo

Altre forme di autofinanziamento erano quello che potrei definire dei mercatini alimentari. Quello il cui nome mi è rimasto più impresso era il Cake ‘n Candy che, come da nome, verteva su torte e dolciumi. In pratica i genitori erano tenuti a preparare dei dolci che poi venivano venduti nel corso di una giornata di festa a scuola per alunni e genitori e i cui ricavi venivano devoluti alla scuola.

Più interessante come genere di festa era invece il Culture Carnival. Lo scopo della festa era lo stesso ma invece che per classi gli stand venivano divisi per paesi di provenienza e veniva richiesto di preparare cibi tipici del proprio paese. Nel corso della giornata poi si svolgevano anche altre attività e nel giardino della scuola andavano in scena alcuni spettacoli tipo le danze zulu seguite da quelle scozzesi. O viceversa, non ricordo.

Sospetto che anche per partecipare al Flower Show occorresse pagare un contributo di iscrizione ma del mio terzo posto ricordo più il terzo posto (sospetto più attribuibile a mia madre che a me) che il pagamento di una quota di partecipazione.

Insomma, tutto questo per dire che l’ambiente era generalmente inclusivo e la partecipazione alle attività scolastiche da parte degli alunni e delle loro famiglie era oltremodo caldeggiata.

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