Quando ero in Africa… – 29 – Wild things parte 2

Poiché era molto lungo continuo qui il post sulle cose “selvagge” che mi sono capitate in Sudafrica. Trovate la prima parte qui.

Nell’ambito delle zone protette invece non posso dimenticare il pomeriggio in cui nella riserva di Pilanesberg ci trovammo in uno dei casottini in legno affacciati su un laghetto e vedemmo arrivare un’intera mandria di elefanti. Erano talmente tanti che non riuscivamo neanche a contarli. Bevvero, giocarono in acqua e non si allontanavano. Il particolare era che erano molto vicini al sentiero che avremmo dovuto percorrere per tornare alla nostra macchina e quindi dopo i primi momenti di stupore e meraviglia iniziammo a chiederci: riusciremo mai a tornare alla macchina e poi al campo? Ovviamente poi con molta pazienza e un filo di timore raggiungemmo tutto. Non ricordo se nel corso della stessa vacanza o in un’altra riserva invece ci trovammo in macchina faccia a faccia con un enorme rinoceronte bianco e credo che fu solo la mia insistenza dovuta alle nozioni dei ranger durante la gita scolastica a Pilanesberg a convincere mio padre che una dimessa retromarcia sarebbe stata più efficace di uno spegnimento di motori in attesa che il rinoceronte se ne andasse.

Mia mamma in un casottino affacciato su una pozza d’acqua
Struttura protettiva per raggiungere il casottino dal parcheggio delle auto. Il tipo di struttura dipendeva dalla pericolosità degli animali che bazzicavano la zona.

L’ultimo episodio che racconterò fu selvaggio (nonché ottima storiella da raccontare) solo per me. Nel 1998 eravamo già tornati in Italia ma poiché mio padre era tornato a lavorare in Sudafrica con due contratti semestrali, cogliemmo l’occasione per una visita di un mese. Uno dei luoghi che scegliemmo fu la riserva naturale di Mabalingwe. Fra le attività che la riserva offriva c’erano anche delle gite a cavallo.

Mia sorella Marta con uno dei cavalli di Mabalingwe. Credo che lei si divertì.

Nel pomeriggio quindi ci avvicinammo alle stalle dove mi fu assegnato un cavallo che poi si rivelò difficile da governare quanto il suo nome: Vodka. Vodka infatti tendeva a fermarsi, costringendo tutti gli altri cavalli in fila a improvvisi stop. Una volta addirittura si piantò in mezzo al sentiero, fece partire una lunga cascata di pipì e solo con fatica la guida riuscì a farlo ripartire. Ma il peggio doveva ancora venire: una volta rientrati alla base, visibilmente infastidita dalla mancata scintilla scoccata fra me e Vodka e decisa a separarmene il prima possibile, io feci per scendere ma poiché il ranger ci stava giusto dicendo di aspettare il suo segnale per farlo, rimontai in sella. Ecco, Vodka a quel punto decise che quello era il segnale che potesse tornarsene nel suo loculo e quindi lì si diresse. Io non so cosa accadde fuori, chi se ne accorse, fatto sta che mi trovai con orrore a entrare in una stalla in cui vari cavalli mi mostravano le loro sode chiappe mentre io riuscivo a pensare soltanto: speriamo che non scalcino. Non contenta, il giorno dopo decisi di riprovarci. Questa volta il gruppo era più contenuto, a dire il vero forse eravamo solo io, mio padre e mia sorella, e mi fu assegnato un altro cavallo, di cui non ricordo il nome, caratterizzato invece da un famelico deficit dell’attenzione. In varie zone del parco erano stati depositati dei blocchi che gli animali della savana potevano leccare in caso di carenza di cibo più autoctono, questi blocchi erano proprio dei parallelepipedi che non piacevano solo ad antilopi o chi per loro, piacevano molto anche ai cavalli, in particolare al mio che si fermava ogni volta che ne trovava uno. Dopo l’ennesima sosta la guida mi propose uno scambio, lui avrebbe preso il mio e io il suo. Sfinita accettai di buon grado sennonché la prima cosa che fece Sparkle (il cavallo della guida) fu di cominciare a trottare senza alcun mio comando per portarsi alla testa della fila, il tutto scuotendo vistosamente la criniera infestata di mosche (cosa che poi continuò a fare per tutto il resto della gita, quasi fosse un tic). E quindi ancora mi vedo tra gli alberi che ballonzolo su questo cavallo senza sapere cosa fare e come fermarlo. Capimmo poi che l’unica cosa che gli interessava era stare in prima fila e appena la raggiunse rallentò e si adeguò al passo di tutti ma per me, maniaca del controllo, quello fu un episodio che viziò ogni mio rapporto futuro coi cavalli.

Niente di particolarmente selvaggio ma di certo con un’allure che i boschi toscani non avevano.

Mio padre che scruta il vasto orizzonte dal campo di Mabalingwe. Sì, era una piscina e sì, è stata la mia prima meravigliosa esperienza con l’idromassaggio.

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