Da quando sono arrivata a destinazione sabato mattina mi sono presa il mio tempo prima di scrivere qualcosa. Le ragioni sono molteplici, ad esempio ho perso un sacco di tempo dietro al template del blog poiché l’ultimo aveva smesso di funzionare e ne ho dovuto cercare un altro che fosse accettabile ma non ho avuto voglia di mettere le mani su quel poco di codice html che sono in grado di recepire per renderlo veramente gradevole (almeno ai miei occhi). Ho passato una quantità di tempo ridicola anche dietro a capire come raggiungere la mia prossima meta a prezzi più accettabili ed esistenti. Per dire, una volta che sono a fare cose fuori dalla mia comfort zone ho preso seriamente in considerazione Blablacar salvo non trovare niente che facesse al caso mio o che semplificasse effettivamente il mio viaggio e lo rendesse meno caro. A dirla tutta ora che scrivo non ho ancora un biglietto ma forse ho trovato una soluzione, sempre che il fatto che mi presenti alle 20 non sia visto in maniera troppo sconveniente. Ho anche riletto il primo post della serie realizzando quanto avessi scritto frettolosamente e decisamente sotto lo standard che mi aspetto da me stessa, pubblicando foto senza contesto (ad esempio la versione autografa de La luna e i falò di Cesare Pavese, forse nella mia top 3 dei miei libri preferiti, appartenuta allo zio del marito della cugina di mio padre che mi ha ospitata e sì, per me il grado di parentela è perfettamente chiaro). Ho sicuramente tirato via sull’eccitazione e la sensazione di buoni auspici che mi ha dato Torino e invece l’alienazione e un po’ di paura di Lione da sola. Non ho messo didascalie alle foto ma quando ho riposto il computer nello zaino il treno stava entrando in stazione e davvero non avevo più tempo. Quindi, non ho scritto tanto bene, magari in futuro cercherò di dare una forma accettabile al tutto, per ora lascio il primo post così, figlio dell’urgenza e del sonno di una che aveva dormito poco la sera prima.

Per venire alle cose interessanti invece, fuori dalle mie aspettative, qualche informazione su dove mi trovi attualmente. Sono a Noyant d’Allier, piccolo paese più o meno nel centro esatto della Francia, circondata da verde, dolcissimi pendii, mucche e pecore. Un tempo paese di minatori di carbone, durante la Seconda Guerra Mondiale le macchine furono portate altrove per essere impiegate nella fabbricazione di armi portando alla chiusura della miniera (così mi ha detto il mio host, Wikipedia invece sostiene che la chiusura fu causata da un incendio, sempre durante la guerra). Circa dieci anni dopo il paese è risorto a nuova vita quando le vecchie case dei minatori furono date ai francesi d’Indocina rimpatriati dal governo a seguito della fine della guerra di Indocina. La comunità vietnamita o di origine vietnamita è qui molto forte al punto che sono presenti una pagoda, un ristorante vietnamita e un negozio con prodotti provenienti dal sud-est asiatico. Se non ricordo male, tra le note di colore del paese, il sindaco appartiene al partito comunista francese.

Vengo ora alla famiglia che mi ospita. Jonathan, Tanya, il loro figlio tredicenne Hugo e il padre di Tanya Malcolm, come i nomi possono suggerire non autoctoni. Alla stazione di Moulins c’era solo Jonathan che aveva appena riaccompagnato gli studenti che per la settimana precedente al mio arrivo erano stati ospiti per un corso intensivo di inglese. La prima cosa che mi è saltata all’occhio di Jonathan è che non fosse un tipo silenzioso, la seconda che avesse un’attrazione fatale nei confronti delle offerte speciali. Qualcosa con cui peraltro sono molto familiare avendo sentito la frase “l’ho preso perché era in offerta” pronunciata sempre dalla stessa persona (mia madre) più e più volte nel corso della mia vita. Quindi mi ha presa alla stazione e ha iniziato a parlare degli studenti, della spesa che aveva appena fatto, del fatto che si fosse dimenticato di prendere il bacon (o la poitrine come ha scoperto dopo anni di ricerche infruttuose), che avrei sentito suonare l’allarme dei suoi promemoria più volte durante il giorno, che era diabetico, che a circa dieci anni di distanza avevamo vissuto in due quartieri molto vicini a Johannesburg e intanto si interrompeva per indicarmi i luoghi degni di nota di Moulins, di questo paese che è un po’ come uno si immaginerebbe un paese francese, con le pietre dai colori chiari e i tetti a punta. Dopo un paio di soste benzina e supermercato (entrambi seguendo il leitmotiv del risparmio) ci siamo diretti verso il ridente paesino di Noyant-d’Allier: una strada, poche case, una scuola, una pagoda, una chiesa, un piccolo castello, una farmacia, un bar ristorante, un ristorante vietnamita, una boutique vietnamita, una boulangerie, molto verde, varie fattorie, una fabbrica di packaging di spezie fuori dal minuscolo agglomerato urbano. Durante il tragitto in macchina che ho fatto con Jonathan ieri ne ho visti tanti di altri piccoli paesi così, alcuni delle stesse dimensioni, altri magari un po’ più grandi, decisamente non quel che uno definirebbe paesi vibranti e vivaci ma, mi par di capire, fieri.

Sto procedendo anche qui un po’ frettolosamente e in ordine sparso, cerco di rimettere ordine. La famiglia che mi ospita non è autoctona, sono inglesi, scozzesi e mezzo thailandesi. Sono ex attori che occasionalmente fanno ancora piccole cose legate al loro lavoro ma soprattutto insegnano inglese e tengono dei corsi estivi di teatro sempre in inglese. Malcolm invece è un regista di documentari, inizialmente per la BBC e poi indipendente. Nonostante gli 86 anni continua a lavorare e a viaggiare indefesso in macchina in lungo e in largo per l’Europa e non solo per fare ricerche e riprese per i suoi documentari. Qualche volta viaggia da solo, qualche volta accompagnato dalla figlia Tanya. Passa la maggior parte del tempo rintanato nel suo studio, lo si vede attraversare il salotto per andare in cucina a prendere qualcosa da mangiare o il caffè delle 10 o il tè delle 17. Ho avuto modo di parlarci per la prima volta la mattina dopo il mio arrivo, io mi stavo preparando la colazione e lui era già al caffè e spuntino di metà mattina. Commentava l’abitudine della famiglia di tirare tardi durante il fine settimana mentre lui non vede il senso di non alzarsi alle 7 tutti i giorni. Da lì, mentre il mio tè e toast si raffreddavano perché mi pareva inelegante mangiare mentre parlavamo, ci siamo addentrati in Firenze, Dante, Manzoni, Botticelli, Shakespeare e la sua influenza sulla lingua inglese. Colto, appassionato, dalla ironia sottile, Malcolm mi pare l’emblema dell’inglesità come me la sono sempre immaginata.

Tanya è la figlia di Malcolm. E’ thailandese da parte di madre (che non è con noi poiché morta) e una grande appassionata di cucina. Cosa che fa anche piuttosto bene, giusto per abbattere un piccolo pregiudizio nei confronti del rapporto degli inglesi con la cucina. Probabilmente la sua carbonara non avrebbe superato il test dei puristi del genere ma la pasta era cotta al punto giusto e la sua carbonara rivisitata era gustosa.

Hugo invece è il figlio tredicenne, un’anima delicata iscritta a una scuola steineriana. Appassionato di cucina, è piuttosto atletico non solo perché gioca a pallacanestro ma anche perché il padre lo chiama più volte nel corso della giornata chiedendogli di passargli cose da dentro a fuori e costringendolo a fare le scale che portano alla sua stanza al primo piano più volte nel corso della giornata.

Vivevano nelle Highlands scozzesi ma dieci anni fa si sono trasferiti in Francia per stare col padre di Tanya e per cominciare a sistemare una delle due case che Malcolm aveva comprato dopo aver dovuto rinunciare al suo château a causa di un crack economico a inizio anni ’90. Come ogni casa, in particolare quelle di una certa età, c’è sempre qualche lavoro da fare, quando i soldi sono pochi poi diventa ancora più difficile e il fai-da-te diventa indispensabile. Per questo avere delle mani in più in casa è utile. I lavori sono davvero variegati, mentre domenica mattina Jonathan mi portava in giro per il giardino mostrandomi i luoghi ha elencato una quantità infinita di piccoli lavori che avremmo potuto fare, dal tagliare rami fastidiosi per chi ci passa sotto allo scavare per livellare un pezzo di terreno, dal mettere un telone sopra quello che è palco del corso di teatro estivo / deposito temporaneo / futura stanza dei giochi all’applicare del mastice sul retro di una costruzione in legno, fino al sistemare uno scalino molto pesante dove prima o poi verrà messo un cancello. E’ ovvio che la mia è bassa manovalanza e neanche particolarmente abile non avendo mai fatto praticamente niente di tutto ciò però cerco di impegnarmi. Domani potrei pulire le finestre del piano terra (la casa si sviluppa su due piani e una mansarda con due stanzette e un bagno) e poi chissà, qualunque cosa venga in mente a Jonathan. Per cena preparerò una parmigiana, prima di andare via ho promesso una schiacciata alla fiorentina con crema. Devo dire che non sto vedendo un granché di quel che c’è nei dintorni, tra una cosa e l’altra il mio tempo è sempre iniziato intorno alle 16/16.30. E’ vero che non c’è così tanto da vedere ma una passeggiata non è mai sprecata. Giusto domenica che abbiamo lavorato solo un paio d’ore approfittando del bel tempo sono poi andata a farmi una passeggiata di qualche chilometro, un pezzettino in mezzo ai campi dietro la casa e poi in paese, fino alla pagoda (che ho trovato chiusa) e ritorno.

Quando non sto lavorando con Jonathan un po’ mi faccio gli affari miei ma un po’ cerco di togliere i compartimenti stagni e fare parte della famiglia. Quindi sono andata da Malcolm a vedere l’inizio (solo l’introduzione e il primo canto, l’intera lettura dura diciotto ore) del documentario in cui declama la Divina Commedia in una traduzione inglese rimanendo poi a parlare per almeno un’ora con lui spaziando da Virginia Woolf ad Aristotele passando per l’importanza di non sentirsi mai migliori di nessuno (cosa che ho imparato con una certa lentezza grazie al bistrattato calcio peraltro) e l’importanza del giardino botanico di Padova creato a metà del Cinquecento. Per Natale Tanya ha ricevuto in regalo un libro con una poesia al giorno e un breve cenno biografico dell’autore/autrice per ciascuna poesia. Le opere sono tutte in inglese ma alcune sono traduzioni. In una sorta di preghiera laica prima di cena ne viene letta una. Poiché erano rimasti indietro con le letture delle ultime settimane, per due cene di seguito ne abbiamo letta una ciascuno e io non mi sono tirata indietro. Alcune poesie ascoltate sono difficili da capire soprattutto perché mi manca un po’ di vocabolario ma loro ridono e io un po’ realizzo i miei limiti di conoscenza. Di certo non ridono durante le poesie che toccano a me: non ricordo la seconda ma la prima di certo era di Sylvia Plath*.

Penso sia superfluo dire che l’ambiente mi è in qualche modo familiare benché con culture di provenienza diverse (anche se aver vissuto in Sudafrica mi dà un certo vantaggio nel comprendere lo humor inglese).

In testa ho un gran mescolone di lingue: un’italiana in Francia in una famiglia di inglesi. Dopo poco più di 24 ore di inglese a tempo pieno ho parlato al telefono con i miei genitori e le parole mi venivano in inglese, poiché di tanto in tanto si fanno riferimenti alla lingua autoctona mi si sono riaccese le risposte automatiche in francese se mi si parla in francese, quando ho iniziato a scrivere questo post inizialmente è stato strano ritornare alla mia lingua madre in maniera così articolata. Ma in fondo il mélange linguistico mi ha sempre affascinato e penso con gratitudine alla possibilità (e capacità anche, mentre l’inglese mi è un po’ piombato addosso, il francese l’ho imparato da zero in un liceo fiorentino) che ho di comunicare fluentemente in tre lingue.

Vista l’ora interrompo qui, anche questa volta senza rileggere, e mi tengo i prossimi giorni per eventuali altre considerazioni. Quello che ho notato è che sto vivendo qua, non in Italia e che tutto ciò che non riguarda strettamente quel che sto facendo mi sembra molto distante.

* Sylvia Plath – Mad Girl’s Love Song

I shut my eyes and all the world drops dead;
I lift my lids and all is born again.
(I think I made you up inside my head.)

The stars go waltzing out in blue and red,
And arbitrary blackness gallops in:
I shut my eyes and all the world drops dead.

I dreamed that you bewitched me into bed
And sung me moon-struck, kissed me quite insane.
(I think I made you up inside my head.)

God topples from the sky, hell’s fires fade:
Exit seraphim and Satan’s men:
I shut my eyes and all the world drops dead.

I fancied you’d return the way you said,
But I grow old and I forget your name.
(I think I made you up inside my head.)

I should have loved a thunderbird instead;
At least when spring comes they roar back again.
I shut my eyes and all the world drops dead.
(I think I made you up inside my head.)

2 pensieri riguardo “Le coeur ouvert à l’inconnu / 2

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