Vite che sono la mia / 4

Quando sono arrivata al capezzale della nonna è cominciata una vita di attesa non particolarmente interessante. Per ora salterò le ore passate con la famiglia per concentrarmi su un’altra delle mie vite post vacanziere di cui non ho dato conto.

Se c’è una cosa che mi ha regalato la pandemia è stata una maggiore volontà di non avere rimpianti, di non farmi sfuggire le occasioni, anche quelle con un impatto sul conto in banca purché non sia scriteriato. Il viaggio in Grecia è nato per caso a metà giugno e ha seguito questa traccia. Da lì è stato un susseguirsi. Un rientro lampo in Sardegna per accompagnare mia madre approfittando di un volo di rientro a 5 euro, una gita fuori porta con mia sorella anche se con la macchina un po’ più scomoda dei genitori anziché la mia, mandare le foto per fare la comparsa in un film, prendere in considerazione la spesa di un taxi in Grecia pur di fare qualcosa di cui altrimenti mi sarebbe rimasto il tarlo del rimpianto, seguire M. in cammino senza pensarci troppo. Senza contare le opportunità a cui ho dovuto dolorosamente rinunciare perché tutto tutto tutto proprio non sarei riuscita a fare.

La vita numero 4 comincia a inizio luglio quando senza impegno e mossa dalla volontà di provare tutto quel che potessi provare, mi faccio fare qualche foto intensa da mia cugina e le mando alla società che si occupa di reclutare comparse per le riprese fiorentine di un film ambientato negli anni ’70. Quando ormai avevo perso ogni speranza, mi arriva la telefonata in cui mi si chiedono le disponibilità di agosto e, appurato che coincidono con quelle delle riprese, viene fissata la prova costume. Pochi giorni dopo mi presento quindi nel luogo designato e quando arriva il mio turno entro nella sala dei costumi. Una stanza piena di abiti vintage anni 70, in particolare noto un gran numero di camicie con fantasie e colori che vorrei fossero nel mio armadio anziché appese a delle grucce in una stanza allestita per le prove dei costumi.

Vengo provata come manifestante, vado al piano di sotto per il trucco e parrucco e accetto di farmi accorciare dei preziosi ciuffi al fine di rendere la mia già abbondante cesta di capelli ancora più leonina. Quando torno di sopra per le foto definitive però la costumista mi squadra pensierosa. “Io la proverei come suora 2” le sento pronunciare. I miei occhi in quel momento si allargano in un’espressione inorridita e dentro me un pensiero si agita: “perché mi vedono come suora?”. Anche perché oltre alla costumista sono due le altre persone che paiono esaltate e sempre più convinte di quell’intuizione. “Sì sì, l’ho visto subito che aveva la faccia da suora”. E intanto mi chiedo come sia possibile che dietro una mascherina si possa riconoscere una faccia da suora. “Hai gli occhi buoni” mi dice la costumista per ripianare il mio sconcerto. Intanto indosso l’abito e uno strisciante disagio si impossessa di me. La consegna di un rosario non migliora di certo la cosa. Possibile che da quando ho dodici anni mi si dica che paio una suora? Evidentemente sì e l’assoluta convinzione delle costumiste ne è viva testimonianza.

Le costumiste però non avevano fatto i conti con agosto e il ripetuto slittamento delle riprese per cui quando sono stata definitivamente convocata per il 10 settembre, mancava la suora 1 e quindi il mio costume è stato prontamente cambiato in quello di una passante con uno stile peraltro neanche troppo diverso dal mio al punto che, quando mi sono presentata al trucco e parrucco, le indicazioni erano chiare: trucco naturale, quasi niente. Con peraltro sommo sbigottimento di parrucchieri e truccatrice.

Sapevo che i tempi del cinema erano poco compatibili con il sonno ma dovermi presentare ai costumi alle 5.45 in modo tale da partire per il set intorno alle 8 è stato comunque uno shock. Ciononostante ho amato ogni secondo della giornata. Non credo sia la deformazione professionale di una abituata a lavorare nell’ombra, da sempre subisco il fascino del dietro le quinte, ma vedere sprazzi di come funziona un film è stato, per dirla all’inglese, essere like a kid in a candy store. Imparare la differenza tra motore, azione e movimento; vedere come a ogni comparsa venivano affidati dei prop di scena e una piccola storia da interpretare in qualche modo (io, ad esempio, ero felice perché stavo andando da mia sorella per organizzare un fine settimana insieme); assistere al coordinamento per bloccare il traffico di autobus in piazza Santissima Annunziata; osservare il via vai incessante di lavoratori, ognuno dei quali fondamentale per la riuscita del film. Ogni secondo passato sul set è stato un tuffo in qualcosa di nuovo, non totalmente sconosciuto, ma mai visto in prima persona. Tanto che quando verso le 16 ci hanno comunicato che la giornata di lavoro delle comparse era finita, ho accolto la notizia con sollievo solo ed esclusivamente perché avrebbe significato potersi togliere le scomodissime scarpe che avevo addosso.

Una volta rientrati all’hotel che conteneva i costumi e i nostri abiti civili, una comparsa alla volta ci siamo svestiti, abbiamo firmato il cartellino e ci siamo salutati. Io ho preso la bicicletta, avevo talmente tanta energia ancora addosso che ho fatto un giro lungo, anziché approfittare delle piste ciclabili lungo i viali mi sono addentrata per il centro di Firenze ancora non tornato a livelli di impraticabilità per i velocipedi da pre covid.

A casa mi sono fatta una doccia, ho mangiato e alle 20.46 già dormivo nel mio letto. Ancora non lo sapevo ma mi aspettava un risveglio emotivamente brusco la mattina successiva.

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