Quando ero in Africa… – 3 – Margie e Bruce

Mia sorella ed io venimmo alloggiate in una stanzina che dava sul retro. Dormivamo su dei materassi buttati sulla moquette e scoprii con orrore che quello scorpione morto trovato un giorno qualunque non era stato il primo, era semplicemente stato il primo che era sfuggito alla bonifica da parte di mia madre. I miei genitori invece presero possesso di quello che presumibilmente era il salotto di Margie: una stanza con una grande finestra-parete e un poster del militane anti-apartheid Steve Biko in bella vista appena si varcava la porta. Di Biko ho letto poi una volta più grande quando al liceo partecipai a un progetto dell’Unesco e feci una piccola ricerca ma quel manifesto fa parte delle immagini che mi si sono attaccate agli occhi per poi non andarsene mai via del tutto. A Steve Biko è dedicata anche una canzone di Peter Gabriel, una di quelle canzoni che mi fa venire i brividi già dalle prime note. Ogni volta.

Mia sorella ed io dopo una cospicua grandinata invernale, indicativamente non più tardi del 1995. Il 9 sullo sfondo era il civico di casa di Margie. La casa che si intravede in alto è però un’altra casa, non ho foto della nostra prima casa.

Margie non ha età per me, a malapena ha una fisionomia. Era castana chiara, aveva occhiali tondi con una montatura leggera e corporatura esile. Sulla quarantina, forse. Di lei ricordo che una volta si era svegliata accanto a un cobra (non a Johannesburg, fortunatamente) e che la prima parola in italiano che aveva imparato era stata “basta”. Lo aveva detto quando mi aveva sentito mettere daccapo per l’ennesima volta la cassetta che mi aveva compilato mia madre a partire da cassette che Margie le aveva messo a disposizione. Ero partita dall’Italia ascoltando Cristina D’Avena e litigando con mio babbo perché volevo assolutamente la cassetta di “Hanno ucciso l’uomo ragno” degli 883 che tutti cantavamo ossessivamente, avevo finito per portare all’esasperazione Margie a forza di ascoltare i Blues Brothers (o Bloues Brothers come aveva scritto mia madre, figlia di un’epoca in cui l’inglese si usava ancora poco e scaraventata in un paese di cui non conosceva la lingua principale). Per rimediare a questo mio approccio ossessivo all’ascolto, mio padre portò ad aggiustare il lettore cd che aveva comprato anni prima e mi mise in mano la scarsa dotazione musicale che aveva: il triplo Live 1975-85 e Tunnel of Love, entrambi di Bruce Springsteen. Mia madre mi suggerì di partire dal secondo volume del primo. Mi sembrava strano cominciare dal secondo e non dal primo ma lo stesso inserii il cd e pigiai play.

Il suono del pubblico, una voce maschile che introduce il brano con un rapido e perentorio “one, two, three”, la batteria con un quattro quarti classico di gran cassa, rullante e charleston che dà il tempo al riff di chitarra, poi un “uuuu uhu uhu uhu” quasi tarzanesco, un “uaaaa” un po’ stridulo che dà il via all’ingresso di tutti gli altri strumenti. Il cantato.

Trovai il mio Boss e il suono di tutto ciò che è familiare.

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