Tra le conseguenze più evidenti della pandemia (e, sospetto, dell’assenza di impegni fissi quali il calcio) inserirei decisamente l’abitudine che ho preso nell’ultimo anno e mezzo di visitare il visitabile quando possibile. Non si spiega altrimenti la vaga incoscienza con cui il 10 di dicembre, con mia sorella notificata per un contatto con un caso di positività a Londra, sono ugualmente partita coi miei genitori alla volta della capitale inglese. In realtà non siamo partiti a cuore leggerissimo, addirittura, con un volo all’ora di pranzo, abbiamo deciso di andare quantomeno all’aeroporto solo la mattina stessa. Poi, una volta lì abbiamo optato per prendere anche l’aereo. Il periodo era talmente ovattato (e forse il libro che stavo leggendo talmente avvincente) che non sono riuscita ad essere neanche in ansia per il decollo. Fino allo stretto della Manica abbiamo sorvolato distese di nuvole in uno di quei clash mentali in cui sembra assurdo che mentre tu sei al finestrino abbagliata dal sole, dal bianco e dall’azzurro, sotto le nuvole la terra si presenta in scala di grigi. Non so se il fatto di volare Vueling anziché Ryanair (a cui sono comunque grata perché mi ha portata più o meno ovunque a tariffe contenute) ha contribuito a rendere il viaggio più rilassante, coi suoi sedili più comodi e senza quella necessità di venderti anche tua sorella. Anche se la possibilità di avere il Wi-Fi a bordo ha avuto l’effetto di permettere alla passeggera di fronte a me di stare in videochiamata coi genitori per circa un’ora quando finalmente il suo telefono si è scaricato. Come l’aereo ha iniziato a perdere quota in vista dell’atterraggio invece ho avuto chiarissima la percezione di quanto volessi partire: tanto.

Nella lotta per la mia preferenza fra le grandi capitali europee storiche, la vittoria è sempre andata a Parigi, Londra non mi ha mai attratta particolarmente. E’ strano perché in Inghilterra ho spesso ritrovato tanta di quell’atmosfera che mi aveva accompagnata nella mia infanzia sudafricana ma la città non mi attraeva. Poi però è lì che mia sorella ha deciso di stabilirsi, pertanto negli ultimi quasi dieci anni sono capitata spesso da quelle parti. Credo però di aver cominciato ad apprezzarla solo negli anni intercorsi dopo l’ultimo passaggio a Londra nell’ottobre del 2018. Allora mi ero segnata una mostra sulle coppie nell’arte dell’ultimo secolo al Barbican come i venti pound meglio spesi per un museo di sempre e avevo realizzato che Londra non è una città, Londra è un insieme di diverse città ben collegate tra loro. In seguito mi ero appassionata a Virginia Woolf e appena prima di partire, in preparazione al viaggio, mi ero letta un romanzo di Tracy Chevalier ambientato nella Londra di fine Settecento, ero quindi più che pronta a vedere coi miei occhi le atmosfere raccontate dai romanzi.

Viaggiare ai tempi del Covid è un misto di desolazione e rilassatezza. Da un lato gli aeroporti semideserti sono quasi struggenti, dall’altro l’assenza di file e la rapidità con cui si passa dall’aereo al recupero effettivo dei bagagli riduce enormemente i tempi di spostamento e in una città delle dimensioni di Londra aiuta. Quindi recuperati i bagagli andava cercata la stazione dei treni, con mia madre ammirata perché mio padre ed io sembravamo muoverci con sicurezza tra i corridoi di dell’aeroporto di Gatwick. Io le dicevo che avere una lieve mania di controllo aiutava a fare una sorta di scansione degli ambienti alla ricerca di punti di riferimento, cartelli, indicazioni.

Una decina di anni fa andai a New York. Ero con un’amica ed eravamo in visita da sua sorella che abitava a Brooklyn. Ricordo che stavamo tornando in metro verso casa, probabilmente era notte inoltrata se non mattina presto (la famosa city that doesn’t sleep) e la sorella della mia amica ci diceva che di New York le piaceva che non importava a quale ora del giorno o della notte ma in un’ora circa era in grado di rientrare a casa da ovunque fosse. Ecco, a me era sembrato un lasso di tempo infinito, in un’ora ero abituata ad arrivare a Pisa o forse anche a Bologna. Un’ora per muovermi all’interno della stessa città, in metropolitana poi, mi pareva impossibile, fuori dalla mia impostazione mentale di fiorentina. Londra invece è come New York, tutto ciò che è intorno ai 45 minuti di percorrenza è vicino, se impieghi meno di 15 minuti per arrivare nel centro da dove abiti probabilmente sei ricco e ti puoi permettere di abitarci proprio nel centro. Sennò è tutto lontano, ben collegato ma lontano.

Per arrivare da mia sorella abbiamo dovuto prendere un primo treno fino a London Bridge, poi un secondo treno in cui siamo riusciti a entrare proprio mentre chiudevano le porte e infine, una volta scesi a Catford Bridge, aspettare mia sorella che avrebbe preso in carico uno dei trolley e ci avrebbe guidato per i 15-20 minuti che ci separavano da casa sua.

Il quartiere di Catford risponde perfettamente a quel che dicevo prima riguardo a Londra come città che contiene al suo interno diverse città. C’è la stazione, una zona vicino alla stazione trafficata e con vari negozi, una strada da percorrere su cui si affacciano ancora alcuni negozi ma iniziano a vedersi abitazioni, di nuovo negozi ed infine un’area prettamente residenziale. Poiché il costruttore del quartiere era scozzese, anche i nomi delle strade riecheggiano le sue origini. L’atmosfera è esattamente quella che ci si aspetterebbe da un quartiere residenziale inglese: casette uni o bifamiliari su due piani, vialetti o micro giardini di accesso, grandi e luminose finestre attraverso le quali dare occhiate furtive sugli alberi di Natale, qualche facciata invece agghindata superando i limiti del kitsch natalizio. Per me è davvero un tuffo nel passato, in quella Johannesburg residenziale che con le dovute differenze, presentava comunque un’atmosfera simile. Talmente simile che per la cena la mia personale Madeleine si è chiamata ordinare “pizza da Pizza Hut” ossia quell’alimento che ha la forma di una pizza e che è condito alla stregua di una pizza ma che dai, non può essere veramente una pizza, e non perché viene cotta in padella ma perché le manca del tutto la genuinità di cui la pizza è latrice. Oltre a rimanere sullo stomaco con maggiore vigore. Detto ciò, sospetto che i viaggi stimolino anche la necessità di questo genere di cibo e poiché non mi facevo una pizza di Pizza Hut dal 1996, è stato comunque un bel regalo poter avere la conferma che gradevole una tantum ma non imperdibile.

Addobbi natalizi poco sobri in zona.

Intanto mia sorella e il suo compagno mangiavano in cucina mentre io e i miei genitori colonizzavamo il salotto. In occasione dei contatti fra noi, poiché a mia sorella continuavano ad arrivare messaggi di possibili contatti con positivi, mascherina obbligatoria. Mia sorella credo sia una delle persone più attente ad evitare il contagio che conosca, tre giorni prima del nostro arrivo aveva partecipato a una festa natalizia del dipartimento universitario per cui lavora e ad un certo punto, accaldata, si era levata la mascherina che, poiché erano stati tutti regolarmente sottoposti a tampone la mattina, non era in realtà obbligatoria. Delle cinque persone con cui ha parlato quel giorno, ben quattro sono risultate positive nei giorni successivi, piombandoci così in una situazione a tratti grottesca. Nei sei giorni che abbiamo trascorso a Londra si è fatta credo almeno un tampone rapido al giorno, un paio di molecolari (dei quali solo uno perché contattata dal NHS, il servizio sanitario inglese) e la terza dose del vaccino prenotata appena sono state aperte le liste per la sua fascia di età. Ciononostante, benché avessimo messo in conto l’ipotesi di arrivare e poi ripartire subito dopo, in realtà noi non eravamo preoccupati, solo molto contenti di essere lì e di adempiere comunque al tipico ruolo dell’italiano in visita: portare vivande. Era quasi comico il modo in cui mia madre aveva trasformato la valigia nella gonna di Eta Beta. Caffè, tortellini, marmellata fatta in casa, papassine (biscotti secchi sardi che si preparano per le festività dei Morti), prosciutto sottovuoto, parmigiano, sicuramente altre cose che ormai ho dimenticato. Lo svuotamento della valigia sembrava dimostrare che tutto quello che si dice degli italiani espatriati è vero.

Dopo cena i miei genitori hanno aperto il divano letto in salotto, io sono andata nel piccolo studio in cui era stato buttato per terra un materasso. Dalla mia stanza li sentivo parlare con Siri chiedendole più volte di spegnere le luci del salotto come avevano sentito fare a mia sorella e al compagno. Io ho ripreso il mio libro e mi sono preparata alla sveglia presto che mi avrebbe aspettata il giorno dopo.

Un pensiero riguardo “London calling / 1

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