Vite che sono la mia / 13

Quando N. è tornato nel suo appartamento, M. ed io ci siamo preparate per dormire. Abbiamo scelto un angolo vicino alle prese di corrente e abbiamo spostato un divano in pelle su cui avrei dormito io che stazionava nella sala adiacente a quella in cui ci eravamo sistemate. M. invece ha srotolato il suo sacco a pelo sul materasso che aveva portato giù dal piano di sopra insieme a N.

Piedi e caviglie che avevano chiaramente bisogno do essere lavati. Per non urtare i fobici dei piedi ho tagliato le dita ma erano sporche pure quelle, Dio solo sa come visto che avevo calzini e scarpe

I locali erano quelli di un ristorante e, come tali, sprovvisti di doccia. A differenza del bagno di Quota, questo era stato anche utilizzato (e chiaramente non pulito) dai partecipanti alla festa in cui ci eravamo imbucate. La situazione igienica non era tragica ma ero partita senza ciabatte e stavo ormai circolando scalza. Se già avevo abbandonato ogni scelta sul da farsi in cammino a M., in quel momento ho deciso di affidarmi alla divina provvidenza/fortuna anche sulla pulizia e ho varcato la soglia del bagno scalza. Poi mi sono lavata, a pezzi, e confermo che lavare qualunque cosa si trovi dalla cintola in giù in un lavandino, per di più alto, non è impossibile ma neanche comodo.

La chiacchierata con N. mi aveva fatto passare il momento del sonno, mi sentivo quindi pimpante e con nessuna voglia di dormire. Allora ho chiesto a M. se anche per quella notte avrei potuto approfittare di una pasticca (di cui ignoro nome e composizione) che mi aveva offerto a Roma quando le avevo detto che non avevo affatto sonno. Lei ha acconsentito ma con riserva, temeva che mi creassero dipendenza. Io l’ho rassicurata che una volta a Firenze mi sarei disinteressata della miracolosa medicina e ho inghiottito le mie preziose ore di sonno future. Considerando l’evoluzione della notte, bene feci a garantirmi almeno quelle 4/5 ore di sonno profondo.

Mi sono svegliata di colpo alle 4 di notte sentendo un rumore inaspettato nella sala. Ho guardato l’ora sul cellulare e ho realizzato che anche M. era sveglia e col telefono in mano. Ho deciso di fare finta di niente e di riprovare a dormire se non che dopo una decina di minuti ho sentito N. tossire da una distanza che nel silenzio della notte non riuscivo a capire se fosse effettivamente quella del piano di sopra (la sera prima avevamo pur sentito la tv accesa) o se si trovava vicino per qualche motivo. Mi sono rigirata verso M. e l’ho trovata ancora col telefono in mano. A quel punto ho parlato. Tu dors pas? Lei si è alzata e, ho capito più tardi, ha cercato vie d’uscita alternative a quella che ci aveva indicato N. la sera prima, poi mi ha fatto una proposta: andarcene subito. Credo che nessuna volesse alimentare le paure dell’altra ma nessuna ha avuto un dubbio sull’azione da compiere. Abbiamo quindi impacchettato le nostre cose rapidamente e un po’ alla rinfusa e, senza neanche passare dal bagno se non perché mi ero ricordata che M. aveva lasciato alcune delle sue cose lì (la mania del controllo comunque non sparisce del tutto con un paio di giorni di cammino in uno stato di totale abbandono), alle 4.45 siamo partite.

Camminare alla luce della torcia frontale

Quindi ci siamo trovate sotto un limpido cielo stellato, nascosto a tratti dalle fronde degli alberi del bosco, con le nostre lampade frontali in testa e ora parliamo e battiamo i bastoni in terra così gli animali sanno che ci siamo. La sensazione che più ricordo è la tranquillità e la pienezza del momento ma più di tutto l’assenza di paura mentre camminavamo prima per una decina di minuti nel bosco e poi lungo una strada provinciale sulla quale si affacciavano case addormentate e negozi di periferia chiusi percorsa ogni tanto da auto che viaggiavano ben oltre i limiti di velocità. Il resto era silenzio del mondo e noi che all’inizio parlavamo (io so essere molto pimpante quando mi sveglio di colpo e dopo aver dormito poco) ma poi M. era stanca e abbiamo rallentato le parole. L’unico accordo che abbiamo preso è stato di non parlare di quel che era successo finché non si fosse fatto giorno perché il buio avrebbe ingrandito fatti di cui non eravamo neanche poi così certe. In ogni caso io mi sentivo serena, non mi ero realmente sentita in pericolo, forse ero ormai in un tale stato di abbandono e fiducia totale in M. che ho vissuto l’episodio come una piccola avventura, una vita che davvero non era la mia ma che al tempo stesso era di una vitalità quasi dopante. Inoltre dava un senso all’essermi portata la luce frontale e una giacca un po’ pesante. Mi rendo conto che sono sciocchezze ma chi non ha mai fatto uno bagaglio ristretto non può capire la gioia che ti dà tornare a casa e aver utilizzato ogni singolo capo o oggetto faticosamente scelti tra gli assolutamente necessari.

Verso le 6 abbiamo trovato un bar aperto in cui attendere la luce del giorno. Mentre ci avvicinavamo ho chiesto a M. se potevo sostituirmi alla divina provvidenza e pagare la colazione di entrambe. Il suo consenso è stato pieno di gratitudine. Cosi abbiamo passato quasi un’ora e mezzo sedute al tavolino tra un cappuccino e una brioche di nuovo parlando senza imbarazzi come due amiche. Ci siamo scambiate le nostre impressioni sugli eventi che ci avevano portate ad andarcene in mezzo alla notte e abbiamo realizzato che collimavano perfettamente. N. era stato veramente gentile e piacevole, non era stato viscido, niente di quel che ci aveva detto ci aveva turbato lì per lì perché nel contesto era perfettamente adeguato. Però nel momento in cui avevamo sentito i rumori avevamo iniziato a ripensare a tutta una serie di cose: diluite in un’ora di amabile conversazione si erano disperse, ripetute una dietro l’altra le avevamo trovate invero un po’ ambigue o incongruenti. M. si scusava perché non ci saremmo dovute fermare, la sua regola era che se bussava a una porta in cui viveva un uomo solo andava oltre, per di più aveva perso anche il suo spray al peperoncino e dei bastoni che bloccavano la porta dall’interno, non si spiegava proprio perché avesse deciso di rimanere. Al di là di tutto però consideravamo anche l’ipotesi che si fosse trattato di una nostra montatura dovuta al buio e al non conoscere le abitudini notturne di N. o la propagazione dei rumori all’interno di quella casa. Una volta esaurito l’argomento siamo passate oltre e abbiamo continuato la nostra attesa della luce. La situazione era talmente rilassante e gradevole che mi ero dimenticata cosa ci facessimo in un bar alle 6 del mattino nella zona dei Castelli Romani e quando M. ha deciso che fosse l’ora di ripartire ho accolto la notizia con un po’ di dispiacere.

Il sole era ormai pienamente uscito e potevamo allontanarci dalla deviazione su strada asfaltata che avevamo percorso fino al bar per riprendere il cammino tra i boschi. Approfittando dell’assenza di auto ho proposto a M. di fare l’ora di silenzio e così ci siamo allontanate. Rispetto al giorno prima il silenzio è stato più rumoroso per me, pieno di dialoghi immaginari in francese su cose che dovevo ricordarmi di chiedere dopo a M. e che poi ho fatto solo in parte. Ad esempio non ho avuto modo di chiederle cosa non le piacesse della chiesa, qualcosa c’era, me lo aveva detto il giorno prima quando le avevo fatto i miei appunti sulla liturgia ma poi non avevamo approfondito. Quando è finito il silenzio però non ho avuto voglia di tornare sull’argomento e quando ne ho avuto voglia più tardi mi è sembrata talmente stanca che abbiamo fatto un altro semi silenzio. Certe domande hanno bisogno di momenti giusti per avere risposte adeguate.

Uno degli aspetti che più mi aveva fatto sorridere di entrambe era che quando ci eravamo conosciute parlavamo in maniera molto pulita ed educata, ringraziavamo per qualunque cosa (a volte forse M. eccedeva pure nell’inframezzare le frasi di merci e c’est très gentil) e nessuna delle due usava parolacce. Mi ero chiesta più volte se fosse educazione o pudore ma non osavo chiedere. Col passare del tempo trascorso insieme invece, benché parlando il nostro eloquio rimanesse generalmente pulito, talvolta il mio italiano si faceva meno impostato e a tratti sbracava un po’, M. si lasciava sfuggire qualche putain e anche qualche coniugazione di faire chier, soprattutto quando parlava fra sé e sé. Quando però mi è scappata di mano una frasca che stavo tenendo ferma e che è andata ad abbattersi su M. il merde! mi è uscito sentito e senza controllo. La sorpresa di M. comunque non toccava l’essersi trovata la frasca addosso o la volgarità dell’interiezione quanto il fatto che mi fosse sfuggita in francese ma, dopotutto, in quella lingua stavamo comunicando al momento ed era venuto solo naturale anche se, se fossi stata veramente francese, credo mi sarebbe sfuggito un putain. Detto questo, poter conversare principalmente senza turpiloquio è stato piacevolmente rilassante e soprattutto una dimostrazione di come si possa parlare in maniera vivace e densa di significati anche senza ricorrere a parolacce.

Al di là delle considerazioni linguistiche, il primo pezzo di cammino è stato piacevole poi però, nonostante fossimo in un parco nazionale, la spazzatura è tornata a fiancheggiare il cammino. Nuovamente M. ha sentito il bisogno di scusarsi per lo scarso valore paesaggistico del percorso e altrettanto nuovamente le ho dovuto dire di non preoccuparsi, stavo bene dov’ero e non mi mancava niente.

Siccome sono torrenziale anche questa giornata è divisa in due e continua nella prossima puntata

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