Mi rendo conto che, da quando ho ripreso a scrivere, la morte di Morgane sembra aver preso possesso di ogni cosa. Di fatto è così anche nella mia vita quotidiana, il suo è un fantasma un po’ più sbiadito di prima ma sempre presente, come un qualcosa che fa parte irrimediabilmente di me. So che è normale e non gli dò troppo peso ma ancora una volta realizzo quanto le fasi del lutto siano mutevoli, quanto non ci sia un giorno che assomigli a un altro. Ci sono giornate in cui Morgane è come un post-it non particolarmente urgente che intravedo sulla scrivania, altre in cui rivivo dei rapidi flash vividissimi e violentissimi del suo corpo vivo e del suo corpo morto, come se nel buio qualcuno mi sparasse improvvisamente un faro negli occhi. Non mi sento di escludere anche un legame con le mie fasi ormonali ma credo che faccia parte comunque della mia inevitabile reazione al trauma.

Anche la mia sensibilità di fronte alle notizie di decessi più o meno celebri di persone giovani mi tocca molto di più di quanto non avrebbe fatto fino a tre mesi fa. Sono morti di cui tocco l’assurdità e l’ingiustizia per quanto, apparentemente, sia nella normalità delle cose morire di cause naturali prima della vecchiaia. Vedere sui giornali online le foto di questi morti precoci mi getta una ragnatela di disagio addosso. Qualche giorno fa ho visto un pezzetto di video in cui compariva Taylor Hawkins, defunto batterista dei Foo Fighters che non mi rappresentava pressoché niente, e le sue immagini piene di vita hanno acquisito un sapore che non riuscivo a percepire come reale. Il sapore di qualcuno che un attimo prima c’era e un attimo dopo si trasforma in immagini intangibili e incomprensibili. Proprio come se incorressi nello stesso errore di sistema di cui parlavo nel post precedente.

Quindi anziché di Parigi sto scrivendo di me che per l’appunto mi trovo più o meno sotto il cielo di Parigi, dei miei pensieri dispersi nella grisaille ventosa alternata a giornate (mai più di una di seguito) di sole e vento. Il punto è che davvero, per quanto stia riprendendo un lento funzionamento, fatico ancora a ritrovare l’entusiasmo per quel che potrà venire e mi sento come se avessi semplicemente raggiunto il livello successivo di questo gioco di sopravvivenza. Che si badi bene, entusiasmo e consapevolezza sono due sentimenti totalmente diversi, io so che non è finito il mondo, che di fronte a me c’è un futuro, la possibilità di portare avanti quel che ho cominciato, ma in questo momento mi sento un po’ come una macchina imbottigliata nel traffico: rassegnata e che a stento ingrana la seconda. Sono però una persona paziente.

C’è anche da dire che da quando sono rientrata lunedì scorso non ho condotto una vita particolarmente eccitante. Ho ripreso da dove avevo lasciato: gioiosamente più Elio di quanto convenuto inizialmente, scarsa vita sociale e il solito molto tempo da riempire. Anche se con una lievemente maggiore energia nel campo della ricerca di lavoro e una piccola traduzione dall’italiano all’inglese che mi sta prendendo più tempo del dovuto probabilmente perché, oltre a dover fare un po’ di ricerca sul tema di cui non so praticamente niente per esser sicura di tradurre bene, mi ha portato più volte nel triangolo delle Bermuda di internet affascinata dal tema: l’arrampicata sui monti della Patagonia.

Ieri c’era il sole e nel pomeriggio ne ho approfittato per camminare a caso per strade delle Lilas che non avevo mai percorso prima, quelle a cavallo fra Les Lilas, Bagnolet e il ventesimo arrondissement di Parigi, una tranquilla zona residenziale in cui vecchio e nuovo si mescolano incessantemente. Sto cercando di tenere un ritmo in cui vado a letto ad orari decenti e mi sveglio relativamente presto al mattino, orari in cui alle 10 non mi sto alzando dal letto e sono già pienamente operativa. Orari in cui durante il fine settimana posso non sentirmi in colpa se faccio poco.

Dimenticavo, come si fa con le cose che vorremmo fossero già risolte ma invece pendono fastidiosamente, forse l’altra cosa più energivora della ricerca di un alloggio: la ricerca di un/una nuovo/a coinquilino/a che è stato un po’ naturale prendessi in carico io avendo poi ogni interesse a restare qui a lungo, anche quando magari gli altri inquilini andranno via. Forse questa ricerca mi ha dato il primo grande insegnamento del 2023: trovare qualcuno con cui condividere la casa è un lavoro vero e proprio, succhia tempo ed energie e se a volte le persone a cui scrivevo mesi fa non rispondevano ai messaggi, c’era un motivo, era fisicamente impossibile rispondere a tutti.

Dopo una settimana di temperature calde per la stagione oggi è tornato il freddo, per i prossimi giorni è prevista anche qualche sporadica nevicata e io forse potrò dare un senso al gran numero di calze e calzini invernali che il mio Babbo Natale ha deposto sotto l’albero. Per ora mi aspetta un salto al triste supermercato alla ricerca di quei prodotti che non trovo (o che non vale la pena comprare) nelle boutique di cibo biologico e sfuso che ho iniziato a frequentare da quando sono qua. E l’informazione sul mio passaggio al supermercato potrebbe sembrare irrilevante se non fosse che quando sono tornata per Natale e sono andata a comprare un paio di cose alla Coop, ho vissuto una sorta di bomba adrenalinica in cui tutto era talmente pulito, talmente esteticamente gradevole, talmente invitante, che avrei voluto comprare l’intero supermercato. Ecco, se devo trovare una cosa che veramente veramente mi manca di Firenze, è la Coop.

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