Quando ero in Africa… – 27 – Miscellanea viaggi coi genitori

Quando in prima liceo ci venne chiesto di raccontare quali viaggi avessimo fatto, io mi sentii molto sfortunata rispetto ad alcuni compagni di classe che avevano visitato le più svariate località, in particolare capitali europee. Dopotutto all’epoca io avevo passato qualche giorno a Roma, mezza giornata a Vienna in attesa dell’aereo per Johannesburg e avevo fatto scalo a Paris Charles De Gaulle senza lasciare l’aeroporto. Solo col tempo ho imparato ad immaginare la frustrazione dei miei genitori che mi avevano fatto visitare il più possibile il Sudafrica, un’esperienza talmente particolare, approfondita e lontana che nessuna capitale europea vista coi genitori entro i 14 anni avrebbe potuto superare.

Ho già scritto dei viaggi verso Città del Capo ma non furono gli unici che ci concedemmo. Se ho capito bene, prima di lasciare l’Italia nel 1993 i miei genitori comprarono una guida e una cartina del Sudafrica e si promisero di visitare più luoghi possibili perché chissà quando mai ci sarebbe capitato di viaggiare così lontano.

Facemmo varie uscite fuori porta, lo zoo di Pretoria ad esempio ci piaceva molto di più di quello di Johannesburg, era più grande e c’erano più animali, in particolare una tigre albina e il ghepardo. Oltretutto fu in quello zoo che imparai empiricamente che il nero assorbe calore mentre il bianco lo respinge: in uno dei sentieri che collegava le varie zone dell’ampio zoo c’erano due piccoli pannelli, uno bianco e uno nero, e una scritta che invitava a poggiarvi sopra le mani per verificare.

Skyline di Pretoria dallo zoo

Ma non ci perdemmo neanche il Lion Park che però sapeva un po’ di finto perché erano dei ranger a dare da mangiare grossi pezzi di carne già tagliata ai leoni. Una delle prime uscite di cui ho ricordo è quella a Magaliesberg, in un paesaggio un po’ arido e desolato che oggi avrei amato moltissimo ma che allora insomma.

Andammo sicuramente nel Drakensberg (Monti dei Draghi, “berg” è la desinenza afrikaans per “montagna”) ma di quel viaggio più che il verde della catena montuosa più alta dell’Africa meridionale mi ricordo il cioccolatino alla menta sul cuscino dell’albergo, un’esperienza emozionante per me che non ero praticamente mai stata in un albergo prima di allora. E dopo consultazione con i miei genitori, dei vaghissimi ricordi di una grotta con delle pitture rupestri.

Posto dove secondo me ci siamo persi, sempre secondo me dalle parti del Lesotho. Della correttezza della mia supposizione non v’è certezza

Ma insieme ai viaggi verso il Capo, la vacanza più vacanza di quei tre anni sudafricani avvenne nel 1995 in occasione della visita della mia nonna paterna. Il viaggio fu talmente elaborato ed esotico che prima della partenza previde la profilassi anti-malarica e il mio primo terribile approccio con le pastiglie di ogni genere: che fatica inghiottire quei pasticconi amari!

Durante le vacanze di Pasqua del 1995 quindi andammo nella più vasta riserva naturale del paese, il Kruger National Park, talmente grande che ricordo che cercavo di confrontarlo con l’Italia per capire quale dei due fosse più esteso. Ovviamente ai tempi non ero avvezza alle scale delle legende delle cartine e mi sembrava molto più grande di quanto non sia però per percorrerlo da sud a nord con tutta calma ci prendemmo quattro giorni e tre notti, cambiando ogni notte campo in cui dormire. La parola “campo” non faccia immaginare situazioni ruspanti in mezzo alla natura, c’erano possibilità per varie tasche ma i bungalow che scegliemmo noi erano ampi e quasi lussuosi. Solo la terza notte la passammo in un campo un po’ più spartano, Shingwedzi, e ricordo con orrore le scimmiette che infestavano il ristorante e il bungalow più contenuto.

Con mia nonna e mia sorella fuori del bungalow di Satara o Letaba nel Kruger Park

Come funzionava una giornata in una riserva? Ci si svegliava presto, si faceva colazione, si prendeva la macchina e si percorrevano le strade della riserva alla ricerca di animali. Gli animali erano abituati alla presenza degli umani ma ciononostante l’invito era di non provocarli, dopotutto cosa avrebbe potuto fare un’auto davanti alla furia di un elefante? Entro il tramonto bisognava poi essere di nuovo al campo. Il parco organizzava ovviamente dei safari con guida e 4×4 in aree chiuse al traffico privato o di notte ma avevano comunque un costo e noi scegliemmo l’autarchia. Un episodio che ci fece ridere per anni al solo ricordo fu quello che coinvolse mia nonna e un elefante. La nonna Giulia era venuta munita di videocamera e osservava la natura spesso attraverso quella lente, quando ci trovammo praticamente faccia a faccia con un elefante che mangiava le foglie di un albero quasi sul ciglio della strada lei lo vide all’improvviso e direttamente in camera. In quel momento iniziò ad agitarsi chiamando mio padre con i nomi di praticamente tutti i numerosi figli tranne il suo.

Gli animali più facili da incontrare (in generale, non solo al Kruger) erano i facoceri, le zebre, le giraffe, alcune specie di antilopi (impala e kudu, in particolare), anche gli elefanti si trovavano con una certa frequenza. Più rari ma non impossibili rinoceronti bianchi e leoni. Addirittura al Kruger beccammo anche un cucciolo di leone albino. Di leopardo ne ho visto uno solo e di ghepardo manco quello. L’unica iena mai vista è quella solitaria e con la faccia anche un po’ ebete nelle foto qui sotto.

Una volta usciti dal Kruger Park ci dirigemmo ulteriormente a nord sconfinando nello Zimbabwe. Il confine coincideva col fiume Limpopo e non avevamo idea delle procedure doganali, gli impiegati che ci controllarono i documenti addirittura parevano quasi due che passavano di lì.

La meta finale però era il confine nord-ovest del paese con lo Zambia, laddove ci attendevano le maestose, rumorose e bagnate Victoria Falls dove una potenza di acqua mai vista spandeva nell’aria pulviscolo d’acqua che ci lasciò felicemente infradiciati. Oltre alle cascate la zona era popolata da numerosi babbuini che si mescolavano ad umani che non erano poi tanto diversi. Trascorremmo due giorni lì, il secondo dei quali corredato da una gita in barca sul fiume Zambesi, il fiume che poi si getta nel precipizio dando luogo alle cascate. La notte (o forse erano le notti) la passammo in un bungalow la cui particolarità era che non c’era l’elettricità per cui l’illuminazione era fornita da lampade alimentate a paraffina.

Considerano le lunghe distanze sospetto che spezzammo anche il viaggio di ritorno ma probabilmente non fu un granché emozionante. Mi viene il sospetto che dormimmo a Bulawayo a un certo punto del viaggio ma ho solo vaghi ricordi di alti palazzi in mezzo al veld e caos.

Vorrei tornare indietro ed essere molto più grata ai miei genitori di quanto non lo fui quel giorno di prima superiore.

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