Quando scrissi del mio viaggio a Londra di dicembre dichiarai che fosse stata la cosa più irresponsabile che potessi fare. Ora aggiungo “per il 2021” perché sono pronta ad eleggere l’irresponsabilità del 2022 (finora). Niente di trascendentale, semplicemente sto iniziando a scrivere questo post da una camerata in un ostello di Barcellona ma i prezzi per pernottare mi sembravano talmente alti che non ce la facevo a scegliere opzioni più sicure sul piano sanitario. Memore poi di un viaggio a marzo in una Berlino pre Covid in cui mi trovai ad avere la camerata praticamente solo per me, speravo fortemente di trovare una situazione più o meno simile. Ovviamente mi sbagliavo ma forse un ostello centrale a prezzi irrisori avrebbe dovuto insospettirmi. Comunque, ormai è andata quindi ai prossimi giorni le eventuali conseguenze. Adesso sono sul treno, contornata da una rumorosa scolaresca spagnola in gita verso la Francia, ancora non siamo partiti e già ho nostalgia dei silenziosi tragitti in terra francese. 

Colza al tramonto

Mentre mi appresto a lasciare Barcellona realizzo che la mia settimana in Catalogna è volata. I momenti che ho vissuto sono stati molteplici, dal chi me lo ha fatto fare di venire fino al pensare che forse sarei potuta rimanere più a lungo, per finire poi con la certezza che il tempo è stato quello giusto e che fosse giunto il momento di riprendere il mio viaggio. 

Il cambio di scenario, da Fontcoberta al mercatino di Cadaqués passando per Ventalló è stato sicuramente salvifico. Altrettanto salvifico è stato il meteo, non particolarmente soleggiato a parte qualche sprazzo ma se non altro senza la pioggia incessante che aveva caratterizzato le due ultime settimane francesi. Sembra quasi un destino il mio in Catalogna: l’unica altra volta in cui ci sono stata di passaggio sono decollata da una Barcellona piovigginosa e ricoperta di nuvole dopo aver passato la notte a dormire a turni su una panchina in Plaça de la Catalunya con mia sorella.

In queste 48 ore a Barcellona ho capito perché è diventata meta di turismo nel corso degli anni con la creatività quasi giocosa di Gaudì che si mescola alle stradine strette del centro e agli immensi viali che collegano le diverse parti della città. Ecco, direi che Barcellona ha una leggerezza elegante che fa venire voglia di viverla in compagnia per più giorni più che visitarla da sola per un giorno e mezzo come me. Che poi, sola sola in realtà non sono stata. Dopo un intero pomeriggio passato a camminare da sola senza mete precise per le strade della città vecchia giungendo fino a Barceloneta e una ventosa spiaggia, sono rientrata in ostello per decidere dove mangiare e, dopo aver chiesto a una ragazza che condivideva la stanza con me se conoscesse posti in cui cenare in zona, ci siamo trovate a trascorrere insieme la serata con un pasto accettabile e a poco prezzo dall’alto del Cortes Ingles (una sorta di Rinascente) con vista sulla città dall’alto e poi delle birre comprate al supermercato e bevute in piazza perché il bar dell’ostello era pieno. Ci siamo trovate bene, era una giovane venezuelana fuggita prima in Perù e poi da poco meno di un anno a Valencia dove aveva raggiunto la fidanzata. Intelligente e rapida di pensiero imparava lingue straniere tramite applicazioni sul telefono e le piaceva Caparezza. Visto che partiva il pomeriggio seguente abbiamo passato insieme anche le ore precedenti il suo viaggio di rientro. La mattina siamo andate a Palazzo Güell, prima grande espressione della fantasia elegante di Antoni Gaudì tra vetrate colorate, motivi orientaleggianti e rifiniture in cui niente è lasciato al caso.

Finita la visita (purtroppo senza accesso alla terrazza causa pioggia) abbiamo cercato da mangiare, prima un cuoppo riempito di jamon iberico e formaggio al mercato della Boqueria, poi, una volta deciso che fosse troppo caro e turistico ci siamo addentrate nuovamente per stradine laterali fino a giungere grazie a internet alla Cala del Vermouth, un locale piccolo con soli cinque o sei tavoli, dall’atmosfera calda e accogliente, pressoché vuoto e silenzioso. Abbiamo preso un vermouth della casa e condiviso delle tapas: le classiche patatas bravas (patate arrosto con salsa piccante alla paprika), un’insalata russa e dei chistorra (credo fossero delle salsicce a pezzetti, piccanti, piene di olio e servite in una ciotola con dentro dei pezzi di pane che piano piano si imbevono della salsa).

Dopo che ha recuperato la sua valigia in albergo ci siamo salutate davanti alla Sagrada Familia che finché non si vede da vicino non si capisce davvero la sua eccezionalità, i piccoli particolari, la giocosità inserita in quanto di meno giocoso ci sia. I biglietti per entrare erano esauriti pertanto ho proseguito per un affollato e rumoroso Parc Güell che visitato come attrazione turistica frettolosa credo perda buona parte della sua vocazione.

In questo passaggio rapido in Catalogna mi sono infatti interrogata sul destino delle città sottoposte al turismo di massa: manterranno la loro vocazione di luoghi abitati da persone o si ridurranno sempre di più a vestigia di quello che furono? Da fiorentina abituata a vedere la città invasa da turisti e svuotata da cittadini la domanda ovviamente ha un interesse personale.

Prima di concludere il post una breve carrellata di cose che ho fatto anche prima di andare a Barcellona.

Ho dormito nel cuore dell’indipendentismo catalano, laddove le bandiere e le scritte indipendentiste campeggiano più o meno ovunque, ho respirato aria al frastornante odore di concime, ho comprato alimenti in un supermercato ricavato in un capannone, ho visto la neve sui Pirenei in lontananza, ho portato a camminare un pastore tedesco senza guinzaglio, ho cantato alcune delle mie canzoni davanti a poche persone ma che di musica si intendono. Sono stata a Cadaqués, villaggio sul mare in cui Salvador Dalì trascorse vacanze infantili prima di andare a viverci da adulto. Cittadina un tempo ritrovo di artisti, alternativi e giovani ricchi in lotta contro le famiglie di origini, adesso risentiva dei problemi della maggior parte delle attrazioni turistiche di massa: prezzi sempre più alti e atmosfera appiattita sulla media. Mi sono comunque goduta la mia passeggiata lungo tutto il suo golfo, i miei primi piedi bagnati in mare del 2022 (l’acqua era molto fredda), il bicchiere di vino bianco con tapas al bar vista mare a fine giornata. Mentre tornavo dalla passeggiata del mattino sono incappata in una piccola banda che suonava musica popolare credo per la gioia di passanti che si sono riuniti per le locali Sardane, danze in cerchio in cui i partecipanti si tengono le mani e fanno un passo in avanti e uno indietro girando intorno.

In piazza a Banyoles ho sofferto guardando bambini giocare a calcio e quando la palla mi si è avvicinata è stato puro istinto quello per cui con uno scatto l’ho stoppata a resa. Poco dopo un fratello stava insegnando alla sorella più piccola a calciare contro il muro, avevo del tempo di attesa e non ho resistito: ho partecipato anche io all’insegnamento facendomi capire nel mio spagnolo stentato. Quando correvo per la piazza a recuperare il pallone mi sentivo felice. Alba, Pau e il loro amico Joan, anni 10-13 direi, mi hanno fatto divertire e pensare a quanto il calcio sia ancora parte di me ed è infatti con una punta di dispiacere mista a sollievo che ho appreso a partita finita che proprio ieri al Camp Nou si giocava Barcellona – Real Madrid di Champions League femminile: l’avrei vista molto volentieri ma avrei retto alla voglia di giocare?

Non ero troppo convinta del mio passaggio in Spagna prima di partire, temevo fosse una delle mie fissazioni, le cose che si fanno giusto perché si è lì e non perché si voglia realmente. L’inizio è stato un po’ incomprensibile e contraddittorio, quasi volesse rinfacciarmi la mia scelta sbagliata poi invece sono stata ripagata. 

Adesso ho nuovamente attraversato il confine, sono diretta in un piccolo borgo a metà strada tra Tolosa e Albi. Starò solo una settimana, il prossimo fine settimana sarò a Tolosa da un’amica. Dopo dieci giorni di italiano, inglese e spagnolo intorno a me ora è il momento di impostare nuovamente il mio cervello sul francese e su nuove storie da ascoltare.

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