Vite che sono la mia / 12

… prosegue dalla scorsa puntata

Avevo interrotto la vita precedente in mezzo alla ricerca di un pranzo, la riprendo adesso, sempre affamate lungo l’Appia Antica.

Fin dal mattino il cielo era rimasto celato da nuvole che rendevano la temperatura perfetta per camminare ma che tingevano di grigio l’aria dando all’atmosfera una tinta quasi post nucleare. Viste le difficoltà oggettive a trovare porte a cui bussare, ci siamo fermate in una brulla radura per mangiare quel che avevamo: dei pomodorini e delle carote che avevo portato io da Firenze e quel che era rimasto dalla sera prima ossia un pezzetto di baguette, le fette di melanzana non troppo bruciacchiate che avevo dimenticato in forno e che non erano finite nella parmigiana, quel che restava di una busta di parmigiano grattugiato. Dalle sue riserve M. invece ha estratto una provetta contenente dell’olio.

La sosta è stata breve e dopo poco ci siamo trovate in mezzo a periferie tristi con le strade costellate di spazzatura a parlare di omosessualità, maternità, di me, di domande che forse nessuno (se non la psicologa) mi aveva mai fatto. Ma con la psicologa ero spesso reticente. M. invece mi disarmava, mentre camminavamo mi sentivo senza barriere, nella pienezza di me e presente in ogni cosa che stavo facendo, nel bene e nel male. Avevo la sensazione che non mi fosse mai capitato, eppure era venuto tutto estremamente naturale anche quando accadeva di non trovarsi d’accordo su qualcosa. Perché a volte non eravamo d’accordo. Però credo che in entrambe ci fossero proprio una curiosità e una propensione all’ascolto che permetteva di scoprire i famosi punti di vista esclusi dagli angoli di visuale personali il cui incontro M. aveva messo tra gli obiettivi del suo cammino. Quindi poteva incuriosirmi la sua teoria dell’eterosessualità come incontro tra diversi ma potevo anche dirle che per quanto interessante e per quanto avesse toccato uno dei punti su cui mi era capitato spesso di riflettere ultimamente, la trovavo anche incompleta perché non teneva conto dell’attrazione che segue regole istintive e non necessariamente riconducibili a un pensiero filosofico. M. invece poteva ascoltare il mio percorso e rendersi conto che le sfumature dell’amore potevano essere molteplici e non inquadrabili in una teoria. Nel frattempo M. lasciava cadere frammenti di sé e della sua vita su cui mi era parsa piuttosto riservata o su cui io non avevo fatto domande decidendo che ne avremmo parlato solo se fosse capitata l’occasione e io mi trovavo a dover rispondere alla domanda delle domande: quando ti sei sentita amata?

La domanda lì per lì mi ha messo in difficoltà, le ho risposto un po’ per scherzo e un po’ no che da lei mi ero sentita amata ed era vero (all’interno delle varie accezioni che la parola amore può avere) ma nelle settimane successive una lunga serie di gocce ha iniziato a scavare e a trovare risposte, prima fra tutte che non erano gli altri a non amarmi/volermi bene, ero io a non vederlo.

Faccia di una che ha palesemente raggiunto la pace, non solo perché nella mano libera dal telefono teneva un agognato panino

Tra una chiacchiera e un’altra siamo arrivate a Marino Laziale con M. che un po’ si scusava per il percorso paesaggisticamente poco interessante che stavamo facendo e io che le dicevo di non preoccuparsi perché non ero lì per quello. Però mi capitava spesso di ripensare a quel che mi aveva detto nel corso del nostro primo incontro, da quando sono entrata in Toscana ho il cuore talmente pieno di bellezza che non so come fare a contenerla tutta, e un po’ capivo la sua difficoltà a ritrovare quella cascata di emozioni che la Toscana sa suscitare mentre attraversavamo angoli tristi e degradati. Entrate in paese abbiamo chiesto da mangiare a un signore che stava varcando il cancello della sua casa ma ci ha risposto che aveva dato tutto alla Caritas, qualche centinaia di metri più avanti invece abbiamo incrociato una signora che stava spazzando le foglie del suo giardino. La signora è entrata in casa e ne è uscita poco dopo con due fette di pane a testa intervallate da prosciutto crudo e sottiletta. Abbiamo ringraziato e M. ha promesso anche a lei, come al signore dei wafer e della Caritas, una preghiera. Ci siamo fermate pochi metri dopo a mangiare sedute sul marciapiede. Quando chiedo da mangiare voglio che le persone vedano che mangio quello che mi danno e che non pensino che faccia scorte per dopo. La sosta è durata giusto il tempo di mangiare con M. tutta contenta perché in Italia, a differenza che in Francia, era raro che qualcuno mettesse anche il formaggio insieme all’affettato e io che cominciavo a vedere sempre di più quel che M. mi aveva scritto a proposito del piacere reciproco nel chiedere e dare.

Quando siamo ripartite abbiamo avuto poco tempo per parlare, io sono riuscita a dirle che secondo me avrebbe dovuto scrivere un resoconto dettagliato di questo suo cammino perché era un viaggio nell’umanità. Ahimè non ricordo cosa mi ha detto lei, l’unica cosa che so è che in quel momento abbiamo preso accordi perché il diario della giornata lo scrivessi io per entrambe. Poi mi ha detto che era stanca e che se non mi dispiaceva avrebbe detto il suo rosario, la famosa dizaine di cui mi aveva parlato in una sua mail che in quell’occasione aveva recitato per mia nonna e che, ho poi scoperto, trattasi di una serie di dieci Ave Marie, l’anello che portava all’anulare destro serviva a non perdere il conto. Ecco, in quel momento ho provato una grossa invidia nei suoi confronti perché anche a me avrebbe fatto comodo una qualche forma di meditazione che desse sollievo alla fatica sempre più opprimente. Anche perché da cartina, la tappa si sarebbe conclusa a Marino Laziale, eravamo noi che avevamo deciso di andare a oltranza per facilitarmi il rientro a Firenze il giorno dopo.

Così mentre lei pregava qualche metro avanti a me, io iniziavo a pensare alla versione letteraria del diario di giornata che avrei potuto scrivere. Non sono sicura che abbia aiutato la mia stanchezza, so solo che dopo un periodo di tempo che mi è sembrato sufficientemente lungo per permettere a M. di recitare tutto il suo rosario, ho messo da parte il mio orgoglio e l’ho chiamata: ero agli sgoccioli e avevo bisogno di fermarmi. Alla fine della giornata avremmo camminato 30 chilometri, in quel momento non eravamo tanto lontane dalla fine. Vista anche l’ora (era ormai pomeriggio inoltrato) ci siamo date come meta un ristorante in mezzo a un bosco non poco distante e, dopo una brevissima sosta in cui mangiare una barretta energetica, siamo ripartite.

Intanto le avevo recitato l’inizio dello scritto a cui stavo pensando. Ma è una lettera d’amore! mi aveva detto e un po’ forse era vero ma la letteratura imponeva descrizioni nette e a me era venuta fuori così, poteva tenerla come la prima lettera d’amore che aveva ricevuto da una donna le avevo risposto e ne avevamo riso.

Entrate nel bosco abbiamo cominciato a sentire musica anni ’70 in lontananza, abbiamo supposto che venisse dal ristorante che cercavamo e se da un lato temevamo di trovarci in mezzo a una situazione di caos a cui non eravamo pronte vista la stanchezza e il cammino che comunque ci avrebbe aspettato il giorno dopo, dall’altra canticchiare Raffaella Carrà e Renato Zero era un efficace diversivo alla fatica. Prima ancora di arrivare però dovevamo incrociare un vecchio cane pastore bianco (tralascio la mia paura di non saper che fare di fronte a cani sciolti senza padrone) seguito da altri cani e un gregge di pecore che zampettava nella nostra direzione e sul nostro stesso sentiero. Fortunatamente ci hanno colte laddove c’era la possibilità di circumnavigarli.

Più la musica si faceva alta e più aumentava la voglia di ballare, una volta giunte al cancello del ristorante con area esterna, io sono stata assalita dalla impellente voglia di imbucarmi e rimanere alla festa, tanto più che quando abbiamo chiesto ospitalità agli invitati che si sono avvicinati, questi, imparruccati e vestiti a tema anni ’70, ci hanno detto di andare a ballare. Per il dormire avremmo dovuto chiedere al proprietario.

Pranzo/cena all’ora del tè

Il proprietario era un uomo sui 30/40 anni, curiosamente italo-francese. Ci ha detto che letti non ne aveva però il salone interno era vuoto e potevamo stare lì tranquillamente. Poi ci ha invitate a servirci dei bomboloni che stazionavano sul tavolo dei dolci e ci ha fatte sedere a un tavolo dove ci ha fatto portare da bere, cannelloni, abbacchio e patate al forno. Dopo aver mangiato io sono rimasta un po’ al tavolo in uno dei miei rari accessi al cellulare di giornata per comunicare a delle amiche che ero esaltata dalla vita che stavo vivendo. M. invece si era alzata e parlava con N., il proprietario. Lo sentivo ridere fragorosamente e un po’ invidiavo quel modo di M. di entrare in contatto con le persone. N. ci ha portate a vedere anche un altro pezzo di proprietà, ci ha fatto mangiare un po’ di uva fragola colta direttamente dal berceau e iniziato a far stridere le mie sinapsi.

Prima che la festa finisse ho introdotto M. al Gioca jouer. Lei quello lo ha ballato poi si è messa al tavolo col suo quaderno di appunti. Io sono rimasta per qualche altra canzone da sola in mezzo agli sconosciuti partecipanti alla festa, con tutta la voglia di ballare che avevo dovuto soffocare nell’anno e mezzo pandemico, poi mi sono seduta anche io al suo tavolo. Mi sono fatta dare dei fogli del suo quaderno e ho cominciato a scrivere.

Marie-Liesse porta i segni del suo nome sul suo viso. Letizia, gioia. E’ quella che sprigiona ogni volta che i suoi occhi azzurri si posano sull’altro. La sua anima invece ha lo stesso suono del diminutivo con cui si fa chiamare, Malie, cristallino come un mare calmo e libero come un fiore di campo che lì deve rimanere. Malie non si può cogliere e portare via dalla vita che ha scelto, è piuttosto lei che coglie la vita al suo passaggio. A questo pensavo mentre oggi camminavo qualche passo indietro a lei che diceva il suo rosario, o la sua dizaine, o mentre pregava per ogni incontro fatto sul cammino di oggi. Una dichiarazione d’amore non tanto diversa da quella che le ha fatto stamattina Annalisa, un’altra donna che l’ha accolta in questo suo viaggio lucidamente folle. Annalisa l’ha definita un angelo incontrato sulla sua strada. Ma per quanto sicuramente ne apprezzi il gesto, Malie mi ha detto che nella scala gli angeli stanno sotto gli uomini e quindi preferisce essere donna. “Gesù non si è fatto angelo, si è fatto uomo”. Questa è una delle tante frasi che qualche volta cadono dalle sue labbra e mettono ordine nei miei pregiudizi su tutto ciò che riguarda il mondo cattolico e/o cristiano. […] Ora siamo dentro, la festa è finita. Nella grande sala vuota c’è un camino e un tavolo rotondo, io scrivo queste pagine, Malie cerca di ricostruire chi sono i vari incontri che ha fatto in questi mesi in cammino. Ogni tanto parla da sola e a me viene da ridere. In questo momento non vorrei essere da nessuna altra parte.**

M. ha letto il diario con me accanto, un po’ rideva, un po’ integrava i miei spazi bianchi, un po’ precisava che lei non era esattamente così, un po’ che se lo sarebbe riletto quando si fosse sentita giù, un po’ mi diceva che però dal tuo scritto sembra che non faccia altro che pregare!

Particolare dello stanzone in cui abbiamo dormito. Lo so che è abbastanza fastidiosa questa cosa delle foto tagliate.

Quando stavamo entrando nell’ottica di idee di prepararci per andare a letto, si è affacciato N. Il suo appartamento era al piano di sopra ed era sceso a fare due chiacchiere. Siamo rimasti un’oretta a parlare in maniera leggera e divertente, un po’ in italiano e un po’ in francese. N. ci raccontava della sua esperienza di vita e di mondi totalmente diversi dai nostri, io un po’ avvertivo i miei occhi a cuoricino quando con M. ci guardavamo e capivamo senza bisogno di parole ma non me ne facevo un problema. A tratti però mi chiedevo se l’evidente sintonia (per quanto di natura assolutamente non carnale) che c’era fra noi due donne non interrogasse invece N.

La domanda in qualche modo simile ce la saremmo posta M. ed io in piena notte quando ho avuto l’impressione che la sensazione strisciante che mi aveva portata ad andare a letto col cellulare collegato al mondo, io che quando dormo metto la modalità aerea, non fosse stata del tutto mal interpretata. Ma di questo parlerò nella prossima puntata.

** Avrei potuto usare il diario immediato della giornata che ho scritto la sera stessa per raccontare di questa vita che è stata la mia, ma mi sembra già così impegnativo trascriverne solo questo quarto che se ci penso dell’altro lo levo. Mi è piaciuto tenerlo tra le foto del mio cellulare per più di due mesi prima che qualcuno di diverso da M. lo leggesse.

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