Vite che sono la mia / 11

Me la sto prendendo (e me la prenderò) comoda con i post sulle mie giornate romane ma la sensazione che mi ha accompagnata in quei giorni era quella di chi vedeva o imparava qualcosa di nuovo ogni giorno, quasi come fossero vite che si inseguivano una dopo l’altra.

Durante la cena M. ad un certo punto mi aveva chiesto il significato della parola “godereccia” che qualcuno le aveva affibbiato. Le era venuto per un attimo il dubbio che avesse un’accezione negativa ma si era sentita sollevata quando le avevo spiegato che indicava solo il suo godere del cibo, del bere e in fondo della vita. Ma per quanto fosse godereccia M. e per quanto neanche io disdegnassi i piaceri della tavola, non avevamo finito la bottiglia di vino incerte sulla sua qualità che, ci eravamo dette, avremmo capito la mattina successiva valutando i postumi.

Ebbene, credo che l’impatto maggiore sul mio fisico lo abbia avuto la sveglia alle 6.30 piuttosto che il vino della sera prima. Dal punto di vista alcolico il risveglio non è stato terribile come temevo, più che altro la fame era poca e con una tazza di tè e un paio di fette biscottate con crema spalmabile alle nocciole mi sono sentita già piena. Ovviamente la colazione proveniva dalla mia riserva fiorentina perché, va bene bussare alle porte, ma a Roma alle 6.30 di una sabato mattina chi ci avrebbe aperto?

Siamo uscite spaccando il secondo dell’orario che ci eravamo date, pronte alla marcia e con la casa lasciata come l’avevamo trovata. Se non che, dopo un centinaio di metri, ho realizzato che avevo lasciato i bastoni da cammino in casa. Credo sia stata la prima volta che ho visto un velo di paura tingere il viso di M. Le ho allora detto di arrivare puntuale ma sola alla messa, che io l’avrei raggiunta. Così lei è partita a bordo della bicicletta del suo amico e io sono tornata indietro. Recuperati i bastoni mi sono incamminata seguendo sul navigatore la via più breve che, ahimè, era anche la meno poetica avendo percorso interamente l’ampio Corso Vittorio Emanuele II. La città era pressoché deserta, io un po’ mi interrogavo su cosa mi aspettasse ma molto camminavo velocemente sperando di arrivare comunque in tempo. Pensavo saremmo state in una chiesa e già mi chiedevo con una certa insistenza se entrare e cercare M. o se sedermi in fondo da sola. Le domande di fondamentale importanza per cui l’armadillo di Zerocalcare mi suona a volte terribilmente familiare.

La messa invece si è tenuta in una piccola cappella dedicata a un santo (credo francese poi trapiantato a Roma nel XVII o XVIII secolo, non ricordo più) ma quando ne siamo uscite avevo già dimenticato il suo nome*. Ricordo solo che era diventato molto amico di un macellaio (nella cui casa è stata ricavata la cappella) e che non si lavava. Per entrare bisognava suonare il campanello e, poiché era una messa privata, il prete ha aspettato che fossimo tutte presenti (anche se io avevo recuperato quasi del tutto il mio ritardo). Partecipanti alla cerimonia: su una panca M. e A., una donna che l’aveva accolta a Gubbio, su un’altra due signore legate alla cappella, in disparte, sul lato opposto della stanza per semplici questioni di organizzazione dello spazio non di divisione fra fedeli e non, io. Il prete era ancora più giovane di M. ed erano stati coinquilini durante gli anni universitari. Come lei però, abito talare a parte, sembrava proprio tale e quale a un ragazzo della sua età. La parte prettamente liturgica della messa si è tenuta in italiano mentre l’omelia in francese.

Ci sono stati aspetti della liturgia che mi hanno inquietata, primo fra tutti l’inizio col Perdonami Padre perché ho peccato, peccato, peccato, ma mentre il prete faceva la sua omelia sulla necessità di rimanere bambini nello spirito mi sono sentita in una sorta di mondo calmo e parallelo. Ascoltavo le sue parole, prendevo quelle che mi piacevano e buttavo quelle mi parevano strane. Durante le parti cantate ho chiuso gli occhi per meglio sentire il mescolarsi delle voci di M. e il prete e mi sono ricordata di quanto mi piacessero le canzoni sacre che cantavo col coro universitario di Firenze qualche anno fa. Quando siamo uscite ho solo detto a M. che non sapevo cantasse così bene (anche se, mi ha confessato, la tonalità scelta dal suo amico l’aveva costretta a prendere note troppo alte per la sua voce di contralto) ma non ho pensato di chiederle cosa stessero cantando. A dirla tutta non ricordo neanche la lingua in cui hanno cantato, credo latino, sicuramente però si avvicinavano più al gregoriano che ai canti di comunità accompagnati dalla chitarra.

Dopo la messa e i saluti ci siamo incamminate verso sud. Abbiamo costeggiato il Colosseo e l’arco di Costantino parlando brevemente delle imminenti elezioni amministrative a Roma. Io ho provato a spiegarle cosa pensassi del Movimento 5 Stelle ma mi sono scontrata innanzitutto con il suo non sapere niente di politica interna italiana (come del resto io non so nulla di quella francese) e poi con un sostanziale e reciproco disinteresse a farlo. Non racconto questo episodio per essere il più minuziosa possibile nella mia cronaca ma perché è stata una sorta di doppia epifania: da un lato mi sono resa conto di quanto le dinamiche che regolano un paese siano proprie del dato paese e di quanto fatti e opinioni che all’interno della mia cerchia sono perfettamente comprensibili senza bisogno di troppe spiegazioni non lo siano in altri contesti; dall’altro ho realizzato quanto fossi ormai affaticata da un lavoro che tra le sue mansioni prevedeva avere costantemente opinioni su argomenti che mi appassionavano sempre meno, non tanto per un generico rigetto della politica in toto quanto per la disillusione in cui mi ha gettata sempre di più il modo in cui viene fatta (o raccontata) quella italiana. Quando M. mi ha detto che all’interno della sua famiglia era la meno politicizzata in realtà ho tirato un enorme sospiro di sollievo davanti alla prospettiva di non doverne parlare.

Uscire a piedi da Roma è più lungo da dire che da fare o, almeno, ci si ritrova subito fuori dagli ampi viali della città. Sarà stato che era sabato mattina ma in giro le macchine erano davvero poche. Ci eravamo lasciate il Colosseo alle spalle da relativamente poco quando abbiamo iniziato a camminare per una strada fiancheggiata da mura che celavano ampi e rigogliosi giardini prima di giungere alle mura aureliane di porta San Sebastiano e la via Appia Antica, trafficata da ciclisti e camminatori.

Ora di silenzio sulla Appia Antica

L’antico lastricato era irregolare e più volte i bastoni rimanevano incastrati tra le pietre, fortunatamente ai due lati della strada si erano sviluppati due sentieri in terra più comodi. Noi un po’ abbiamo parlato e scherzato, mentre camminavamo M. ha risposto per messaggio vocale a tutti i whatsapp che aveva accumulato negli ultimi giorni, poi, senza dirci niente, mi sono allontanata e ci siamo trovate ciascuna nel proprio silenzio, una da una parte della strada, una dall’altra. Intanto che camminavo pensavo un po’ a quanto potessimo sembrare strane da fuori, insieme e distanti, eppure non sarebbe potuto essere altrimenti. Mi sentivo calma, serena, piena. Era un silenzio denso in cui la fatica di parlare non era legata a ben conosciuti stati depressivi bensì al dover uscire da una sorta di mare tranquillo con la sensazione che non ci fosse niente fuori posto. Non so per quanto abbiamo camminato così, forse un’ora, forse anche più. Ci siamo ricongiunte quando la fame ha iniziato a farsi sentire: stavo per vivere in prima persona come si bussa alle porte degli sconosciuti e si chiede da mangiare.

La via Appia Antica si srotola principalmente in mezzo alla vegetazione, le case sono rade e principalmente lontane dalla strada. La prima che abbiamo trovato vicina alla strada aveva il cancello aperto e un uomo che faceva lavori di giardinaggio. Io ho vinto il mio imbarazzo e sono andata con M. ma poi ha parlato solo lei.

Siamo due pellegrine sulla via di Gerusalemme, ha un pezzo di pane da darci? Questa sarebbe stata la frase ripetuta alle persone a cui avremmo chiesto anche in seguito. Davanti alla curiosità dell’interlocutore ovviamente poi specificavamo che la mia presenza era solo temporanea però l’incipit era quello.

Tornando all’Appia Antica, l’uomo non aveva ancora fatto la spesa e non aveva niente da darci però è entrato in casa e ne è uscito con una confezione di wafer alla vaniglia. Abbiamo ringraziato e M. ha detto che avrebbe pregato per lui. La ricerca del cibo continuava.

… siccome sono prolissa, cosa abbiamo effettivamente poi mangiato si scopre nella prossima puntata

*La sera avrei poi scritto io il diario della giornata sul quaderno di M. e lei avrebbe riempito gli spazi bianchi ma quei fogli li ha lei e io li ho fotografati per conservarli prima che lei li leggesse e integrasse.

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