Quando ho deciso di tenere un blog ho cercato di farlo nel modo più onesto possibile, cercando di tralasciare meno possibile. Ovviamente quel che scrivo non è esaustivo di quel che succede e c’è una quota di non raccontato riguardo alle persone che incontro ma quando si tratta di raccontare l’impatto del viaggio su di me tento di farlo senza nascondere totalmente le mie debolezze, le mie prime impressioni sbagliate, l’amore che ho lasciato cadere qua e là e quello che mi sono sentita pronta a ricevere. O almeno credo. Soprattutto, via via che il viaggio proseguiva, ho notato una progressiva e maggiore apertura in quel che raccontavo di me.

Questo viaggio non è solo un incontro con l’altro o con un altro paese, è soprattutto, infatti, un incontro con me stessa, con gli angoli che nel quotidiano restano più oscurati o con le domande che non cercano risposte. Ho chiamato questa serie Le coeur ouvert à l’inconnu, il cuore aperto all’ignoto, perché volevo che fosse questo il mio spirito guida oltre che un verso di una canzone francese che mi capita spesso di canticchiarmi. (La canzone, Champs Elysées è di Joe Dassin ma io l’ho scoperto solo recentemente avendo sempre ascoltato la cover fatta dai punk NOFX). Insomma, in questi mesi il cuore è stato talmente aperto all’ignoto che a un certo punto si è trovato semplicemente aperto e libero di uscire con molti meno filtri quindi molto apertamente e molto onestamente dirò che quest’ultima settimana sono stata un po’ triste e con poca voglia di scrivere. O con giornate in cui la scrittura sarebbe stata fuori posto. 

Dall’ultimo post infatti sono stata travolta sia da un’amara consapevolezza, sia dagli eventi. Dal punto di vista dei lavori da fare ho continuato a fare piccole cose all’interno della casa in ristrutturazione, lavori per cui continuo a credere di non essere particolarmente portata (ma trovarmi ad avvitare le viti di un mobile tenendo in braccio un bambino di quattro mesi è stata una divertente soddisfazione); dal punto di vista personale invece mi sono aperta completamente ai tre bambini di Candice e Bertrand trovando nella loro compagnia un po’ di requie alla triste verità: Jen è felicemente sposata e, per quanto i nostri messaggi pullulino di cuori e affetto sincero, non c’è niente oltre questo. Ovviamente lo sapevo fin dall’inizio ma il giorno in cui ho tolto gli occhiali a forma di cuore che mi coprivano gli occhi è stato comunque duro e anche quelli che lo hanno seguito hanno avuto la stessa stabilità di una passeggiata per un sentiero in cui si sta sciogliendo la neve. Poiché lo spirito del viaggio è comunque di prendere tutto quel che viene, al netto dell’inevitabile malinconia, sono comunque infinitamente contenta di aver incontrato Jen, se non altro perché dopo essermi interrogata per anni su come potesse essere possibile, alla tenera età di 36 anni ho imparato che Tiziano Ferro aveva davvero ragione quando diceva che l’amore era una cosa semplice.

Lunedì, il giorno prima di partire, Candice mi ha pagato una seduta di cure energetiche, ossia una di quelle cose che ho sempre un po’ rigettato ma che in questa fase di curiosità nei confronti di più o meno tutto, ho accettato a scatola chiusa anche perché mi aveva semplicemente dato la macchina e un indirizzo senza dirmi cosa avrei trovato. Ho trovato bizzarri tratti della seduta, soprattutto l’ultimo in cui Hannah (così si chiama la non saprei dire come si chiama) ha chiesto ai miei antenati di aiutarmi ad esaudire il mio desiderio ma ho trovato l’esperienza interessante perché mi ha permesso di focalizzarmi sia su alcuni aspetti positivi di me che avevo sempre sottovalutato, sia di dire finalmente ad alta voce quanto fossi stata toccata profondamente da Jen. Questo ovviamente lo sapevo senza bisogno di pulizie energetiche ma è stato un modo per riflettere ad alta voce sul perché e credo ci siano due campi. Il primo è che mi ha guardata con un amore genuino, manifesto e disinteressato che sono stata pronta a vedere e ad accettare, amando la persona che sono attraverso i suoi occhi; il secondo è che in quei brevi dieci giorni in cui ho messo i panni del genitore, non mi sono mai sentita fuori posto. 

Questo secondo aspetto è tornato anche negli ultimi giorni che ho passato con Candice e famiglia. L’ho ritrovato nelle danze di domenica mattina in cui ho insegnato ai bambini il “Gioca Jouer”, nelle ore che ho passato con Matheo in braccio come fosse mio, nella domenica pomeriggio che abbiamo trascorso a una fiera dell’aviazione a Royan in cui mi sono caricata Rafael sulle spalle perché non vedeva quel che succedeva (sorvolando sul fatto che quando ho trovato un simulatore di volo con un pilota a cui poter fare domande sul tema ero letteralmente rapita), nella volta che ho rimesso a letto Nathan (che dormiva nella stanza accanto a me) quando ha iniziato a piangere che voleva la mamma. Sono partita cercando di evitare accuratamente le famiglie con bambini, sta andando a finire che sono state quelle in cui mi sono divertita di più. 

Ancora rido quando penso alle risate grasse di Elodie e al modo in cui pronunciava alcune parole, all’entusiasmo per le piccole cose di Fleur, a quando ho trovato Nathan nascosto sotto le mie lenzuola, a ogni volta che Nathan e Rafael mi sono passati dietro dicendomi tu m’as pas vu, non mi hai visto, o a quando ci siamo trovati a giocare a calcio e ogni scusa era buona per annullare i gol che facevo. Rido se penso a quando domenica mattina si sono messi i pantaloni in testa, la maglietta al posto dei pantaloni e i calzini sulle mani e abbiamo ballato insieme. Nella foto che ci ha fatto Candice prima di portarli a scuola per l’ultima volta sono vistosamente felice.

Sì, ero felice.

Ma non volevo solo sproloquiare sui miei drammi interiori, l’ennesimo amore non corrisposto (o almeno, non così corrisposto) e l’arrivare al solito in ritardo sui grandi temi dell’esistenza quali la genitorialità perché non di solo questo è fatto il mio viaggio.

Ho quindi visitato La Rochelle, città sul mare vivace e piena di bar in cui volersi mettere a sedere, ho passeggiato per i suoi vicoli e ho respirato il profumo dell’oceano sentendo quella impagabile sensazione di casa che il mare mi dà. Ho trascorso due giorni a Rennes pensando che molte persone sembravano una versione maschile o più giovane di una mia vecchia professoressa del liceo che di lì era originaria e che comunque erano tutti davvero molto molto giovani (Rennes è una città universitaria). Invece di camminare incessantemente alla ricerca di non so cosa, memore delle parole di Isabelle, ho deciso di posarmi in un bar per una molto agognata birra (il giorno in cui sono arrivata c’era un caldo afoso quasi insostenibile). Ho camminato a caso e deciso all’istante di fermarmi in una creperia. Mi sono confusa sull’orario della colazione dell’ostello (credo l’ostello più triste che abbia mai frequentato ma senz’altro comodo avere il dormitorio tutto per me) e ho deciso allora di rimediare comprando uno chausson aux pommes (chiedendo alla fornaia se chausson fosse femminile o maschile, un po’ per curiosità, un po’ per parlare con qualcuno e in quel suo dirmi che ero così chouette, carina, a chiederglielo mi sono sentita momentaneamente riparata) e posandomi in un bar per un tè da prendere in tutta tranquillità. Ho passato un intero pomeriggio al Parc du Thabor, prima distesa in un prato, poi a passeggiare per la sua profumata e distensiva collezione di rose (mai avrei pensato di esserne così attratta!) e infine tra una panchina e una sedia taccuino o libro alla mano in attesa che mi venisse fame per la cena. Fame che non è arrivata ma passando davanti a un locale vegetariano l’istinto mi ha imposto di fermarmi. Non è successo niente di eccitante ma ho mangiato le prime vere verdure dopo un po’ di tempo.

Il giorno dopo ho preso l’ennesimo treno di questo viaggio per andare ancora un po’ di più verso nord ma troverò il tempo di parlare anche di quello. Sono arrivata ieri e per ora posso solo dire che avevo bisogno di questo contesto qui per distrarmi: ci sono anche altre due ragazze a lavorare con me e il gusto per la convivialità e le chiacchiere è molto forte. Talmente forte che ieri sera dopo cena si sono aggiunti a noi anche gli ospiti di uno degli appartamenti vacanze affittati dalla famiglia tra risate, leggerezza e molto parlare di carne e fattorie. E Nuova Zelanda.

Ma racconterò di più nella prossima puntata. Per ora chiudo col mio stato d’animo, oscillante tra I have owed it to my heart, every word I’ve said / You have no idea how hard I died when you left e Ah che vita meravigliosa / Questa vita dolorosa / Seducente, miracolosa / Vita che mi spingi in mezzo al mare / Mi fai piangere e ballare / Come un pazzo insieme a te.

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