Quando rifletto sugli ultimi dodici mesi, non posso che pensare che siano stati i dodici mesi in cui ho finalmente conosciuto la vita, nel bene e nel male. Ci sono stati la scoperta, l’eccitazione per il nuovo, gli incontri, l’umanità che ho incrociato nel mio viaggio e quella che ho trovato a Parigi, l’esaltazione per una vita in cui finalmente vedevo il senso di quel che stavo facendo e la presa di coscienza di chi fossi e cosa volessi fare. C’è stato l’amore, per gli altri e per me stessa, c’è stato anche quello non corrisposto e le lacrime che lo hanno seguito. C’è stata (e c’è ancora) la precarietà lavorativa, abitativa, personale. C’è stata, infine, anche la morte in una di quelle forme assurde che pensi sempre non capiterà mai a te e invece succede proprio a te e l’unica cosa che puoi fare è accettarla e andare avanti. E allora eccomi ancora qua, con la vita che continua a ricordarmi che non tutto è perfetto, non tutto è facile ma che alla vita alla fine sono attaccata e il mio istinto di sopravvivenza è superiore alla mia pigrizia.

Ho scritto l’ultimo post in uno stato di quasi inebriante ottimismo, nuovamente collegata col mondo, con quel che mi appassiona, col senso delle cose e non col solo intento di arrivare a fine giornata fisicamente in vita ma il resto che cos’è? che ha caratterizzato la mia vita dal 24 ottobre. Due giorni dopo però, l’entità della mia perdurante fragilità mi si è presentata nella maniera più subdola mentre in un babysitteraggio serale stavo addormentando Elio. Mi sono seduta per terra appoggiata al suo letto col mio libro mentre lui leggeva il suo. Quando ha spento la luce mi ha chiesto, come tutte le volte che lo metto a letto io, di fargli i grattini e, come tutte le volte, ho eseguito. Di solito è di spalle, a portata delle mie mani ci sono la schiena, le braccia e i capelli. Domenica, invece, era supino e un po’ storto e le mie mani arrivavano comodamente soltanto al petto e a una porzione dei capelli. Sono bastati pochi movimenti delle mie dita sul petto di Elio per riportarmi al momento in cui tracciavo sentieri immaginari su quello nudo di Morgane a un’ora imprecisata della notte prima che morisse, che mentre io mi abbandonavo a lei, lei stava per abbandonare la vita e ancora non lo sapevamo. Sono tornata nella penombra della sua camera da letto e non sono più riuscita a togliermi l’immagine dalla testa per i giorni che sono seguiti. E sarà che le mie sindromi pre-mestruali sono sempre state epiche e quelle di questi ultimi mesi si stanno rivelando particolarmente violente nell’espressione della tristezza, ma a quest’ultima si è anche aggiunta la notizia che pendeva sulla mia (in)stabilità come una spada di Damocle e finalmente la data che temevo è arrivata: per il 15 aprile dovrò aver trovato una nuova sistemazione abitativa.

Se avevo accolto marzo salutando un buon numero dei sintomi da stress post-traumatico di cui sono piuttosto certa di aver sofferto, la notizia di dovermi mettere a cercare casa senza avere un contratto di lavoro vero e lo stress che questo comporta, mi ha fatto piombare in una depressione paralizzante per circa 48 ore, il tempo che mi venissero in effetti le mestruazioni. Nel frattempo ero riuscita a malapena a spiegare al padre di Elio la mia situazione, tanto avevo la voce rotta dal pianto; il giorno dopo ero andata a Bussy-Saint-Georges da una mia amica e ci erano voluti circa dieci minuti prima che riuscissi a mettere insieme tre parole per fare una frase di senso compiuto senza piangere e una giornata di chiacchiere, una passeggiata al sole e risate sceme leggendo brutte figure surreali raccolte su Instagram per restituirmi alla società civile. E non che adesso la situazione casa sia meno stressante ma se non altro ho iniziato a muovermi per cercare di capire che opzioni ho. È una fatica enorme ma, come col lutto, l’unica cosa che posso fare è accettare la situazione, andare avanti e non aver paura di chiedere aiuto. Sperare che l’incidente di percorso sia questo stato di paralisi e non le due settimane in cui mi sono sentita di nuovo pienamente un essere vivente.

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