Quando ho terminato la serie delle Vite che sono la mia ho fatto riferimento al termine della mia vita lavorativa durata 12 anni come assistente di Sergio Staino e al non sapere cosa sarebbe venuto dopo. Sempre nella ormai mitologica serie delle Vite che sono la mia ho fatto riferimento a delle idee che talvolta mi attraversavano la testa. Ebbene, nei mesi che sono seguiti ho lavorato su quelle idee. Ora che inizio a scrivere per esempio sono in Francia, su un treno che da Lione mi porterà a Moulins Sur Allier e sto scrivendo di getto e senza controllare troppo. Ma comincio un po’ più indietro nel tempo, nelle settimane intercorse fra le tappe del cammino toscano e quelle in uscita da Roma, da quella sensazione di noia e voglia di un cambiamento forte, di uscita dalla mia comfort zone accogliente ma con sempre meno angoli da esplorare. Un piovoso fine settimana di fine settembre decisi che il mio futuro sarebbe stato in Francia. Ho da sempre una fascinazione per la Francia ma, se ci penso, l’ho visitata pochissimo. Parigi più volte, la Provenza e la Camargue in gita scolastica, Dijon per qualche giorno, Nizza e Antibes per poche ore ma niente di più. Una volta appurato che ero in grado di farmi capire dai francesi ho pensato che potesse essere un buon momento per misurarmi col paese. Ma come? Inizialmente ho pensato a quello che chiamavo un tour dei divani, ossia approfittare delle varie persone che negli anni mi hanno detto di andarli a trovare senza che io cogliessi mai l’invito. Dopo lo scoppio della variante Omicron ho pensato di ridimensionare il progetto e buttarmi nel sistema dei Workaway per girare un po’ la Francia. In sintesi nel Workaway si va generalmente in una famiglia e si lavora per 4/5 ore al giorno in cambio di vitto e alloggio. La durata della permanenza viene poi concordata ma si può andare dalla settimana ai mesi. Ora che sono sul treno sto andando verso la mia prima esperienza quindi non so nella concretezza che tipo di esperienza sia ma sulla carta mi dà l’idea di essere un metodo molto migliore per conoscere la cultura di un paese. Come turista si tende a conoscere un paese, così mi piace pensare che si conoscano le persone che il paese lo vivono. Ma avrò tempo per rispondermi. Per ora so che ho spezzato il viaggio da Firenze in due tappe approfittando comunque di sistemazioni familiari o amicali.

Tappa 1: Torino

Torino è la città della mia nonna materna. O meglio, è la città della sua famiglia perché lei, figlia di diplomatico, a Torino ci ha passato ben poco tempo. Però è lì che è sepolta ed è lì che vive una buona parte di cugini di mio padre, una delle quali mi ha accolta in casa sua per una notte. Mentre dalla stazione ci spostavamo verso la scuola della figlia ho notato un  manifesto che pubblicizzava una grande mostra di Vivien Maier, fotografa di cui avevo amato la storia e l’opera dopo aver visto il documentario sulla sua assurda vita uscito qualche anno fa. Era stata inaugurata da poco, la cugina di mio padre aveva una riunione nel pomeriggio, ci siamo fermate a prendere un caffè lei e un bicerin io in attesa della figlia ma poi ho lasciato a lei il mio bagaglio e mi sono diretta al palazzo Reale di Torino, non potevo perdermela. La mostra è ampia ma, come per molto di ciò che riguarda la vita di Vivien Maier, le informazioni sono scarne. Che frustrazione per me non poter sapere quasi nulla delle splendide foto in mostra, delle storie delle persone fotografate per la strada. 

Quando sono uscita il tardo pomeriggio tingeva la città di sfumature dorate, l’aria primaverile e tersa invitava a tenere in tasca il biglietto dell’autobus e muovermi a piedi. Ho così raggiunto il Po e mi sono concessa una passeggiata lungo il fiume al crepuscolo.
La serata è poi trascorsa tra chiacchiere e una cena piemontese (su ordine della figlia undicenne) bagnata da Barbera e un buon vermouth come aperitivo. 

Tappa 2: Lione

La mia conoscenza della Francia è stata cannibalizzata da Parigi ma forse un po’ tutta la Francia tende ad essere messa in ombra dalla capitale. Di Lione infatti non ho mai saputo pressoché nulla se non che era la città di origine di una mia professoressa al liceo, sede di una delle squadre di calcio femminile più forti d’Europa e infine città da cui Malie era partita per il suo pellegrinaggio poiché è lì che vive e lavora. Per quanto possa sembrare strano visto come ne ho scritto nella solita serie delle Vite che sono la mia, il fatto che abbia scelto come primo Workaway un luogo che prevedeva un comodo passaggio per Lione non ha niente a che fare con la presenza in città di Malie che peraltro non c’era nei miei giorni di permanenza poiché fuori città per le vacanze scolastiche che in Francia funzionano in tutt’altro modo rispetto all’Italia essendocene varie scaglionate nel corso dell’anno. Ma per chi fosse interessato: nell’ordine è rientrata in Francia, ha preso il Covid, ha ripreso l’insegnamento, non ha ancora trovato un appartamento e infatti, benché mi avesse trovato la stanza di un’amica con altre sei coinquiline, per questioni essenzialmente di sicurezza ho optato per l’appartamento vuoto di una coppia di amici di mia sorella.

Il viaggio da Torino a Lione è stato già di per sé un’esperienza culturale. A parità di tempo di percorrenza ma con un prezzo infinitamente minore, ho preso un Flixbus. I passeggeri erano per la maggior parte di origine araba, molti ragazzini (che però si definivano italiani) con le madri. Molte poche mascherine e molti pochi controlli benché, a dire il vero, tutti quelli che ho visto salire prima di me avevano i loro Green Pass in mano da mostrare. I due ragazzi seduti dietro di me avevano 11 e 13 anni, fino alla sosta hanno parlato a voce abbastanza bassa ma costante, dopo hanno aumentato un po’ il volume ma soprattutto era un parlare ininterrotto e dai contenuti a tratti desolanti. Era un misto di spacconaggine di periferia, di offese che variavano tra il “down” e il “gay”, di fierezza per le botte date e le risse da organizzare. A parte questo continuo chiacchiericcio però il viaggio è stato tranquillo e sonnacchioso ma lo stato d’animo da eccitato si era fatto un po’ preoccupato. Torino dopotutto era ancora comfort zone, vuoi per la famiglia in città, vuoi per la lingua e la cultura che conosco bene, a Lione invece ero sola in una città grande e sconosciuta ma soprattutto stavo dando concretezza a parole che avevo ripetuto più e più volte nel corso degli ultimi mesi e un conto è parlare dei propri progetti, un altro è agire con tutte le conseguenze del caso. 

Mi sono quindi diretta verso l’appartamento degli amici di mia sorella facendo una pausa a recuperarne le chiavi da un altro amico, Val, di cui avevo più volte sentito parlare ai tempi dell’università ma che poi non avevo mai conosciuto. Val mi ha accompagnata all’appartamento, abbiamo chiacchierato un po’ e infine mi ha proposto una bevuta per la sera dopo, venerdì. Con questa prospettiva di almeno un minimo di compagnia ho posato le mie cose e mi sono diretta verso il centro. Non prima di aver verificato quanto fosse bizzarra l’abitudine tutta francese di avere il gabinetto separato da tutto il resto del bagno. Sapevo che funzionava così ma pensavo che almeno un piccolo lavandino ci sarebbe stato e invece no: gabinetto, carta igienica e poco più.

L’appartamento in cui sono alloggiata è in una zona residenziale di Lione non troppo lontana dal centro raggiungibile in una mezz’ora a piedi di buona lena. Mi dice Val che è un quartiere popolare, una sorta di enclave circondata da zone invece fortemente gentrificate. Questo me lo dice la sera dopo quando gli racconto del momento bizzarro in cui appena prima del Pont de la Guillottière ho iniziato a vedere molti uomini di origine nordafricana dalle facce che come donna sola ti poni il problema di incontrare la notte e che vendevano pacchetti di sigarette ai semafori. Mentre lo pensavo mi chiedevo anche se fosse un problema di chi come me non è abituato a confrontarsi con questo genere di situazioni e quindi il mio era un atteggiamento pregiudiziale o se, in effetti, era bene prestare attenzione. 

Lione è bagnata da due fiumi e questo depone a suo favore, le città col fiume hanno per me evidentemente qualcosa di familiare. La città si è sviluppata in epoca romana sulla collina della Fourvière per poi spostarsi in basso: Vieux-Lyon tra la collina di Fourvière e la Saona, la Presqu’ile che è un’isola tra i due fiumi, e poi il resto della città al di là del Rodano. In questo sviluppo si legge poi anche la storia della città: i romani, il Rinascimento, il post Rinascimento, l’età moderna. Lione è grande e, mi renderò conto, si visita straordinariamente bene in bicicletta. Stalli del bike sharing sono dislocati per tutta la città (le bici si possono lasciare esclusivamente sugli stalli) e le piste ciclabili sono dappertutto, ben segnate e rispettate. Addirittura ho assistito a poliziotti che fermavano (non so se poi hanno fatto anche le multe) una ragazza che aveva le cuffie mentre conduceva la bici, un uomo in bici sul marciapiede laddove c’era la pista accanto, due ragazzi in due sul monopattino, altro elemento iper presente in città.

Per cominciare ho fatto tutta la scarpinata (anziché prendere la funicolare) verso la collina della Fourvière sulla quale si trovano rovine romane che non sono andata a vedere perché il museo stava chiudendo e una basilica simbolo della città nella quale sono entrata praticamente proprio mentre stava cominciando la messa che però, devo dire, ho trovato un po’ noiosa, il prete aveva molto poco brio e io forse ne capivo la metà. Ma sono restata perché lo scambio di un segno di pace finale credo sia uno dei momenti che più mi piace della messa e, poiché ero sola, ne avevo bisogno. Mi è capitato spesso di viaggiare da sola ma devo dire che visitare le grandi città così non mi piace particolarmente, lo trovo a tratti alienante, bisognerebbe sempre avere l’occasione di scambiare qualche parola. Quando sono scesa verso il quartiere di Vieux-Lyon ho passeggiato per strade strette e lastricate, invero anche abbastanza silenziose. Mi sono resa conto dopo che la vita è piuttosto nella Presqu’Ile dalle strade più larghe e forse più simile a Parigi nei colori e nell’architettura. Detto ciò però, non sapendo molto della sicurezza notturna del mio quartiere né delle modalità di bike sharing, ho optato per cenare vicino a casa e, con calma, ho cercato un ristorante in zona. Un po’ mi vergogno ma nella capitale della cucina francese ho cenato in una creperia bretone e, lo anticipo, anche il giorno dopo tra una cosa e l’altra ho saltato il cibo locale.

Il giorno dopo è partito con calma, la prospettiva di restare in giro per ore mi ha fatto desistere da sveglie all’alba e uscite frettolose. Ho quindi preso una bicicletta che erano quasi le undici e, da maniaca del controllo, sono andata alla ricerca della stazione da cui avrei preso il treno stamattina. Una volta appurato quello ho preso un’altra bici e mi sono diretta in esplorazione di una Lione soleggiata ma decisamente rinfrescata dal vento. Non starò a fare una descrizione minuziosa della città, per quello esistono le guide turistiche ma ho trovato la città molto vivace, vivibile, con poche macchine e piena di biciclette e persone che fanno jogging lungo i quais del Rodano o su per le salite verso i quartieri collinari. Il quartiere della Croix-Rousse, il vecchio quartiere dei Canuts (i setaioli) ha un’atmosfera quasi portuale. E’ il quartiere anarchico di Lione e, un po’ come le altre zone della città che ho visitato, dà l’idea di essere una città a sé. Il parco della Tete d’or invece è come avere un po’ di Londra a Lione, un ampio e frequentato parco con un laghetto, un giardino botanico e un piccolo zoo (piuttosto surreale vedere delle giraffe mentre soffia un vento artico). Nei quartieri residenziali si trovano dei piccoli bar come quello in cui sono andata a cena con Val che non hanno niente da invidiare dai locali del centro. Raccolti, vivaci e con un tagliere di formaggi da impazzire bagnato da vino locale e ottima birra poi per la sete. Così ho passato il mio venerdì sera, a chiacchierare con un semi-sconosciuto per ore, in un’atmosfera che se non fosse stato per la mascherina dei baristi e il controllo del pass vaccinale all’interno aveva tutta l’aria di essere una tranquilla serata senza preoccupazioni.

Chiudo qui perché tra una decina di minuti arriverò in stazione, come dice il titolo di questa serie, con un po’ di normale paura ma le coeur ouvert à l’inconnu, il cuore aperto all’ignoto.

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