Vite che sono la mia / 8

Dopo due settimane così intense, il contraccolpo di un ritorno a una vita senza troppi alti gravava su di me come una pesante spada di Damocle. Ed infatti il contraccolpo si è verificato: mi sentivo piombata in un noioso vuoto e non vedevo come uscirne. Le scelte che uno prende però non sono quasi mai il frutto di un istante bensì un istante che dietro di sé ha visto accumularsene tanti altri e anche nei 10 giorni che hanno seguito il funerale della nonna, in fondo mi sono trovata a vivere un’altra vita, forse di passaggio, con una proposta di uscita dal vuoto.

Come ho scritto nella prima puntata di questa serie, M. sarebbe tornata più volte a settembre e infatti i nostri contatti non si sono esauriti col mio rientro a Firenze dopo la tre giorni di cammino insieme. La sera dopo mi aveva inviato una foto di lei e J. che mordevano una delle barrette energetiche che avevo lasciato loro facendomi intuire che avevano pasteggiato con quelle, la mattina dopo invece avevo ricevuto una foto dell’alba sui loro sacchi a pelo e delle domande fondamentali: come si chiamavano tutte le pietanze che avevamo mangiato tra Firenze e Bibbiena e qual era la frase sulla Coca Cola che le avevo detto per farle capire che i toscani aspiravano le “c”. Io avevo diligentemente risposto punto su punto, M. mi aveva ringraziato per tutto e comunicato che avrebbe spento il telefono fino a che non avesse raggiunto Assisi. Aveva concluso poi il suo messaggio scrivendomi che in un certo senso mia madre aveva ragione quando mi diceva che se credevo nell’esistenza di Dio, Dio c’era ma se non ci credevo non c’era. M. aggiungeva però anche che Dio non si manifesta se non gli apri la porta e che quindi avrei dovuto dargli una chance. Quando avevo ricevuto il whatsapp stavo guardando una puntata di Call my agent ed ero rimasta un po’ sconcertata dalle sue parole. Le avevo trovate un po’ invadenti, tipiche di quel proselitismo cattolico che detestavo. Ciononostante avevo messo in pausa Netflix e col mio rinfrescato francese avevo buttato giù una rapida risposta, poi mi ero scusata se il tono sembrava duro, non lo era, era solo lo scoglio linguistico a rendere le mie parole più nette. M. mi aveva inviato un sms la mattina successiva dicendomi di non preoccuparmi, capiva perfettamente e che avrebbe impiegato del tempo a rispondere. Due giorni dopo poi era morta mia nonna, avevo scritto un whatsapp a M. per comunicarglielo dal momento che il suo stato di salute aveva condizionato tratti del nostro cammino insieme e mi aveva inviato un messaggio di condoglianze e preghiere per tutta la mia famiglia. Era la seconda volta che mi scriveva che avrebbe pregato per qualcuno a me vicino, la settimana prima per mia nonna, ora per la mia famiglia. Quelle comunicazioni mi avevano lasciata un po’ stranita però avevo avevo ringraziato con gentilezza.

Lo spegnimento del cellulare di M. probabilmente era un po’ sui generis, diciamo che probabilmente si trattava più che altro di un taglio alle comunicazioni quotidiane e in particolare a quelle su whatsapp. Poi io ero entrata nel turbinio del funerale e avevo dimenticato l’attesa della sua risposta. Risposta che è arrivata circa una settimana dopo, lunga e articolata via email. Ricordo di averla letta al lavoro, di averla aperta con un po’ di timore di essere delusa dalla persona e poi di averla trovata una delle conversazioni più interessanti sul piano filosofico che mi fossero capitate da neanche mi ricordavo quando. In più mi aveva anche fatto ridere. Ovviamente ero perplessa da più di un aspetto del contenuto però mi trovavo chiaramente davanti a una persona che si interrogava, che cercava delle risposte, che non dava la fede per scontata. L’avevo trovata una mail profonda, piena di certezze sue ma anche aperta al dubbio. Le avevo chiesto cosa fosse Dio per lei e lei mi aveva risposto. Poi era tornata a parlare di me, della necessità di lasciarmi il beneficio del dubbio. Se parti dal postulato che Dio non esiste, allora è certo che non lo incontrerai mai. Se passi davanti a me dicendo che non esisto, allora è impossibile che potremo mai parlarci. Proseguiva cercando di spiegarmi che la fede e la preghiera si imparano col tempo. Ricordo che apprezzai il suo impianto dialettico, ne riconobbi la struttura e mi venne proprio voglia di controbattere, di argomentare, di avere opinioni diverse ma opinioni, non scontri. In un periodo storico in cui le opinioni sono fortemente polarizzate, nella sua lettera M. era convinta delle sue posizioni ma non ottusa, era aperta al confronto, interessata al mio punto di vista, comprendeva i miei turbamenti e anche a quelli dava una risposta. Io avevo una visione dell’istituzione ecclesiale come di un qualcosa di granitico, che marcia unito e concorde su tutto, lei mi mostrava come la Chiesa fosse fatta di persone e che ciascuna avesse un suo rapporto personale con la divinità. Dio è la cima della montagna, scriveva, ma i cammini per arrivarci sono i più disparati. Concludeva comunicandomi che avrebbe pregato per me. Alla peggio, diceva, se non credevo in Dio non sarebbe successo nulla ma in ogni caso non mi avrebbe provocato del male.

M. diventava sempre di più per me un mistero che non comprendevo ma che mi affascinava. A tratti mi inquietava anche un po’ ma allo stesso tempo mi metteva addosso una quieta allegria e voglia di saperne di più. Non saprei dire se il fatto che parlasse francese influenzasse positivamente il mio parere. La lettera mi era sembrata scritta benissimo, chiara, argomentata, scorrevole, ma è anche vero che non essendo il francese la mia lingua era più facile colpirmi sullo stile (credo che fosse scritta bene a prescindere, nel suo gruppo di amici M. è quella che ci tiene alla forma). Quel che mi chiedevo era se una parte del fascino non risiedesse anche nel gap culturale che c’era fra noi: venivamo da due mondi talmente diversi che era come se fossimo un terreno vergine l’una per l’altra da conoscere e su cui costruire quasi da zero. Lei di me aveva conosciuto brevemente mia sorella (le nostre sorelle sono molto amiche), io di lei sapevo solo che veniva da una famiglia molto credente. Per il resto avevamo età diverse, vite diverse, riferimenti culturali diversi. Da un lato dovevamo spiegarci, dall’altro non potevamo avere pregiudizi perché non sapevamo praticamente niente degli strati che avevano formato le nostre personalità. Nel nostro primo incontro, per dire, mi aveva detto che le piaceva la voce di Laura Pausini che a me non piace per niente e io avevo deciso di conoscerla lo stesso. Sul piano umano, invece, avevo l’impressione che non ci fosse bisogno di spiegare niente, ci capivamo bene.

Le avevo allora risposto con una lettera altrettanto lunga piena di altre considerazioni e domande e le avevo confermato che a fine mese avrei avuto un altro fine settimana lungo e che se le avesse fatto piacere e non fosse stato troppo complicato l’avrei raggiunta per un altro paio di giorni di cammino e conversazioni faccia a faccia sul contenuto della nostra corrispondenza. A fine mese io avevo qualche giorno libero e voglia di andare a Roma, lei in quei giorni si sarebbe trovata proprio lì.

Rileggendo la prima mail che M. mi aveva scritto a distanza di due mesi, mi rendo conto che in quei giorni di attesa ho cominciato a fare quello che mi suggeriva: prima di prendere una decisione, lasciati il beneficio del dubbio e cerca. Intanto ero andata a trovare Don Masi, avevamo parlato più della mia famiglia e dei suoi problemi di natura politica con la curia negli anni ’60/’70 che di ricerca spirituale però era stato un primo contatto. Poi avevo iniziato a pormi con più curiosità e meno sfida o rifiuto categorico nei confronti di tutto ciò che riguardava il cattolicesimo. Insomma, mi stavo aprendo alla possibilità che ci fosse qualcosa di buono anche per me. Magari non si sarebbe concretizzata però intanto stavo provando a conoscere qualcosa che non capivo del tutto.

Ogni tanto M. compariva con qualche messaggio con dei programmi di massima sui suoi giorni romani e un’avvertenza: da quando sua sorella era tornata in Francia, lei aveva smesso di prenotare il dormire e di comprare il suo cibo, ora chiedeva tutto bussando alle porte. T’es complètement folle mais j’adore! le avevo risposto e l’avevo anche tranquillizzata sulla sua incapacità di darmi informazioni dettagliate. Questo incontro con te, le dicevo, è un po’ come uscire dalla mia comfort zone e forse mi fa bene. Lei mi ringraziava per questo atteggiamento e rimandavamo sempre più in là il momento di darci un appuntamento vero e proprio in città. L’unica certezza era che sabato 2 ottobre saremmo uscite a piedi da Roma.

Nel frattempo avevo passato un fine settimana spaparanzata sul divano senza sapere bene cosa fare disabituata com’ero a non avere impegni. Un altro fine settimana invece lo avevo passato nuovamente dai miei genitori, il sabato impegnata in una piccola vendemmia di famiglia, la domenica come babysitter di una bimba di un anno che mi sono trovata ad addormentare cantando le ninnananne di mia nonna.

Avrei potuto concludere questo episodio qua, il punto è che tra il messaggio in cui ci accordavamo per incontrarci a un certo punto a Roma e il mio effettivo arrivo a Roma sono successe altre due cose. La prima è una lunga e profonda risposta punto per punto di M. alla mia mail, la seconda è una decisione che probabilmente stavo costruendo ma che è esplosa dopo un mese in cui l’unica vita che non mi era piaciuta tra quelle vissute era quella che stavo facendo da dieci anni. In questo settembre in cui ho seguito più l’istinto che la testa un giovedì pomeriggio in un prato un’amica mi diceva che secondo lei per me Firenze era ormai sterile, il venerdì ci rimuginavo, il sabato una goccia faceva traboccare il vaso, la domenica decidevo, il lunedì prendevo accordi con la mia proprietaria di casa per concordare la restituzione dell’appartamento in cui stavo in affitto nel giro di due mesi al massimo e il martedì comunicavo che a fine anno avrei lasciato il lavoro. Per fare cosa di preciso non sapevo, sul dove avevo un’idea ma niente di più.

M. invece mi scriveva ancora di Dio e Chiesa ma anche questa mail aggiungeva tasselli allo strano personaggio che aveva suonato il mio campanello a fine agosto. Al bionda, occhi azzurri, capelli lisci, espansiva, sorridente, entusiasta di tutto, estremamente credente di quel primo incontro, potevo ora aggiungere anche divertente, umile, saggia, accogliente, convinta della necessità di incontrare ciò che è altro da sé perché solo così è possibile vedere le verità che stanno fuori dal nostro campo visivo.

Quando ho ricevuto questa seconda mail ancora non lo sapevo ma di lì a pochi giorni avrei vissuto un condensato di tutto ciò che M. mi aveva scritto nelle sue lettere. Lei magari avrebbe continuato ad attribuirlo alla divina provvidenza e io alla vita, sta di fatto che mi aspettava un viaggio in cui mi sarei concessa il più grande dei lussi: abbandonarmi.

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