Ora che inizio a scrivere è venerdì tardo pomeriggio o forse inizio sera, in Svizzera molto probabilmente hanno già cenato. Probabilmente a breve interromperò per scendere dalla mia mansarda e vedere se c’è bisogno di dare una mano ad apparecchiare, intanto però approfitto per iniziare a buttare giù le impressioni finali di questa prima esperienza, sicura che continuerò domani in treno perché alla fine ho trovato una soluzione, probabilmente la più lunga. Dopo i primi tentativi andati a vuoto ho un po’ desistito da BlaBlaCar anche se sarebbe stata probabilmente l’ipotesi più economica e veloce ma quando ho parlato delle mie opzioni di viaggio con Tanya mi è parso più pratico per loro accompagnarmi a Moulins a prendere il treno che a Montmarault a prendere un passaggio. Secondo Google Maps (che ho controllato ora per curiosità) in realtà paiono abbastanza equidistanti, fatto sta che ho deciso di optare per il viaggio lungo anche per prendermi una giornata in solitaria per leggere e scrivere. Tra una cosa e l’altra il tempo solo mio è stato un po’ risicato in questa settimana e, poiché sto per raggiungere un nuovo luogo di Workaway, sento il bisogno di mettermi un po’ in pari con il lato contemplativo e silenzioso di me stessa.  

Di questa settimana mi porto dietro la capacità di socializzare con quelli che di fatto erano perfetti sconosciuti fino a una settimana fa. E’ evidente che quando apri le porte della tua casa e della tua famiglia sei predisposto verso l’altro ma le persone sono talmente tante e talmente diverse che non c’è mai la sicurezza al 100 percento che si incastreranno bene. Per me ovviamente c’è stata anche una latente componente di ansia da prestazione ma spero che la mia parmigiana e la mia schiacciata alla fiorentina con crema siano state sufficienti a non far pentire i miei host di avermi accettata in casa loro. L’ansia da prestazione è da un lato atavica per me, dall’altra legata al mio essere sempre stata una persona più di concetto che di manualità. Inoltre, ognuno ha i suoi livelli di precisione, di pulizia e i suoi modi per raggiungerli, riuscire a capire quali sono quelli degli altri (e quanto sono lontani dai propri) può essere difficile. Buona parte di ieri e l’altro ieri sono stati dedicati alla pulizia delle finestre del piano terra e, benché le abbia pulite una sola volta in vita mia, nel momento in cui mi son trovata a fare quelle della casa in cui mi venivano dati vitto e alloggio, ho sviluppato una sorta di ossessione da perfezione per cui ho iniziato a sognare un pulitore a vapore e quando qualche ora fa sono passata davanti a una finestra e ho notato qualche macchia che mi ero persa ieri (probabilmente angolazioni e luci diverse davano altra sensazione) ho iniziato a pensare a come entrare nello studio di Malcolm per finire il lavoro. Il tempo che ho passato stamattina a togliere il calcare dal box doccia di uno dei bagni mi è parso quasi sprecato perché è stato lungo e per me non del tutto efficiente perché non sono riuscita ad eliminare tutto il calcare (ma secondo Jonathan ce n’era talmente tanto che sarebbe stato impossibile). Insomma, trovare il limite delle cose non è facile quando non si fanno per sé ma per altri e ho sempre paura di non fare abbastanza e quel non abbastanza di farlo anche lentamente e goffamente. Tendo all’autocritica ma è anche vero che sul mondo manuale ho solo da imparare. Vedo Jonathan passare da un lavandino da sistemare a uno scalino in pietra da mettere in posa, da un recinto in legno da terminare a un muro in legno da proteggere dall’acqua con uso di mastice e in futuro vernice idrorepellente. Nel frattempo sta pensando a come togliere le tegole dal granaio di un’altra proprietà, rifare il tetto spendendo meno possibile e intanto trasformare il piccolo edificio contenente il forno a legna in un mini appartamento da mettere su Airbnb quando sarà pronto. A volte le sue sembrano delle fatiche di Sisifo perché mancando i soldi per fare tutto in breve tempo, si ritrova a smontare capannoni gratuitamente per prendere qualche pezzo di ferro che gli servirà, forse, chissà, in futuro, oppure inizia un lavoro ma poi non riesce mai a finirlo. Ma lui non sembra angosciato, anzi, non sta mai fermo, solo dopo cena, si prende del tempo per mettere almeno un pezzo del puzzle di un dipinto di Bruegel che staziona su un tavolino nella sala da pranzo. Dopo si occupa di riempire la lavastoviglie perché ha una sua logica che nessun altro è in grado di replicare e, anziché ripassare a sistemare in maniera consona il lavoro fatto da altri, preferisce farlo direttamente lui. Il peso deve essere bilanciato evitando di mettere cose troppo pesanti a destra perché il carrello è un po’ rotto, i piatti vanno disposti ordinatamente per dimensione, le posate di Malcolm devono essere messe tutte insieme così quando si svuoterà la lavastoviglie sarà più facile trovarle e metterle nel cesto con le sue stoviglie d’argento (che sono le uniche che usa, ognuno ha le sue abitudini e fissazioni). Ecco, entrare in una famiglia è anche entrare nelle sue piccole abitudini e manie, nelle posate d’argento, nelle ciotole che non si possono usare, nel muesli che è solo di qualcuno, e non giudicarle.

Cosa ho fatto in questa settimana: ho messo del mastice per evitare che la pioggia si infiltrasse nelle giunture di un pannello in legno, ho cercato sassi per riempire un buco su cui disporre uno scalino, ho abbassato il livello della colata di cemento e delle pietre con un martello per permettere allo scalino di essere in pari con quello accanto, ho pulito le finestre del piano terra, ho levato il calcare da un box doccia, ho grattato via l’intonaco dall’arco di una finestra e ci ho passato del prodotto antimuffa prima di imbiancare (cosa che non ho fatto), mi sono occupata della cena mercoledì e ho preparato una schiacciata alla fiorentina (non cotta abbastanza, ma a loro andava benissimo così, anzi, proprio mi dà l’idea che ne apprezzassero la morbidezza) con la crema pasticciera. A dire il vero la schiacciata l’ha preparata Tanya sotto la mia supervisione mentre io facevo la crema perché eravamo un po’ in ritardo sui tempi.

Ovviamente non ho solo fatto cose, ho visto un po’ dei dintorni con Jonathan mentre scarrozzava il figlio nelle sue varie attività extra scolastiche e ho avuto modo di fare una passeggiata per Moulins Sur Allier, città di riferimento della zona con i suoi circa 20 000 abitanti, costruita su una delle due rive del fiume Allier, definito fleuve sauvage, forse addirittura l’unico rimasto in Europa, così detto perché è il fiume il cui corso ha subito meno deviazioni. La città è piccola ma storicamente molto importante: il suo fiume delimitava la Francia occupata dalla Francia libera durante la Seconda Guerra Mondiale. Noyant d’Allier si trova sulla riva della Francia libera e infatti nelle campagne la Resistenza francese fu molto attiva, molte delle fattorie della zona hanno ospitato partigiani e/o hanno subito rappresaglie per averlo fatto. Cercando qualche breve notizia sulla città scopro che Coco Chanel, che a Moulins ha studiato, invece era una collaborazionista. Le tracce dell’occupazione tedesca si possono ritrovare nel pannello all’esterno della vecchia prigione della città che riporta brevi informazioni sulla triste storia dell’occupazione tedesca. Quando poi la sera ho raccontato a Tanya della mia breve passeggiata cittadina mi racconta che a Vichy (che è poco lontana) le torture ai danni degli oppositori avvenivano nei sotterranei del teatro dell’opera cittadino e mi chiedo quanto possa essere crudelmente decadente associare una pratica così macabra con un luogo che dovrebbe essere la celebrazione dell’ingegno e dell’umanità. Ma a parte la vecchia prigione la città presenta anche una cattedrale ingrandita in stile neogotico a fine Ottocento; un’altra chiesa dedicata ai battellieri nel loro quartiere adiacente il fiume; un’abitazione privata (che non ho visitato) rimasta identica a come l’ha lasciata il suo proprietario prima di morire con la consegna che rimanesse identica e intonsa per cent’anni dopo la sua morte prima di farla diventare museo; un museo di storia locale, credo, perché non sono stata, una placca attestante la permanenza di Giovanna d’Arco in città (ma secondo Jonathan più o meno ogni città in Francia ha la sua); il Centro Nazionale dei Costumi di Scena e della Scenografia ed è proprio questo il museo che ho visitato mentre aspettavo che Hugo finisse il suo corso teatrale. Moulins è il luogo in cui vengono conservati costumi teatrali e di opera in un grosso capannone accanto a quello che anticamente era un palazzo adibito ad uso militare (credo, internet va molto lentamente nella campagna attraversata dal treno) e che adesso è stato trasformato in museo. Le sale sono organizzate con una collezione permanente al piano terra dedicata al ballerino Rudolf Nureyev e contenente costumi di scena, la ricostruzione di una parte del salotto della sua casa parigina, memorabilia varie, un documentario sulla sua vita. Al piano superiore invece vengono organizzate esposizioni temporanee, vista la stagione quella che ho trovato io era dedicata al carnevale di Rio. Purtroppo, visti i tempi ristretti, non ho potuto leggere tutti i pannelli informativi (o partecipare alla visita guidata) o guardarmi tutti i numerosi video che accompagnavano l’esposizione di costumi sgargianti, esagerati, colorati e assolutamente degni della mia voglia di indossarli. A causa del ritardo del mio passaggio verso casa ho però potuto iniziare a vedere il documentario su una delle scuole di samba di Rio che veniva proiettato a ripetizione nell’auditorium del museo.

Come ho già scritto nel post precedente la zona è molto verde, costellata di minuscoli paesini e tante fattorie. Durante un altro pomeriggio dedicato alle attività extra scolastiche di Hugo sono salita in macchina per un altro giro nelle campagne di quelli che anticamente erano i feudi dei Bourbonnais, i Borboni, proprio quelli che a un certo punto arriveranno anche nel sud Italia (ma non mi sono informata per quali matrimoni, rami cadetti o che). Il territorio del comune di Agonges è quello che ha il maggior numero di chateau (non intesi come castelli fortificati ma come ville in stile francese, direi) pro capite della Francia dopo la zona dei castelli della Loira. Mentre Hugo è alla sua lezione di pianoforte Jonathan mi accompagna anche alla cosiddetta chapière, l’altra proprietà che possiedono in Francia: un enorme fienile in cui sono contenuti i mobili portati via dallo chateau di Malcolm quando dovette venderlo, un fienile più piccolo col tetto che sta venendo giù e a cui Jonathan ha tolto le tegole prima che cadessero rompendosi e diventando inutilizzabili, la vecchia casetta che conteneva il forno a legna che ogni fattoria aveva (ma questo è particolarmente grande e si pensa che servisse più fattorie), un’altro edificio che per metà è stato totalmente ristrutturato in un mini appartamento su due piani e per metà deve essere ancora svuotato e in buona parte ricostruito. Io mi sento oberata dalla quantità di lavoro che devono fare.

Quando a settembre del 2021 è scoppiato lo scandalo pedofilia all’interno della chiesa francese mi pareva di aver letto che in Francia la chiesa cattolica non fosse particolarmente diffusa, mi ero fatta tutta la mia idea sull’influenza della rivoluzione francese e mi aspettavo quindi un paese piuttosto ateo. Invece a Lione, ad esempio, mi ero trovata a visitare la collina della Fourvière e relativa basilica casualmente all’ora della messa pomeridiana e avevo quindi deciso di rimanere per curiosità (prete non particolarmente avvincente, un po’ difficile seguire per una non francese che ha bisogno che le parole vengano scandite bene e chiaramente per esser comprese, lo scambio del segno di pace però rimane un momento che mi piace) sorprendendomi per la partecipazione ad una messa di giovedì pomeriggio. Ogni paesino che ho visitato in questi giorni ha la sua chiesa, croci appaiono abbastanza spesso lungo la strada e all’interno di ogni chiesa ho trovato banchetti pieni di depliant che mi hanno dato la sensazione di una comunità religiosa invece molto coesa e attiva. I miei host ne fanno una questione di luogo di incontro ma non sono sicura che siano informatissimi: sia Jonathan che Malcolm hanno ricevuto un’educazione profondamente cattolica ma entrambi l’hanno rigettata del tutto, addirittura cercano di non usare terminologie direttamente legate alla religione come Bless you (“salute” quando si starnutisce) oppure la generica esclamazione Oh God.

Quando parlo di ampia scelta di depliant nelle chiese parlo di questo

Sto scrivendo dal treno da quando ho iniziato a raccontare di Moulins, dopo qualche giorno grigio oggi, ora che la nebbia si è sollevata, splende di nuovo il sole. Nei prossimi giorni a Noyant d’Allier le temperature minime dovrebbero scendere intorno ai -5 e -6, a quanto pare, benché le colline siano dolci, l’altitudine è comunque piuttosto elevata e le nevicate non sono rarissime. Io sono partita pensando di andare verso la primavera, spero che la mia prossima destinazione sia clemente con il tempo. In effetti sto viaggiando proprio in quella direzione, prima fermata Lione, poi un bus fino a Narbona, in Occitania, dove Sylvie mi preleverà in macchina e mi porterà da lei a Lézignan-Corbières.

Di Sylvie non so molto, mi ha contattata lei e benché avessi visto che la sua città non fosse così ben collegata con Noyant ho deciso di andare lo stesso perché era comodo avere già un posto in cui andare dopo. Dal suo profilo sul sito di Workaway leggo che ha sessant’anni, è una fotografa rientrata in Francia dopo tanti anni negli Stati Uniti, ha un piccolo cane che credo costituirà la mia prossima uscita dalla comfort zone. Ci siamo sentite qualche giorno fa per telefono per i dettagli di viaggio e mi è sembrata molto gentile e accomodante e, dopo una settimana in cui mi è parso di essere più in Inghilterra che in Francia, mi preparo a vivere una situazione forse più autoctona.

Ieri sera, come cena finale, Tanya (o meglio Hugo sotto supervisione di Tanya) ha preparato una cena thailandese: come antipasto degli involtini ripieni di maiale e verdure (un po’ tipo gli involtini cinesi) che però aveva comprato dal ristorante vietnamita da avvolgere in foglie di lattuga e menta e bagnate di una salsa salata di pesce; in seguito un riso con curry (e tanto bambù) e dei noodles con verdure e un po’ di pollo da servire con germogli di soia freschi, arachidi pestate col mortaio e succo di limone; come contorno del cavolo nero con zenzero. Inutile dire che avrei mangiato molto di più di quel che ho mangiato, non sapevo come fare a smettere. Dopo cena, mentre tutti si sono messi a fare le loro cose, io mi sono intrattenuta in una impegnativa conversazione con Malcolm che ha iniziato rispondendo alle mie domande sulla sua vita in Thailandia (compresa una tirata sullo spreco di tempo di imparare l’alfabeto thailandese visto che servono tre anni per farlo, si può usare quello latino tranquillamente e si usa solo in Thailandia, ma aveva opinioni molto forti sulle lingue in generale, ad esempio vorrebbe che i francesi capissero l’inutilità degli accenti) e ha poi continuato illustrandomi quello che secondo lui sarebbe il miglior e realmente democratico sistema politico: nessun partito, membri del parlamento di alta moralità valutata da una commissione super partes, parlamento diviso in commissioni tematiche, candidati che devono essere esperti nella materia della commissione di cui fanno parte, votazioni segrete, sistema di voto in cui l’eletto finale è scelto a sorte tra i tre col maggior numero di voti. Ho semplificato molto ma il succo era questo. Io l’ho trovato un po’ utopistico in comunità numerose come quelle che di fatto costituiscono il mondo attuale, lui però era convinto della sua idea.

Contravvenendo alle regole della buona scrittura credo che neanche questa volta rileggerò quel che ho appena scritto. Avrei il tempo, l’arrivo a Lione è previsto fra un’ora ma sono un po’ stanca e vorrei chiudere. Non prima di un commento sul bagno del treno regionale in cui mi trovo: spazioso, pulito (ma forse dovrei fare un passaggio a fine corsa del treno), dotato di carta igienica in abbondanza e di un piano per cambiare i pannolini, un altro universo proprio. Ma, devo dire, non entro in un bagno di un treno regionale da vent’anni credo e potrebbero essere migliorati anche quelli italiani. 

Chiudo qui, col solito misto di tensione ed eccitazione, e con la consapevolezza che nei prossimi giorni dovrò iniziare a pensare alla mia prossima meta. 

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