E’ passata una settimana dall’ultimo post e non riesco a capire se il tempo sia volato o se abbia acquisito una consistenza densa, quasi immobile, in cui le ore si assomigliano terribilmente l’una all’altra soprattutto in termini di tempo perso perché sì, ho un problema di gestione del tempo, ne passo tanto nella cosiddetta fascia oraria delle Bermude e, quando mi risveglio, come da un incantesimo, mi chiedo quante altre cose più costruttive avrei potuto fare nel frattempo. Poi però penso anche che ho preso una strada difficile, tortuosa, che richiede pazienza e fisiologici momenti di scoramento e alienazione. Che ho talmente tanto tempo da riempire che è ovvio che a un certo punto ci infilerò anche attività il cui unico scopo è l’obnubilamento temporaneo. Eppure, ora che mi sto mettendo a scrivere, qualcosa si è mosso, qualcosa ho fatto.

Giovedì scorso ero uscita nel pomeriggio sconfortata da un colloquio mattutino, lunedì mi è arrivato l’invito a partecipare alla seconda delle eventuali fasi del processo di reclutamento. 

Venerdì, dopo una giornata di cui non conservo alcun ricordo e sapore (probabilmente perché non ne aveva), mi sono obbligata a seguire il consiglio di un amico e sono andata ad un incontro con due dei candidati del PD della circoscrizione estera alle prossime elezioni. Da sola, senza conoscere nessuno, ho varcato la soglia della sede delle Acli, sono stata invitata a servirmi al piccolo aperitivo pre incontro, il tempo di recuperare qualche tarallo, pomodori secchi, carciofini sott’olio, scamorza, un bicchiere di prosecco e via all’incontro. Se durante il primo intervento mi sono chiesta più volte cosa ci facessi lì, se non stessi sprecando il mio tempo ascoltando la solita raccolta di banalità e fuffa pre elettorali, quando è arrivato il momento dell’intervento del secondo candidato e delle osservazioni dei partecipanti, ho avuto l’impressione che ci fosse speranza, che la politica potesse aver voglia di occuparsi ancora di aspetti concreti, di strade percorribili, che ci fossero idee compatibili col tempo e lo spazio che viviamo, che ci fossero persone che ancora avevano voglia di trovare delle soluzioni. In particolare, in maniera per me lampante, gli interventi e le riflessioni più interessanti provenivano dalla fascia di età 25-40 e quando l’incontro è giunto al termine mi sono mossa verso le persone che avevano posto i problemi e i punti di vista più interessanti per dare la mia opinione. La conseguenza è stata che sono rimasta fino alla fine, quando la maggior parte dei partecipanti era andata via e un gruppetto è rimasto a chiacchierare e pulire. Mi sono così potuta presentare, raccontare la mia storia, iscrivermi alla mailing list, avere voglia di tornare, di partecipare, prendere contatti perché, se c’è una cosa che ho imparato in questo mese e mezzo, è che i contatti sono fondamentali, sono l’elemento che ti dà speranza, la rete a cui puoi chiedere aiuto e, poiché spesso sono espatriati, conoscono perfettamente le anse acute del percorso che stai facendo. 

Sabato invece ho provato ad uscire dal circolo italiano e ho approfittato di uno degli eventi settembrini di Parigi e i suoi comuni limitrofi: la presentazione delle associazioni locali. Mi sono così addentrata tra i gazebo, fermandomi a parlare con quelli che mi parevano più interessanti. Ho preso informazioni sull’atelier di scrittura creativa salvo realizzare a conversazione inoltrata che richiede una conoscenza del francese che ancora non posso avere. Sono andata a cercare il gazebo della squadra di calcio locale per chiedere se ci fosse una sezione femminile (c’è ma le cosiddette senior hanno circa 18-19 anni) lasciando il mio numero di telefono perché, casomai avessero bisogno di un aiuto ad allenare, ero interessata. Mi sono iscritta ad un’associazione di scambio gratuito di saperi mettendomi a disposizione per chi volesse fare conversazione di italiano e sabato pomeriggio andrò alla riunione in cui verranno presentate le varie possibilità di scambio. Anche qui, ho cercato di porre le basi per creare contatti, per provare a vivere il luogo, per non essere solo un satellite rinchiuso nella sua stanza. 

La sera poi avevo voglia di kebab e sono andata in uno dei vari locali affacciati sulla trafficata via principale. Ero seduta ai tavoli sul marciapiede, gli occhi sulla vita che passava, i gomiti lontani dalla sedia appiccicaticcia, come quasi sempre ero l’unica donna sola. Sono stata servita con cortesia e sorrisi genuini, di quelli che ti fanno sentire benvenuta e, quando sono entrata a pagare, mi sono trovata a chiacchierare con i sorridenti cuoco e cameriera (forse anche proprietari?). Lei aveva notato il mio anello, non abbiamo parlato di massimi sistemi, ma è stato un altro momento umano della giornata. Una volta uscita dal kebabbaro, ho preso la metro per il centro, a Parigi non manca l’offerta musicale spesso gratuita e io volevo approfittarne. 

Sono stata al Supersonic, locale da concerti spesso gratuiti e serate danzanti dietro piazza della Bastiglia. Sabato era prevista una serata synth-pop ma sono tornata a casa non particolarmente colpita. Il primo cantante era alla fine del suo set quando sono arrivata e non stava facendo un gran servizio a Nina Simone con la sua cover di Feeling good; il secondo gruppo mi pareva una rivisitazione francese delle musiche dei videogiochi e dei cartoni animati giapponesi; il terzo era più interessante e intenso ma alla lunga le canzoni si assomigliavano paurosamente l’una all’altra, quasi fossero solo dei testi recitati su una base che usciva da un computer. Tutta la serata aveva un che di sintetico, di artefatto, di eccessivamente rileccato o, forse più semplicemente, mi sentivo molto fuori luogo e probabilmente con circa dieci anni in più della media del pubblico. Ma l’importanza, mi dico, è uscire, che in camera potevo restare anche a Firenze, e intanto vedere cosa si muove, osservare, prendere confidenza col luogo, con le sue abitudini, con le dinamiche di una grande città in cui non ho mai vissuto e in cui sto facendo cose che a Firenze non avrei mai fatto. 

Mi ero segnata altre osservazioni, ho fatto altre passeggiate a Parigi scoprendo una città che cambia a seconda delle zone, non ho ancora risposte dall’Inps e a volte anche riuscire ad avere indicazioni univoche e chiare dalla pubblica amministrazione francese è complesso, ma ho già scritto abbastanza e a breve devo uscire. Ieri ho guadagnato i miei primi soldi da quando sono arrivata andando a fare la babysitter ad una bambina italiana mentre i genitori andavano allo stadio a vedere la Champions League. Oggi vado a vedere se, finché non trovo un lavoro più remunerativo e a tempo pieno, ho un impiego quotidiano ma a tempo molto parziale come babysitter. Non sarebbe molto ma per cominciare, per non essere completamente in perdita, per ricordarmi cosa è il lavoro in cambio di denaro, è stata la classica offerta che non si può rifiutare.  

Tutte le persone con cui ho parlato mi hanno invitata ad avere pazienza e fiducia, a non abbattermi. Io sto prendendo questo tempo per mettere sempre più a fuoco cosa non voglio fare, cosa è realmente importante per me, come se stessi seminando o costruendo pezzetto dopo pezzetto una visione più chiara di me e delle mie aspirazioni. Ci sono momenti più difficili di altri ma per ora vedo ancora il beneficio dell’uscita dalla comfort zone: è dura, faticosa, tortuosa ma anche assolutamente necessaria e ancora non mi sono chiesta chi me lo abbia fatto fare, anzi, la sensazione che più si avvicina al mio stato d’animo è quella quiete che provavo quando, durante il viaggio in Workaway, era venerdì e ancora non sapevo dove avrei dormito dopo il fine settimana. Io però potevo fare solo una cosa: non farmi prendere dal panico, inviare richieste e avere pazienza, le risposte sarebbero arrivate. Allora avevo avuto ragione, per ora non mi sento ancora di cambiare stato d’animo.

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