Dopo qualche giorno di pausa riprendo laddove avevo lasciato. Devo dire che le giornate non sono particolarmente dense di eventi, in casa ci siamo solo io, Sylvie e Milou e il tempo è davvero orribile, fino a ieri addirittura c’era un’allerta arancione nella zona. Quando son partita dall’Italia ho un po’ ingenuamente calcolato che stavo andando nel sud dove probabilmente avrei trovato un inizio di primavera e che una volta lasciata l’Occitania marzo sarebbe già esploso col suo spirito di rinascita. Invece al vento freddo della prima settimana si è aggiunta anche copiosa pioggia.

I giorni che sono seguiti hanno avuto due apici: il primo è stato l’utilizzo di una piccola motosega per tagliare le radici di alcuni arbusti infestanti nel giardino. Ovviamente è una sciocchezza ma non avendone mai presa in mano nemmeno una mi sono sentita piuttosto potente. Il secondo apice è stato il pranzo di famiglia in formato ridotto domenica per cui sono qui venuti una delle sorelle e uno dei fratelli con moglie di Sylvie per celebrare il compleanno del fratello. Se non altro la giornata si è movimentata e ho potuto mettere alla prova il mio francese in un contesto un po’ più complesso. Tra gli aspetti più caratteristici del pranzo inserirei senz’altro l’assenza di acqua sul tavolo sostituita da vari vini tra cui un bianco frizzante di Limoux, ossia quel che si crede essere il vino frizzante più antico al mondo, ben precedente allo Champagne. Conseguenze dell’assenza: dopo la dipartita del fratello (con macchina guidata dalla moglie che si era contenuta sull’alcol) le due sorelle hanno iniziato a discutere animatamente su qualcosa che a me sembrava il nulla. Mi è stato fatto intendere che era meglio che me ne andassi in camera, cosa che ho fatto con piacere e cuffie nelle orecchie. Quando sono riemersa una russava nel suo letto, l’altra si era addormentata in poltrona. Quando si sono svegliate una biascicava vistosamente nel parlare, l’altra sosteneva che non se la sentiva ancora di guidare e intanto si riempiva un altro bicchiere di vino. Comunque hanno continuato a chiacchierare amabilmente e ancora un po’ alticce fino al momento di andare a dormire mentre io pazientemente lavavo i piatti.

Vengo ora a un paio di considerazioni sulla zona che, visto il tempo infelice, non ho molto visitato. Prima dell’arrivo della pioggia sono però riuscita a farmi una giornata a Carcassonne e qualche ora a Narbonne.

Come ho già scritto a proposito di Lyon, per le notizie storiche estensive vi rimando a guide turistiche o ricerche su internet. Per quanto riguarda Narbonne (o Narbona in italiano) basti sapere che è stata la prima colonia romana al di fuori dell’Italia ed è stata a lungo uno snodo importante per i collegamenti anche commerciali tra Roma e la Spagna e tra Roma e l’Atlantico. Un tempo si trovava sul mare, adesso ne è separata da una decina di chilometri o poco più di stagni e saline mi par di capire. Dell’antica Roma conserva un piccolo quadrato della via Domita che collegava le due città, della vicinanza con la Spagna i colori della città, chiari e difficili da sostenere senza occhiali da sole in giornate senza nuvole, delle città francesi possiede invece l’abitudine al passeggio lungo i quai del canale che la attraversa. Quel che mi salta all’occhio quasi immediatamente è che benché sia uno dei centri più importanti della regione, all’ora di pranzo tutto chiude, anche i musei. In generale mi par di capire che tra mezzogiorno e le due (o mezzogiorno e mezzo e le due e mezzo) all’incirca ci sia veramente poco di aperto da queste parti. Altro aspetto caratteristico di Narbonne sono i balconi ornati in ferro battuto e gli scuri delle finestre dai diversi colori tenui che pare di essere al mare.

Carcassonne invece è nell’interno, sulla direttrice che porta a Tolosa. La città bassa è una tranquilla città occitana, la cittadella medievale sul piccolo promontorio che la sovrasta invece è di fatto il restauro operato dall’architetto Viollet-Le-Duc nell’Ottocento di una città medievale con il suo castello, le sue fortificazioni e tutte le sue stradine interne. In pratica uno spaccato di Medioevo ma con tanti negozi e ristoranti spiccatamente turistici. E questo mi porta a un breve appunto: il piacere di visitare dei luoghi molto turistici in bassa stagione, senza dover spintonare per strada e potendo decidere in quale ristorante senza fila entrare. Certo il meteo può essere più fastidioso ma a qualcosa si dovrà pur rinunciare. Già che non pioveva il giorno della mia gita a Carcassonne lo metto tra gli aspetti positivi. Ma vengo al mio impatto con la città.

Dopo un breve passaggio per l’ufficio del turismo ho fatto una prima sosta in una gallerie d’arte (era su strada ed era gratis) prima di cercare di raggiungere la cittadella. Poiché se ne stava in alto pensavo di riuscire a vederla e ritrovarmi senza bisogno di cartina ma mi sbagliavo, da dove mi trovavo i palazzi circostanti erano troppo alti perché la potessi vedere quindi dopo aver perso i cartelli della città ho approfittato della più efficace delle cartine: chiedere a qualcuno del posto. Mi sono così trovata scortata fino all’ingresso del vecchio villaggio da Josette, una donna sulla settantina credo, che nella città alta ci era addirittura nata. Parlava con un forte accento che poi ho scoperto essere quello locale, non capivo sempre tutto ma unendo tutto quel che mi ha detto credo vivesse sola con la sua gatta e le faceva piacere scambiare qualche parola. Mi ha raccontato che le capita spesso di dare indicazioni ai turisti, che parte della sua famiglia vive ancora nella città medievale, che ha salvato la sua gatta dalle grinfie di una donna alcolizzata che le aveva tagliato la coda per nessun motivo e che l’aveva lasciata impaurita, il veterinario le aveva da poco fatto i complimenti per come era riuscita a ridare fiducia alla gatta e per come era riuscita a rimetterla in sesto. Credo fosse anche molto credente perché mi ha detto quasi subito che qualche vandalo aveva tagliato le dita ad una statua della Madonna e, quando mi sono presentata, mi ha raccontato di un prete che ogni 4 ottobre (San Francesco d’Assisi per chi non è credente o non ha avuto una nonna che ogni 4 ottobre faceva gli auguri di buon onomastico) apre la chiesa agli animali e chi vuole può andare a farli benedire. Lei ovviamente aveva portato la sua gatta. A parte questo la conversazione non è decollata granché, ho avuto l’impressione che fossimo veramente due universi paralleli che si toccavano giusto il tempo di arrivare alle porte della Carcassonne medievale, ma mi ha comunque fatto più piacere di un’applicazione sul telefono per raggiungere il posto.

Il fatto che la città sia così perfetta me l’ha resa un pochino meno autentica ma non si può restare indifferenti a un tuffo così chiaro nel passato. E allora mentre camminavo mi immaginavo le strade puzzolenti, sporche e rumorose, la città cinta d’assedio tante volte nella sua storia, e sostanzialmente ero comunque contenta di essere in una versione ottocentesca del Medioevo. Talmente contenta che ho deciso di potermi concedere un pasto in un ristorante anziché una costosa baguette su una panchina. E talmente messa in difficoltà dai prezzi locali che ho optato per una formula menù a un prezzo civile e, devo dire, dalle porzioni dignitose, soprattutto perché il piatto forte del menù che ho scelto era la specialità della zona, ossia il Cassoulet, uno stufato a base di fagioli secchi generalmente bianchi, maiale e anatra, anticipato da un’insalata con formaggio di capra e seguito da una torta di pane. Il tutto accompagnato da un buon bicchiere di rosso Malpère e dalla caraffa d’acqua che gratuitamente fa la sua comparsa sulle tavole dei ristoranti francesi.

Cassoulet

Il pranzo è stato piacevole, al caldo, camerieri molto carini e alla mia destra una felice coppia non giovanissima, lei bianca francese, lui nero sicuramente non francese, che parlava e rideva a voce bassa. Talmente bassa che non ho capito perché la famiglia inglese che si è seduta alla mia sinistra se n’è andata prima ancora di ordinare e dopo aver detto qualcosa a voce bassa all’uomo alla mia destra. Prima di riscendere a valle ho fatto tappa nella cattedrale dove con molta sorpresa ho trovato la possibilità di acquistare le candele votive con la carta di credito (è proprio vero che in Francia si usa la carta pressoché ovunque). Poi, una volta appurato l’orario del mio treno, una corsa col telefono in mano per fare il biglietto e un breve tuffo nello spirito delle stazioni punkabbestia, erba e una generale sensazione di disordine.

Per il resto che altro dire? Ho portato Milou a fare qualche breve passeggiata, ho fatto un buco nel giardino per un albero, ho tolto parecchia erba (e ancora ne devo togliere, soprattutto scansando le deiezioni del cane), ho cucinato, ho lavato piatti, ho spostato qualche mobile, ho reso la spesa semplice, ho cambiato la password ad un modem, ho ricollegato la stampante alla rete Wi-Fi. Ho fatto una breve passeggiata nei dintorni, invero non eccezionali, con la pioggia poi. Ho un po’ temuto per la guida non sempre impeccabile della mia oste e ho trovato ben bizzarro (e pericoloso) il codice della strada francese che prevede la precedenza a destra praticamente sempre, anche se chi arriva da destra arriva da una strada secondaria. Del fatto che ho utilizzato l’espressione “ben bizzarro” magari dirò qualcosa nel prossimo post ma senz’altro la dice lunga sul fatto che sto parlando molto francese.

Chiudo qui perché, benché non sia ancora l’ora di cena, mi sento già pronta per andare a letto e così mi rimane ancora qualcosa da dire dopo la mia ultima settimana qui: martedì prossimo cambio casa.

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