Mercoledì ho chiuso il post con molto anticipo rispetto a tutto quel che avevo da scrivere ma l’ora era tarda e avevo talmente tanto altro da aggiungere che non sarei mai riuscita a finire prima di addormentarmi peraltro a tarda notte. Ho quindi fatto un lungo elenco di brevi temi da toccare per non perdermi niente. Comincio dalla mia padrona di casa.

Ho già scritto che si chiama Sylvie e che ha un cane cieco e diabetico che capisce solo gli ordini in inglese, Milou, ormai quattordicenne che lei ha preso dodici anni fa in un canile che recuperava cani abbandonati o maltrattati. Milou si è ammalato due anni fa, quando Sylvie è tornata in Francia dagli Stati Uniti dopo quarant’anni. Era partita poco più che diciottenne alla fine degli anni Ottanta per fare un corso di fotografia a New York, poi la vita l’ha tenuta lì, vent’anni a New York e altri vent’anni a Los Angeles. Appena sedicenne e con risultati scolastici disastrosi a causa della sua incompresa dislessia aveva scelto un corso professionale in fotografia per mettere a frutto le sue capacità visuali, era stata prima a Parigi esisteva una sola galleria di fotografie e l’ambiente artistico era stantio e, come i membri parigini della sua famiglia, poco accogliente. Poi era partita per una New York in pieno fermento artistico e pronta ad aiutarla perché è una città difficile in cui l’umanità è più semplice, anche se sembra viaggiare a un altra velocità. Nel mondo ancora maschilista della fotografia invece aveva dovuto battersi per arrivare, per passare da assistente fotografa a fotografa con assistente. Nel mezzo arte, musica e anche un po’ di droga, la cocaina che nei primi anni ’90 era dappertutto a New York, nel mondo musicale che frequentava insieme al compagno dei tempi ma anche a Wall Street, tra i giudici, tra i poliziotti. E’ rientrata in Francia perché non sopportava più il paese, la violenza delle frange estremiste che in Trump avevano trovato un protettore, un paese votato al lavoro in cui vedere un medico costava 150 dollari se avevi l’assicurazione e se rinunciavi allo stipendio di una giornata di lavoro (sempre che ci andassi dal medico e che non rischiassi di perdere direttamente il lavoro). Aveva talmente tanto timore di quel che gli USA stavano diventando che solo durante la presidenza di Trump si era decisa a prendere la nazionalità americana per paura che una ennesima legge anti immigrazione congelasse la pensione statunitense a cui aveva diritto. Non le era mai capitato di sentirsi dire di tornare a casa sua, negli Stati Uniti del 2019 invece era successo.

Mi racconta queste storie generalmente durante le lunghe cene che facciamo, non perché siano particolarmente elaborate ma perché a forza di bicchieri di vino durano ore. Mi parla anche della sua famiglia, padre bretone funzionario pubblico, mamma orfana di padre aviatore morto durante la prima guerra mondiale, cresciuta in un convento, entrambi permeati di quel cattolicesimo di ordinanza fatto di divieti e pentimenti per tutto, anche il solo fatto di essere nati. La sua famiglia non celebrava il 14 luglio, in quel giorno del 1789 e in quelli che seguirono alcuni dei suoi avi nobili persero la testa. Quelli che restarono in vita si riprodussero fino a dare luogo a una famiglia parigina altezzosa e poco accogliente, anche con lei. Sylvie era cresciuta nel sud della Francia, parlando con l’accento del luogo, e, come tutti i suoi conterranei, aveva imparato a non sopportarli i parigini, abituati a essere serviti e riveriti. Se ho capito bene quel che mi ha detto, qualche anno fa durante le vacanze estive su un’autostrada del sud su un tabellone luminoso era apparsa la scritta “ils arrivent”, “stanno arrivando”, come a invitare i locali a prepararsi all’invasione.

Dopo quarant’anni negli Stati Uniti, nel loro modo chiaro e diretto di fare business, l’impatto con una casa da ristrutturare in Francia è stato difficile. Lavoratori che si lamentano che non c’è lavoro ma quando glielo proponi nicchiano, come fosse troppa fatica. Lavori che si protraggono oltre il dovuto perché gli operai se la prendono con calma, dicono che verranno a fare il preventivo e poi non si presentano all’appuntamento fissato e quando passi al prossimo non capiscono perché non ti sei adattata al temperamento flemmatico locale. Se non ricordo male la lamentela però è un carattere tipicamente francese.

In questa prima settimana qui mi sono sentita a tratti una coinquilina di Sylvie più che una workawayer. La casa è ancora essenziale, parzialmente inscatolata ma si intravede il gusto. Le sedie hanno schienali bassi per non invadere la visuale, lo stile, mi dice, è un Bauhaus finlandese. Per ora ai muri sono appesi un paio di quadri di amici artisti ma col tempo pensa di farsene inviare altri e, quelli che non possono arrivare, farà stampare delle immagini in buona qualità. Se non può avere i suoi amici vicini, almeno ne avrà la loro arte.

La cucina non riveste la stessa importanza che rivestiva in casa di Tanya e Jonathan. Là gli armadi straripavano di cereali, noci, tè e tisane, Malcolm raccontava che era stato da un amico pochi giorni prima e, aprendone il frigorifero, era riuscito a vedere il retro degli scaffali di un frigo per la prima volta dopo non ricordava quanto tempo. Qua il cibo non sembra avere lo stesso ruolo centrale, gli avanzi si possono mangiare riscaldati anziché rielaborati, i pasti sono più semplici e Sylvie non ha tutto quel bisogno di dessert anche se quando li trova, due croissant per la colazione li prende. Ieri però, poiché doveva andare dall’acupunturista a Narbonne, siamo uscite un po’ prima dell’appuntamento in modo tale da pranzare a Les Halles, il mercato coperto della città.

Ovviamente entrare in un mercato all’ora di pranzo è quanto di più pericoloso si possa fare, tanto si è sensibili al più tenue degli odori, figuriamoci in un luogo in cui di tenue non c’è niente. Abbiamo comprato delle olive e delle verdure e poi ci siamo sedute nel suo ristorante preferito, specializzato in carne presa dalla macelleria proprio davanti (ma se hai voglia di pesce puoi andare a comprarlo nel mercato e loro te lo cucinano). Dal tavolo in cui ci siamo sedute non si vedeva l’altro ristorantino simile il cui proprietario, un ex rugbista, si fa lanciare la carne dalla macelleria davanti e la prende al volo dopo che è volata sulle teste di chi si frappone tra i due banchi.

Vista la mia politica di mangiare locale ho optato per una tartare: abituata alle porzioni di dimensioni Simmenthal dei ristoranti che la propongono non potevo aspettarmi quel che avrei trovato nel piatto: carne cruda abbondante, un uovo crudo sopra, insalata, patatine fritte e varie salse credo prevalentemente a base di aglio e/o cipolle. Incluso nel prezzo era anche un quartino di vino a cui non ho ovviamente rinunciato.

Tartare. Era tanta. Ma era buona.

Inutile che dica che ho scritto già parecchio e che non ho detto quasi niente ancora dei luoghi circostanti, lo farò in un prossimo post appositamente dedicato perché nel frattempo, oltre a Le Somail di cui ho scritto nel precedente post, ho visitato sia Narbonne al di là del mercato che la cittadella medievale di Carcassonne. Ma sarà per la prossima volta, non voglio dilungarmi più di quanto non abbia già fatto.

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