Vite che sono (state) la mia / 7

Il 14 settembre invece era una giornata grigia, nel meteo e nell’animo. Sembra un paradosso ma i tre giorni che hanno seguito la morte di mia nonna sono stati carichi di estrema vitalità. Uniti ai dieci giorni che li avevano preceduti mi avevano lasciato con la sensazione di aver vissuto tante vite diverse e molto più interessanti di quella a cui sarei tornata. Come se non bastasse, per la prima volta dal 2008 questo settembre si presentava senza l’impegno quasi quotidiano della preparazione atletica per la stagione calcistica. Avevo lasciato la scelta sul mio futuro agli eventi e gli eventi erano stati chiari: lo dici dal 2012, quest’anno è arrivato il momento per davvero, smetti. Ciononostante non è stata una separazione indolore, il calcio ha rappresentato la seconda grande rivoluzione della mia vita dopo il trasferimento in Sudafrica di cui ho scritto ampiamente nel corso dell’ultimo anno.

Rara partita con tasselli a sei in campo senza erba

E’ la prima volta che parlo convintamente al passato della mia esperienza calcistica. Anche se qualche settimana fa, quando nel fare ordine fra le mie cose ho dovuto decidere cosa fare delle mie scarpe da calcio, un po’ ho vacillato. Ne ho buttato un vecchio paio che ormai non usavo da un paio d’anni, ho cestinato anche le scarpe coi tasselli a sei che tanto detestavo perché ogni volta che le indossavo le toglievo a metà partita preda di dolorose vesciche. Le ultime scarpe che ho usato però le ho tenute, anche se davano i primi cenni di cedimento. Addirittura, poiché l’ultima volta che le avevo usate pensavo di riprenderle al massimo una settimana dopo non ero neanche stata tanto meticolosa nella manutenzione, allora le ho pulite. Prima sotto l’acqua per togliere i residui di terra, poi le ho messe ad asciugare con dei fogli di giornale dentro. Il giorno dopo, prima di andare a lavorare, le ho cosparse di grasso per ammorbidirle. Mentre con la spazzola spandevo il grasso sulla tomaia mi sentivo come ci si sente a prendersi cura di qualcosa a cui si vuole bene, infinitamente bene, ancora.

Non ho mai amato l’assolutismo della frase “il calcio è lo sport più bello del mondo” però posso dire con certezza che il calcio è lo sport che più amo e ho amato e che per me non è stato solo uno sport ma è stato molto di più.

E’ strano perché giocavo a calcio da quasi dieci anni la prima volta che misi nero su bianco cosa il calcio significasse per me, perché per così tanto tempo avessi sacrificato sabati sera festaioli, domeniche e tante altre cose che mi sarebbe interessato fare, con un “non posso, ho allenamento” o “no, domenica è di partita, non ci sono”; e perché, nonostante la stanchezza con cui arrivavo a fine stagione, poi non vedessi l’ora che cominciassero i tornei di calcetto estivi (un mero palliativo per chi crede nel solo calcio a 11) e ad agosto trovassi la forza dentro di me per seguire da sola il programma di pre-preparazione per poi trovarmi infine a settembre ad affrontare la preparazione atletica ed una nuova stagione. Certo, spesso pensando a chi me lo avesse fatto fare, però sempre lì.

La semplice verità è che messi su una bilancia i sacrifici e la gioia, il piatto pendeva sempre dalla parte di quest’ultima.

Foto della mia seconda stagione calcistica, 2008/2009. Confrontata con le successive si vede proprio la differenza fra la ragazzina degli inizi e la donna della fine. Nella prima stagione era raro che riuscissimo ad essere in 11 in campo ma non è stata mai una buona ragione per non provarci. La volta in cui perdemmo 12 a 1 esultammo come avessimo vinto perché eravamo riuscite a segnare un gol.

Fin da bambina ho amato il calcio. Non so se sia stato un amore indotto perché circondata da cugini maschi che giocavano in giardino o per un qualcosa di innato, ma il calcio è sempre stato il mio sport. Anche quando ne praticavo altri, il calcio era il pensiero latente che mai mi abbandonava. Come autodidatta ero anche bravina, tanto che alle scuole medie, centro di aggregazione delle peggiori cattiverie pre-adulte, ero l’unica femmina non solo accettata ma anche ricercata dai maschi quando ci veniva concesso il pallone. Non avevo mai giocato in una squadra però, intimorita dalla paura di non essere all’altezza, dal pregiudizio sulla sessualità delle calciatrici e dal materno monito “Ti verranno le cosce grosse”. Nel 2007 però presi coraggio e davanti ad una collega di mio zio alla ricerca di ragazze di età compresa fra i 14 e i 21 anni per fare una squadra, decisi di tentare la strada dell’attività agonistica. Quel giorno la mia vita cambiò radicalmente.

Il calcio mi ha salvata e non è un’esagerazione. Quando ho iniziato a giocare in una squadra, nel settembre del 2007, ero una ventunenne che si sentiva già finita, triste, solitaria e asociale, arida e disillusa. Il calcio è stato una scuola di vita, una sorta di psicoanalisi molto meno dispendiosa e, soprattutto, molto più utile sul piano della forma fisica. La squadra per me è stata una famiglia, uno spazio accogliente e libero che riduceva le distanze fra persone molto diverse fra loro e in cui per la prima volta in vita mia la condivisione non si basava su gusti musicali, visioni politiche comuni, interessi etc, bensì era un posto in cui si condividevano fatica, emozioni e soprattutto leggerezza e questo, ho imparato, crea un tipo di legami che non esito a chiamare viscerali e che possono essere anche molto più forti di quelli afferenti alla sfera più prettamente “intellettuale”. O almeno, per me, è stato a lungo così.

Proprio per quanto scritto all’inizio, il calcio più che lo sport in sé, per me è stato un mondo fatto di persone, di relazioni, di emozioni, mondi su cui avevo molto da imparare e sui quali il calcio e gli incontri che mi ha permesso, mi hanno insegnato tanto.

Non ho mai vinto un campionato, non ho mai vinto una coppa, non so neanche quanti gol ho segnato o quante partite ho giocato, però ho nitidissime le emozioni che mi hanno regalato certe sconfitte immeritate, certe partite in cui tutto girava alla perfezione, certe partite in cui avrei (o avremmo) fatto più bella figura a non entrare in campo, certe partite in cui non avevo voglia e poi al fischio finale mi sono chiesta come avevo solo potuto pensare di non voler giocare, certe partite caparbie, certe partite di sacrificio fino all’ultimo secondo, certe partite in cui senti che niente può andare storto, certe partite che richiedono pazienza, certe partite in cui tutto è un’ingiustizia, certe partite in cui trovi il tempo di ridere delle parole che senti in campo, certe partite o allenamenti sul campo ghiacciato, sotto la neve, sotto la pioggia battente, certi allenamenti in cui alla fine non puoi fare altro che farti un applauso per averli finiti, certe serate nello spogliatoio in cui ti devi mettere a sedere per i crampi dalle risate sul nulla.

Chi non ha mai calcato quel prato verde (o melma marrone a seconda dei campi in cui ti trovi a giocare) non potrà mai capire fino in fondo il groviglio di emozioni forti e diverse, di testa e di cuore, che provoca giocare una partita di calcio o appartenere a una squadra di calcio. Immagino che per altri sport sia qualcosa di simile ma io l’agonismo l’ho fatto solo nel calcio e di questo mi sento di parlare.

Classica partita che non avevo voglia di giocare e invece si è rivelata probabilmente la migliore giocata in quel campionato

Poi certo, non è stato tutto necessariamente positivo. Ho perso il conto delle domeniche in cui mi sono svegliata canticchiando che la domenica mattina voglio stare nel mio letto; è stato stancante sia fisicamente ma anche psicologicamente poiché, proprio in quanto aggregazione di persone diverse, è anche soggetto a varie dinamiche non sempre piacevoli ma, nonostante l’impegno grande che ha richiesto, non è stato facile lasciare andare.

Negli ultimi anni avevo ridotto sempre di più l’impegno ma la leggerezza che mi dava la squadra e la gioia sconsiderata di certi momenti continuavano a mettere in crisi costantemente i miei progetti di abbandono del calcio perché come dice una mia amica non calciatrice che però conosce bene la categoria: “siete tutte uguali, tutte dipendenti, da che vi conosco non faccio altro che sentire che quest’anno smetterete per davvero e poi a settembre siete tutte di nuovo lì”.

Nel 2016 lasciai la squadra in cui militavo all’epoca a metà campionato senza averne ancora trovata un’altra, fu una decisione che sorprese me per prima visto il rigore con cui ho sempre affrontato l’impegno preso con altre circa venti persone ma ai tempi non vedevo altra soluzione al periodo che stavo attraversando. A livello personale la scelta fu quella giusta, ciononostante mi scoprii triste e affranta come dopo una separazione sentimentale, pianti e crisi di astinenza comprese. La lontananza infatti durò pochi mesi, il tempo di prendere contatti con un’altra squadra e regalarmi altre quattro stagioni, forse le migliori di tutta la mia carriera (se così si può definire). Quelle in cui peraltro a livello tecnico ero una delle più indietro ma, come capii in quegli anni, nel calcio conta anche la testa (che io avevo) ed è molto più divertente giocare con persone più brave da cui poter imparare.

Ciononostante il momento di smettere è arrivato anche per me e con esso il tempo dei bilanci. Ora che scrivo sono passati due mesi e mezzo dall’inizio della prima stagione calcistica a cui non sto partecipando e posso dire che non mi sono mancati gli impegni con cui riempire gli spazi vuoti del tempo, anzi, sono sicura che molte delle vite che ho vissuto in questi mesi sono legate anche all’assenza di questo impegno fisso. Quello che posso dire con certezza però è che c’è un piccolo spazio del cuore che è rimasto vuoto: ho sempre amato lo sport in generale ma il calcio è l’unico che sono riuscita a concepire come impegno fisso, il rumore di un pallone calciato è stato l’unico a farmi sussultare e ancora capita che qualche volta un brivido di nostalgia per le sensazioni che il calcio mi ha dato mi colga quando meno me lo aspetto. È un po’ come una stella cadente che passa davanti agli occhi per un momento e poi se ne va lasciandoti con un nostalgico stupore. Perché in fondo il calcio è stato un po’ come una fidanzata esigente, a volte problematica, faticosa, frustrante, litigiosa, stancante, ma anche accogliente, umana, leggera, gioiosa, liberatoria. In una parola: amore.

La penultima partita giocata prima dell’avvento del Covid il 23 febbraio 2020. L’incredulità nelle mani della mia compagna di squadra a destra la dice lunga sul gol che avevo appena segnato: controbalzo di collo sinistro da fuori area, sotto l’incrocio. Io il sinistro lo uso per fare simmetria e poco più o se proprio non posso farne a meno. Dopo questa ho giocato solo altre due partite: una sotto un vero e proprio muro d’acqua, un’altra che ho vissuto un po’ come una scampagnata sotto gli ultimi soli di ottobre 2020, ho segnato una doppietta e mi son chiesta perché volessi smettere. Poi ci hanno richiusi per tutto l’anno e il tempo ha preso la sua decisione. In 13 anni ho segnato di destro, di sinistro, da fuori area, da dentro l’area, su rigore, su azione, su punizione, da calcio d’angolo, con pallonetto su portiere in uscita, a giro, di collo, al volo, in mischia però non ho mai segnato di testa e questo rimarrà per me un rimpianto.

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