Una volta liberati grazie al nostro tampone negativo bisognava approfittare al massimo del tempo a disposizione nel caso in cui il sistema di tracciamento ci notificasse la presenza di un positivo a bordo del nostro volo costringendoci a dieci giorni di isolamento, quindi non restava che buttarsi in città. Nei tre giorni totalmente liberi da restrizioni covid che sono seguiti ho camminato chilometri perché, come ho già detto, Londra è enorme, non si può misurare coi parametri di Firenze. I primi due giorni con i miei genitori, il terzo da sola.

Lunedì abbiamo camminato da London Bridge alla Tate Modern, abbiamo fatto un salto al museo in attesa che la sottile pioggerellino londinese scemasse e poi raggiunto mia sorella a Covent Garden per un pranzo messicano. Abbiamo passeggiato per Carnaby Street, siamo entrati nel costoso grande magazzino Liberty e abbiamo cercato le luci di natale di Oxford Street. Poi, poiché i chilometri non ci erano bastati, abbiamo pensato di proseguire per Westminster (chiusa, gli orari inglesi sono decisamente ridotti) e una passeggiata fino a Buckingham Palace, infine abbiamo raggiunto Charing Cross e il treno per tornare a casa dove con enorme gioia di mia sorella, con ancora i burrito sullo stomaco, abbiamo optato per una cena a base di tisana e biscotti anche perché lei era preda della disorganizzazione del sistema sanitario inglese e benché avesse regolarmente prenotato il suo vaccino, aveva fatto circa tre ore (se non di più) di fila e ancora non era a casa. Chilometri segnati sul mio telefono: venti.

Caratteristica delle giornate londinesi è stata la lentezza con cui sono partite. Sveglia con calma, colazione con l’Earl Grey più buono che mi sia mai capitato, yogurt genuino, cereali gustosi, quasi un peccato rincorrere le giornate. Il meteo si presentava tipicamente autoctono: o parzialmente nuvoloso la mattina per poi rannuvolarsi definitivamente nel corso della giornata, che dava alla città una tintura grigia persistente e a tratti un po’ spettrale, oppure direttamente grigio. Pioggia poca, giusto il fine settimana o appena appena il lunedì mattina.

Anche il martedì mi sono aggregata ai genitori, fondamentalmente non sapevo bene cosa volessi fare a Londra, non ero in modalità “voglio assolutamente vedere quel museo”, non avevo persone da incontrare, non avevo grandi idee. Quindi ci siamo fatti una prima passeggiata verso il vicino Forster Memorial Park, giusto per dare un’occhiata alla zona per poi, vista la fame, dirigerci verso la stazione di Hither Green nei cui pressi si trovava un pub consigliato da mia sorella. Il The Station pub era elegante e deserto ma per noi non era un problema, anzi. La cameriera italiana ci ha detto che il martedì a pranzo era sempre così, che il giorno prima era pieno, ma non si spiegava perché la moria inglese al martedì. Il menù non era esageratamente ampio ma lo stesso le scelte da fare erano troppe e, come ho scoperto, tutte ugualmente appetitose. Come pratica ho che quando sono in un posto, cerco di mangiare tipico (sì, lo so, il messicano non lo è ma era rapido e poco costoso), ho quindi optato per una classica Shepherd’s Pie servita con patate fritte e un sugo estasiante; mio padre ha preso l’altro piatto che mi aveva tentato ossia merluzzo fritto (il migliore della zona a quanto pare, titolo meritato dopo aver assaggiato la sua pastella leggera e croccante) con patate e purè di piselli; mia mamma si era mantenuta leggera con un antipasto a base di salmone, anch’esso eccezionale. Per non murare a secco ho scelto una birra di cui non so dire niente se non che fosse ottima e che venisse dal birrificio Meantime. Non so se è la fame dell’ora a cui scrivo ma questo saporito ricordo mi ha fatto venire voglia di affondare i denti nuovamente in quel pranzo. Il tutto a prezzi contenuti per la qualità e la quantità delle porzioni.

Dopo pranzo siamo saliti sul treno e ci siamo ritrovati in centro per un salto alla National Gallery dall’ingresso gratuito e senza fila a causa del Covid. In realtà, mi dicono, le strade del centro erano sì affollate ma niente in confronto a un periodo pre pandemico. Le mascherine talvolta c’erano, talvolta no. I locali però stavano iniziando a svuotarsi. Chilometri percorsi a piedi secondo il mio telefono: dodici.

Il motivo del nostro viaggio a Londra era in realtà la partecipazione, il mercoledì, alla cerimonia di dottorato di mia sorella, cerimonia che si sarebbe dovuta tenere a luglio 2020 ma che per evidenti ragioni era stata posticipata. C’era stata a lungo incertezza sullo svolgimento o meno della stessa e in realtà non era obbligatorio partecipare, molti studenti ormai non abitavano più a Londra e non sarebbero stati in grado di presentarsi. Mia sorella, un po’ anche per dare ai genitori il piacere di partecipare, aveva tenuto fino all’ultimo il suo posto di dottorata senonché il martedì una notifica del NHS (National Health Service) l’aveva fatta desistere: era suonato il beep del close contact e fino a nuova comunicazione (la normativa stava cambiando) doveva isolarsi e pertanto cancellare il parrucchiere, la cerimonia, la cena da Ottolenghi prenotata per il post cerimonia, cercare di capire se sarebbe riuscita a ripartire con noi alla volta dell’Italia due giorni dopo. Il tutto con il sistema che scoppiava, i tamponi per la nostra partenza che era fortunatamente riuscita a recuperare prima della notifica, un molecolare da andare a fare appena possibile a un centro vicino segnalato dal NHS e fortunatamente una telefonata col servizio preposto all’emergenza che le comunicava che la nuova normativa prevedeva che si dovesse fare i tamponi che il servizio sanitario avrebbe provveduto a inviarle per un tot di giorni ma che non era tenuta all’isolamento. Quindi il martedì lo aveva trascorso sonnacchioso post vaccino ma per il mercoledì aveva approfittato delle varie defezioni per riprenotare la cena da Ottolenghi.

Per ora, cerimonia saltata a parte, pareva che tutte le pedine stessero tornando al loro posto. Noi ne eravamo abbastanza convinti, del resto il panettone non era arrivato a Natale.

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