Il mercoledì, con la cerimonia di mia sorella ormai annullata, è partito ancora più lentamente degli altri giorni. Poi, quasi da un momento all’altro sono uscita, da sola. Quando viaggio mi piace sentirmi parte della città, come se la vivessi, mi piace camminare per strada con sicurezza. Ed è con questa sicurezza che mi sono incamminata verso la stazione e che, una volta sul treno, ho tirato fuori un libro e ho iniziato a leggere, come se ormai il percorso lo conoscessi talmente bene da non aver bisogno di guardare fuori. Per la mia mezza giornata in solitaria il programma ha previsto l’ennesimo passaggio da Soho, la visita alla Photographer’s Gallery, un pranzo cheap a base di Hot Cross Buns comprati in un supermercato (altra madeleine insomma) e poi una passeggiata verso l’aristocratico quartiere di Bloomsbury. Quando mi sono seduta su una panchina di Gordon Square, con le spalle alla casa in cui ha vissuto Virgina Woolf, ho provato una sorta di riempimento di senso, mi piaceva l’idea di aver calcato gli stessi passi (pietre non son sicura, i bombardamenti tedeschi nella zona furono tragici) di un’artista per cui ho molta ammirazione. Avrei voluto passare molto più tempo lì col mio libro o il mio taccuino ma il tempo lottava contro di me e se volevo approfittare del British Museum (ma soprattutto dei suoi bagni) a poche centinaia di metri dovevo muovermi, i miei tempi latini contrastavano con un museo che chiudeva alle 17. Onestamente non avevo alcuna voglia di vedere un museo, di concentrarmi sulle didascalie, sui pannelli informativi, di incamerare nozioni, mi sentivo più contemplativa e, soprattutto, mi faceva uno strano effetto trovarmi di fronte a pezzi del Partenone di Atene dopo essere stata ad Atene stessa pochi mesi prima. Alla chiusura sono quindi uscita e sono tornata verso Tavistock Square (piazza in cui si erano trasferiti Leonard e Virginia Woolf una volta lasciata la casa di Gordon Square) e lentamente ho iniziato a dirigermi verso Islington per incontrare mia sorella e il compagno e attendere le 19 (quasi dei veri inglesi!) per la cena. Chilometri segnati a fine giornata dal mio telefono: diciassette e mezzo.

Islington è un quartiere della zona nord di Londra, laddove Catford è a sud. Ancora una volta, dopo aver attraversato zone residenziali silenziose, arrivare nei pressi della fermata della metro di Angel è stato come cambiare nuovamente città. Brulicante di persone, di rumori, di vita. La cena di Ottolenghi era stata prenotata essenzialmente per me perché ero rimasta l’unica della famiglia a non averlo ancora mai provato. Entrare in un ristorante in piena pandemia e sapere che non c’è alcun tipo di controllo sullo stato Covid di chi entra è un po’ come stare in balia di una corrente leggera, non ti trascina lontana ma non puoi farci molto, solo ringraziare di essere nella parte più aperta del ristorante e con solo altre due persone sedute vicine. Il riflesso incondizionato con cui ci siamo tutti girati verso la nostra vicina (che sorseggiava cappuccino mentre la sua amica ordinava un secondo cocktail) allorché ha starnutito è stato però un segnale dei nervi tesi del periodo, salvo stemperare il tutto con una risata. In barba al Covid abbiamo ordinato una porzione di tutto ciò che c’era sul menù e lo abbiamo diviso. Ovviamente dopo un mese non sono in grado di dire cosa abbiamo ordinato, a dire il vero non lo avevo del tutto chiaro nemmeno al momento della cena con quelle pietanze dai vari e strani ingredienti. Tutto molto buono ma decisamente lontano da un semplice piatto da pub o da trattoria semplice da descrivere. Dopo cena ci siamo incamminati verso la metro per il nostro lungo viaggio di rientro a casa. Avevamo scelto il ristorante Ottolenghi di Islington perché era quello che mia sorella conosceva poiché fino ad agosto abitava in quella zona di Londra, dovevamo recarci dalla parte pressoché opposta della città ma a Londra è accettabile che ci voglia un’ora di tempo tra mezzi e piedi per tornare a casa dopo cena. E’ un genere di città che ridisegna proprio il concetto di lontananza. E’ però anche una città in continuo movimento, uguale a se stessa e in evoluzione costante, vicina e distante, una mescolanza di sensazioni diverse e contrastanti ma che a Londra coesistono. Mi ha fatto un po’ impressione questo fascino che mi ha lasciato la città dopo che l’ultimo grande fascino subito scorreva a piedi in mezzo a campi, boschi e sporadici centri abitati. Mi sono chiesta come potesse coesistere in me sia la voglia di una grande città, sia quella delle dimensioni e dei ritmi umani. Non ho trovato una risposta.

Londra appartiene talmente tanto all’immaginario occidentale che è come se ci si fosse già stati. Film, libri, serie tv, videoclip, spezzoni di video sui social, l’abbiamo già incontrata in qualche modo, e attraversarla è sempre un po’ immergersi in un qualcosa che è al contempo nuovo e conosciuto. Anche se l’hai visitata più volte, quando riparti ti lascia sempre con l’impressione che ti sei persa qualcosa, tanto è grande e tante le proposte. Io non saprei mai che scegliere, vorrei fare tutto ma poi mi fa fatica fare tutto. E’ piena di stimoli ma soprattutto per portafogli pieni. Va veloce, anche le biciclette, i ciclisti sfrecciano per le numerose piste ciclabili tutti con le mute da bicicletta che sostituiranno con abiti civili una volta entrati in ufficio e se mantieni un’andatura contemplativa ti invitano a farti da parte. I londinesi hanno sempre fretta. Londra rimane uguale e si rinnova costantemente. Da un lato mi attrae enormemente la sua vitalità, la sensazione di essere in uno dei centri del mondo, di poter essere qualunque cosa. Dall’altro il suo gigantismo commerciale mi infastidisce, come se avesse perso di vista le cose davvero importanti. Londra è un mélange. Ogni volta mi rendo conto di quanto sia impossibile da guardare con occhi italiani. Cose che a noi sembrano strane, qui non lo sono, ormai sono abituati.

Giovedì, al momento di partire, l’aeroporto di Gatwick era semi deserto. In fila al check-in i passeggeri davanti a noi parlavano al telefono con l’Italia, sarebbero dovuti partire qualche giorno dopo ma vista l’incertezza avevano anticipato il viaggio. Le mascherine le portavano sotto il naso. In tutto questo il fidanzato di mia sorella il giorno prima si era recato a una farmacia vicino casa e in 15 minuti era riuscito a farsi la sua terza dose di vaccino anche senza prenotazione, ora aveva una settimana di tempo per capire se sarebbe riuscito a venire in Italia anche lui per Natale. La sera prima di partire noi ci eravamo fatti tutti i test rapidi casalinghi ma forniti di QR-code per poter inviare il risultato del test via applicazione a un centro apposito che avrebbe certificato i nostri test permettendoci di viaggiare. Una volta atterrati a Firenze dopo un viaggio di una tranquillità disarmante siamo rimasti un’ora in fila al controllo passaporti, Green pass, tamponi e, per i britannici post Brexit, immigrazione. Sarà stato lo sciopero generale che comunque aveva risparmiato il nostro volo, saranno state le regole che cambiano di continuo e ogni controllo diventa sempre più lungo, ma dopo aver dovuto presentare certificati di ogni genere contro il covid, trovarsi ammassati e assembrati in una fila in cui il distanziamento era impossibile per questioni di spazio è sembrato ridicolo. In tempi in cui viaggia quasi solo chi proprio non può farne a meno, non c’era neanche la scusa dei tanti voli in arrivo in contemporanea.

In definitiva, viaggiare ai tempi del Covid non è impossibile, può essere piacevole, gratificante, un po’ surreale ma soprattutto va affrontato lasciando andare, prendendo quel che viene, essendo disponibili a cambiare programmi in corso d’opera e sperando anche in un po’ di fortuna (o divina provvidenza per chi ci crede). Appunti utili per il viaggio ma forse anche per altre circostanze.

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