Quando ero in Africa… 22 – L’inglese

Da qualche parte nella mia memoria risuona una frase di cui non riesco a ricordare il/la titolare secondo la quale Regno Unito e Stati Uniti sono due paesi divisi da una lingua comune. A giudicare dalle dispute avute con la mia insegnate di inglese alle medie, la stessa cosa vale anche aggiungendo il Sudafrica alla lista dei paesi. Lei dall’alto della sua formazione universitaria, io dall’alto della mia esperienza sul campo, talvolta ci lanciavamo in animate discussioni in cui la verità era che avevamo entrambe ragione, solo che io sarei stata compresa in Sudafrica, lei negli Stati Uniti.

Tre anni di film visti in lingua originale mi avevano insegnato che l’accento sudafricano era molto diverso da quello britannico e quello statunitense ma mai mi era passato per l’anticamera del cervello che anche certe parole usate comunemente nella mia vita sudafricana potessero risultare quasi incomprensibili per chi non condividesse la territorialità.

Il primo, più facile da accettare perché a scuola non è che se ne parlasse più di tanto, era il braai. Il braai è quello che gli esterofili chiamano barbecue e gli autarchici brace, di fatto tre nomi per dire la stessa cosa. La specialità locale erano i Boerowors rolls (tradotto: le salsicce del contadino): delle salsicce di manzo grossolanamente macinato combinato generalmente con macinato di maiale, grasso e spezie (coriandolo, noce moscata, chiodi di garofano e pepe nero). Di fatto era anche uno degli street food tipici.

Ma le litigate più accese con la professoressa riguardavano altre due parole: tekkies e robot. La prima indicava le scarpe da ginnastica, la seconda il semaforo. Per me erano parole di uso comune o l’unico modo per indicare il preciso oggetto di riferimento, per la mia professoressa erano evidentemente un impuro slang sudafricano che niente aveva a che vedere con l’inglese comune. A giudicare dalla doppia K azzarderei un’origine afrikaans per la parola tekkies, per quanto riguarda robot invece sono sprovveduta quanto un ignaro turista a cui viene chiesto di fermare la macchina al robot. Non ho idea del perché il semaforo si indichi con tale parola, quando ero lì non mi sono mai posta il problema poiché per me era l’unico modo per chiamarlo.

Un tentativo di risposta al perché il semaforo si indichi con la parola “robot”, tratto dalle strisce di Madam & Eve

Al di là dell’aspetto lessicale l’inglese sudafricano si distingueva enormemente da quello americano (ma anche da quello inglese) per l’accento. Ecco, non era un accento morbido e caldo, le a assomigliano spesso a delle o e le consonanti avevano suoni duri come la storia di quel paese. C’erano inoltre delle differenze nell’inglese parlato dalle varie comunità e dal tentativo di accordare i suoni delle loro lingue primarie con quelle dell’inglese. Io penso che presi quello della comunità inglese, dopotutto era quella a me più vicina. Dico solo “penso” perché una volta rientrata in Italia ho perso l’accento sudafricano, il mio parlare si è mescolato con l’americano della mia famiglia livellandosi in una parlata che quando sono andata negli Stati Uniti è stata definita neutra, senza accento.

Accento o non accento, tekkies o trainers, robot o traffic light, braai o barbecue, per tre anni l’inglese è stata la mia lingua quotidiana, quella che usavo a scuola, quella che usavo con gli amici, quella che usavo per leggere il mondo circostante e quella che parlavo con mia sorella. Per tre anni ho riservato l’italiano (peraltro con un vago accento sardo) solo ai miei genitori, alle telefonate coi nonni, alle vacanze in Italia e ai membri della comunità italiana che ci capitava di incontrare in Sudafrica. Anche i libri che leggevo, Roald Dahl su tutti, erano in inglese. C’era un solo libro in italiano che ho continuato a sfogliare e talvolta leggere anche a Johannesburg: le Fiabe Italiane raccolte da Italo Calvino.

A distanza di decenni ormai dal rientro definitivo in Italia, l’inglese è rimasta la mia seconda lingua quando non addirittura una seconda pelle. Per quanti anni l’ho utilizzata come lingua primaria per mettere nero su bianco i miei più reconditi pensieri nonché quelli che più temevo? In inglese mi sentivo un’altra persona, pur consapevole di essere la stessa che nel quotidiano si esprimeva in italiano.

Un’intervista ai sudafricani Die Antwoord per cogliere l’accento delle comunità bianche
Un breve estratto da un’intervista a Nelson Mandela, è interessante il contrasto con l’accento americano dell’intervistatrice Oprah Winfrey

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