Non ricordo se l’ho già scritto in qualche post precedente ma quando si sceglie una casa in cui andare non si sa mai realmente cosa si trova. Sul sito di Workaway si leggono tanti profili, si cerca quello che più ci sembra compatibile con noi stessi, con il percorso geografico che si sta facendo e poi ci si espone, si scrive una mail e si attende ansiosi una risposta. Quando infine, dopo lo scambio virtuale, si arriva a conoscersi di persona si capisce se la nostra scelta è stata in linea coi nostri desideri oppure no.

A causa della mia permanenza prolungata in Catalogna ho dovuto cambiare i miei progetti di viaggio, non più le montagne dei Paesi Baschi francesi inutilmente lunghe da raggiungere per una sola settimana bensì un paesino a cui giungere comunque con tre treni e poi un passaggio in macchina ma se non altro molto vicino alla mia meta del prossimo fine settimana.

Di Isabelle mi aveva subito colpito il profilo su Workaway, oltre ad accettare anche per una sola settimana aveva una quieta leggerezza nel modo di scrivere di sé e dei lavori che voleva fare in casa sua quindi, nonostante fosse presente da poco sul sito e non avesse ancora accolto nessuno, l’ho contattata. Quando ci siamo scritte mi sono sentita subito a mio agio, l’incontro poi ha superato le aspettative che comunque in genere cerco di non avere. Sulla sessantina, bionda, occhi azzurri, di chiaro aspetto francese, elegante nel suo maglione arancione a collo alto, parlava compassata e composta a causa di problemi che sta avendo con le corde vocali ma credo che sia il suo modo di parlare a prescindere.

Mentre dalla stazione di Albi ci dirigevamo a casa sua posavo gli occhi sulle dolci colline verdeggianti della valle del Tarn e intanto cominciavamo a chiacchierare. Incontrare continuamente persone nuove costringe ad uscire dalla timidezza e, poiché per delle settimane si condividerà la stessa casa, si finisce un po’ per parlare come se già ci si conoscesse anche se ci si sta raccontando per la prima volta. Questo, ho notato, in genere è il primo impatto, il più facile, si può parlare di come è stato il viaggio, di quello che gli inglesi chiamano small talk.

E’ nelle ore ma anche nei giorni che seguono che si vede come cambiano i rapporti tra le persone e come si incastrano nel quotidiano, quanto sia necessario adattarsi e quanto invece ci si trovi nello stampo dell’altro. Ecco, dopo le prime misure da prendere, credo di poter dire che per ora quello con Isabelle è l’incontro che mi è stato più semplice, forse per affinità culturale ma molto credo anche umana. Soprattutto però lo è perché, tra le varie cose, Isabelle ha in sé una lievità che le permette di vedere il comico anche laddove di comico c’è poco, di affrontare la quotidianità con la stessa leggerezza di cui parlava Italo Calvino, quella leggerezza che non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

Isabelle infatti vive con la madre malata di Alzheimer, qualche anno fa nel giro di pochi mesi sono morti sia il padre che la sorella minore e lei si è trovata a gestire da sola sia il carico emotivo degli eventi sia quello pratico. Ha due figlie poco più giovani di me e la vita di coppia probabilmente non fa per lei (commento suo). Anche la sua cucina è straripante di pentole, padelle, stoviglie, attrezzi vari (quel che succede quando traslochi due case in una) ma tutto sembra avere un suo posto, tutto (o quasi tutto) sembra essere naturalmente ordinato, tutto sembra essere in un equilibrio non forzato. Mi ha detto che le figlie a volte sembrano quasi risentite perché è stata una madre che non imponeva regole e allora non hanno mai sentito il bisogno di infrangerle.

Con Isabelle abbiamo ascoltato del blues, del rock classico rilassante, del jazz che conciliava il risveglio mattutino, parlato dei suoi viaggi da sola nel sud-est asiatico, di concerti e scoperto che nella sua libreria aveva il libro che avevo finito di leggere sul treno per raggiungerla. Parla un francese molto pulito, con un accento (o forse senza accento) gradevole all’udito, a tratti un po’ forbito al punto che talvolta anche le figlie le chiedono da dove tiri fuori certe parole. Alcune parole o espressioni devono piacerle parecchio perché le usa spesso: affreux, tu sais, oh la la. Anche lei si trovava spesso a raccontare di quando era in Africa (due anni per lavoro negli anni ’80).

Venerdì era il 1 aprile e mentre facevamo colazione mi ha raccontato del pesce d’aprile che le aveva fatto suo padre anni fa. In breve il padre le aveva scritto una lettera chiedendole il suo aiuto perché la madre, coquette e sempre ben vestita, si era messa in testa di prendere la patente per i camion con l’idea che dopo la pensione se ne sarebbero partiti in viaggio col camion. Secondo il padre però la moglie era spinta da un flirt con l’istruttore di guida e pertanto chiedeva alla figlia una mano per far desistere la madre. Non so se fosse particolarmente divertente lo scherzo o il modo in cui lo ha raccontato ma non riuscivo a smettere di ridere. Io che generalmente sono molto composta mi sono trovata improvvisamente disarmata.

Vedere Isabelle con la madre è straziante e commovente allo stesso tempo. Il modo paziente e delicato in cui cerca di farla mangiare, di portarla a letto, di risponderle normalmente anche quando non ha capito niente di quel che le ha detto. Sapere che ormai la chiama per nome perché se la chiama “mamma” la madre si arrabbia e non capisce perché la chiami così. Vedere il suo tempo consumato dalla cura della madre e vedere come il tempo consuma sempre di più quel che resta della madre.

All’inizio per Isabelle era strano chiamare la madre per nome, ora è diventato normale perché quella non è più sua madre, della madre è rimasto il corpo ma lo spirito se lo è mangiato la malattia. Una donna un tempo frizzante e chiacchierona, col capello sempre fatto e ben vestita, ridotta a non avere più cognizione del tempo che passa, del puzzo dei vestiti che si rifiuta di cambiare, dei capelli e del corpo che non vedono acqua da non si sa più quando. Ormai balbetta quando parla, saluta il suo riflesso allo specchio come fosse una persona nella stanza, passa il tempo colorando mandala e con una ossessione per le tazze che cerca continuamente di riordinare o di travasare come i bambini. Riprende vita solo quando c’è la bisnipote di un anno e mezzo e allora per poco sembra ritrovare l’uso della parola, del gioco e la luce ormai perduta negli occhi. Fino a un certo punto, quando si stanca poi chiede chi sia questa bambina e se non abbia dei genitori che vengano a riprendersela.

Non so se è perché sono nel momento del mese in cui sono più soggetta alla commozione ma questa settimana per me si sta rivelando toccante, che fossero gli occhi lucidi mentre ascoltavo il racconto di una vita che fino ad allora era stata generalmente priva di grandi problemi stravolta dalle malattie di tutti i membri più prossimi o che sia la mano sulla spalla della madre che, passandomi dietro mentre suono la chitarra in cucina, balbetta un appena intelligibile c’est beau ça.

Ho parlato quasi esclusivamente delle persone con cui condivido gli spazi (fino a un certo punto, io ho una piccola dependance distaccata con vista sulla vallata in cui potrei anche vivere tanto è rilassante) e non del resto perché rappresentano il cuore di quel che è la mia permanenza qui ma ho fatto anche cose, tipo estirpare nuovamente erbacce e nuovamente passare del prodotto antipioggia su una terrazza in legno. Ho visitato brevemente Albi con la sua immensa cattedrale (e quando vi sono entrata credo il mio stupore davanti alla finezza dell’arte fosse tangibile) e il museo Toulouse-Lautrec (che di Albi era originario) scoprendo tutto un altro lato dell’artista al di là dei conosciutissimi manifesti.

Domenica mattina sono stata ad una fiera agricola che ho trovato decisamente folkloristica con tutti quei ferrivecchi in vendita oltre a trattori fiammanti ed enormi e un po’ mi sono dispiaciuta perché rientrate a casa abbiamo scoperto che eravamo attese a Tolosa per un brunch con le figlie di Isabelle ma la minore non si era ben spiegata (a quanto pare è un classico). Ho fatto una passeggiata tra queste colline che un po’ ricordano la Toscana, non ho socializzato particolarmente e non ho imparato a fare cose nuove ma ho amato ogni singolo momento che ho passato qui. Addirittura, forse per la prima volta da quando sono partita, mi sono pienamente rilassata.

Ho pure visto la neve cadere ma ieri e oggi sono state anche due giornate pienamente primaverili, come a volermi ricordare che il sole è bello, le maniche corte liberatorie e da domani sono previste nuovamente nuvole e nel fine settimana qualche pioggia. Venerdì vado a Tolosa da un’amica per qualche giorno, dopo non ho ancora una meta.

Metafoto: io che scrivo sotto il sole in terrazza

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