Cesare Pavese – La luna e i falò

La luna e i falò appartiene a quel ristretto gruppo di libri che ho letto più di una volta. Lo iniziai al liceo, spinta anche da un’amica che lo incensava con insistenza, ma lo mollai dopo pochi capitoli. Quando lo ripresi in mano anni dopo c’era ancora il segnalibro e decisi di ripartire da lì. Mi piacque talmente tanto che quando lo rilessi per la seconda volta avevo paura di rimanerne delusa, temevo che quella prima lettura fosse stata un fuoco fatuo.

La trama è semplice: il protagonista, Anguilla, emigrato in America torna al suo paese in Piemonte dove ritrova soltanto il suo mentore di un tempo, Nuto. Con l’occasione ripercorre la sua vita, mescolando passato e presente, tra gli odori e le radici del suo passato e la sorte che la vita ha destinato ai suoi compagni di allora e a chi è venuto dopo di lui.

La trama non è certamente quella di un romanzo avvincente tutto azione ma La luna e i falò è il libro con cui mi sono innamorata definitivamente dell’italiano e grazie al quale ho iniziato a capire l’importanza della forma quando si scrive. Lo stile di Pavese è essenziale, non c’è una parola di troppo, ma con le poche che usa è in grado di connettere il lettore a quello di cui sta scrivendo. Le colline scorticate dal vento rimangono una delle immagini della letteratura che più mi è rimasta impressa per la sua essenzialità e capacità di creare perfettamente una sensazione.

Durante la seconda lettura invece, concentrata anche sulla sostanza oltre che sulla forma, sono rimasta colpita dalla miseria dei luoghi raccontati da Pavese. Questo avveniva qualche anno fa ma ricordo come fosse oggi che pensai che La luna e i falò, insieme ai film neorealisti, fosse una lettura fondamentale per capire chi siamo noi italiani, qual è il nostro recente passato e da dove veniamo, perché presi come siamo da questo mondo sempre più evanescente, ci siamo dimenticati che neanche cento anni fa anche noi eravamo brutti, sporchi e poveri. Però avevamo sempre un posto fisico, con un suo tessuto sociale, in cui tornare per non sentirci soli.

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